Manca poco meno di un mese alla settantesima edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo e ad anticipare il vortice patinato delle cinque giornate che miscelano costume, musica e marketing nazionalpopolare è una vicenda di elementare lettura: la momentanea esclusione di Rula Jebreal, giornalista e scrittrice italo-palestinese, dalla prima serata per intercessione dell’amministratore delegato Rai, Fabrizio Salini, e della direttrice di Rai 1, Teresa De Santis. Amadeus aveva pensato di offrirle la possibilità di trattare la violenza sulle donne, della quale è esperta in virtù della sua battaglia europea per i diritti civili femminili, partendo da una lirica di Jacques Prévert: Sono quella che sono.

Che ve ne importa a voi

Sono fatta così

Chi mi vuole son qui

Che cosa ve ne importa

Del mio proprio passato

Certo qualcuno ho amato

E qualcuno ha amato me

Come i giovani che s’amano

Rula Jebrel ha reagito in modo deciso su «La Repubblica», scatenando l’hashtag “io sto con Rula” tra gli anti-salviniani:

Sabato scorso mi hanno telefonato pregandomi di fare io il passo, di rinunciare spontaneamente. Mi sono rifiutata. Gli ho mandato un messaggio scritto: se volete censurarmi dovete essere voi ad assumervene la responsabilità. Qualcuno si è spaventato che venisse offerta una ribalta a italiani nuovi, a persone diverse come me che appartengono a un’Italia inclusiva, tollerante, aperta al mondo, impegnata in missioni di dialogo e di pace.

La già candidata all’Europarlamento nelle maglie del Partito Democratico ritiene di essere stata bruscamente tagliata a causa di motivazioni etniche, che metterebbero in crisi esistenziale l’ala sovranista del servizio pubblico televisivo. In realtà l’unica spiegazione chiara e nettamente in linea con la storia del nostro Paese e con l’influenza delle lobby di potere nei fenomeni di massa di capitale rilievo è di carattere politico: l’intellettuale femminista, autrice de La strada dei fiori di Miral, simbolo dell’inclusione dello straniero nello Stivale, è stata ospite d’onore alla Leopolda 9 ed è una figura dominante nei pensieri di Matteo Renzi, astuto a riversarla sulle scorse Europee e a porgerla come simbolo interculturale di un personale regno puntellato dalla Goldman Sachs, della quale il padre di Arthur Altschul, ex marito di Rula, è glorioso partner.

Ma la giornalista ci sarà, i dirigenti che l’hanno spinta ad abdicare al ruolo d’intrattenimento civile sono tornati sui loro passi. La vicenda ha quattro attori e nel poker a carte scoperte escono tutti sconfitti: Salini e De Santis, che hanno evidenziato come, in un’epoca in cui mantenere lo scanno più alto nei sondaggi richieda un corpo a corpo tra forze politiche, nessuno viene risparmiato nel centimetro d’influenza, in primis i dirigenti di governo; Amadeus, che si è detto sorpreso del polverone mediatico sollevatosi, ma che non ha dimostrato dal primo minuto la dissidenza aziendalista di molti dei suoi grandi predecessori; Jebreal, che ha montato l’onda antirazzista, sfruttando il vezzo dell’alta diffusione odierna, quando il pomo della discordia era ben altro.

Chiacchierando con il critico televisivo più perfido ed equilibrato del villaggio globale nostrano, Riccardo Bocca, scopriamo come la kermesse sia oggetto già dalla valle dei templi di schermaglie ideologiche o pseudo-tali: 

Da sempre il Festival di Sanremo è stato preceduto e in generale segnato da polemiche. Non a caso. Sanremo non è una semplice gara di canzoni, ma rappresenta uno straordinario momento di rappresentanza dello spirito dei tempi e un potente motore di aggregazione del pubblico, per cui richiede un altrettanto alta capacità di attirare l’attenzione collettiva. Scontato dunque, anche per l’edizione 2020, l’alto tasso di sensibilità preventiva da parte della politica e dell’opinione pubblica. Sempre e comunque una preziosa fonte di share.  

La rispettabilità di un Festival televisivo, radiofonico e social-dinamico si gioca sulla scalata dell’audience e il presentatore-direttore artistico sa che deve guadagnarsi una pagnotta issata dai suoi predecessori a oltre il 55% di share. Dall’impellente necessità, il mix tra tormentone e tradizione: la totalitaria Diletta Leotta che si alternerà alle giornaliste del tg ammiraglio, Emma D’Aquino e Laura Chimenti; Antonella Clerici che darà la staffetta a lady CR7, Georgina Rodríguez. E poi ospiti costantemente invocati dalle poltronissime dell’Ariston, ma anche dai divani casalinghi: Rosario Fiorello, Roberto Benigni e Tiziano Ferro. Non dovrebbero mancare i totem Carlo Conti, Piero Chiambretti e Pippo Baudo, mentre per ottemperare alle esigenze dell’ex regno borbonico vi sarà la passerella di Gigi D’Alessio. Ma è solo un excursus sintetico, il contorno corposo prevederà scelte che non scontentino la fascia media degli ascoltatori, in regime di ferrea analisi di mercato.

Bisogna ricordare a tutti gli addetti ai lavori che a resistere negli annali di un Festival sono esclusivamente le canzoni, ma solo quelle di qualità, per giunta, contabili al massimo sulle dita di due mani in settanta primavere di produzione. Ciononostante, come confermato anche da Riccardo Bocca, la mission di chi costruisce l’offerta linguistico-musicale è regolarmente quella di ogni sussultoria annata: raggiungere il sindacabile polarizzato nell’aggregazione del popolo italiano attorno al fenomeno:

Il Festival di Sanremo non punta ad essere una sintesi della migliore musica italiana in circolazione. Bada piuttosto a portare sul palco cantanti e personaggi cari a tutte le fasce di potenziale pubblico. Non a caso quest’anno sono presenti sia artisti tradizionali sia campioncini delle classifiche di Spotify. L’importante è che nessuno si senta escluso, da casa, e che ciascuno si ritrovi al termine della settimana sanremese con un ritornello in testa da fischiettare. Il resto finisce preso nel già ingombro bidone del dimenticatoio.

Ventiquattro big, undici targati Sony, cinque Universal, uno Carosello, uno BMG, uno Fanit Cetra, uno Warner, uno D and D, uno Sugar, quasi tutti i generi rappresentati. Le scelte in tal senso accolgono la mercificazione fisica e vestemica già totalizzante nell’industria culturale dell’ultra-contemporaneità, tenuta cautamente a freno nelle precedenti edizioni. Achille Lauro, trapper venduto come poeta, che canterà Me ne frego e la twerking queen Elettra Lamborghini, che ancheggerà con Musica (e il resto scompare), forte di un cv da protagonista di Big Brothers esteri, di programmi come Geordi Shore, Ex on the beach e delle strisce di Barbara D’Urso, ne sono l’emblema pronto a professare stridente assuefazione tra i millennials. 

Non mancherà il maxi-riciclo consigliato caldamente dai talent show, con Amici che straccia X Factor cinque a tre. Per i figli di Maria: il tenore pop Aberto Urso con Il sole a est, le interpreti di leggera Elodie con Andromeda e Giordana con Come mia madre, timbricamente, tecnicamente e concettualmente due facce della stessa medaglia; l’uomo-chitarra Enrico Nigiotti che con la sua Baciami adesso rinverdirà i fasti della Perugina; Riki, idolo delle teenagers da High School Musical, impasto tra Kiss me Licia e Zac Efron, che si esibirà con Lo sappiamo entrambi

Per i nipoti di Mara Maionchi il precoce rapper Anastasio, che cercherà di far valere la sua ficcante capacità di scrittura con Rosso di rabbia, la non identificabile artisticamente Levante, a metà strada tra la prima Carmen Consoli e l’ultima Joni Mitchell, che soffierà a suo modo Tiki Bom Bom, e il fuoriuscito Morgan, che trascinerà nelle sue follie masturbo-musicali il disturbante Bugo in Sincero.

Daranno un apporto anche artisti che sentiranno fino all’ultima nota il peso della loro gavetta e dell’alterna comprensibilità al grande pubblico: Francesco Gabbani e Viceversa, teorico de La scimmia nuda di Desmond Morris, già vincitore a sorpresa nel 2017, Raphael Gualazzi, jazz e pudore, vincitore delle nuove proposte nel 2011 e sublime lo stesso anno per la medaglia d’argento all’Eurovision Song Contest di Düsseldorf con Follia d’amore; canterà Carioca, emulando il fantasma di Sergio Mendes; Diodato, interprete morbido e acuto che proporrà Fai rumore

Verranno rispolverati pezzi non ancora d’antiquariato, talvolta in disuso ma a tratti pregni dell’empatia agonistica dell’ora fetale: il nonno rock latino Piero Pelù e il suo Gigante, Irene Grandi, non più sulla linea sensuale di La tua ragazza sempre e perciò intenta perennemente a reinventarsi attraverso Finalmente io, Marco Masini, più hipster e meno volante con Il confronto, Michele Zarrillo, a metà tra una sceneggiatura di Moccia e un libro di Pablo Neruda, ancora intento a innamorarsi Nell’estasi o nel fango, Le Vibrazioni, perdutamente alla ricerca del loro frammento di Led Zeppelin in Dov’è

Mentre novizie ancorate a un passato indelebile e a un futuro tra l’accettabile e il detestabile saranno: Paolo Jannacci, il rimorso compiuto di Amadeus per la mercificazione sviluppata in parte, che porta un po’ del papà Enzo nei suoi viaggi arrangiati con Voglio Parlarti Adesso; Rancore, rapper della periferia romana conosciuto dall’Ariston grazie ad Argento Vivo – miglior testo della scorsa annata portato assieme a Silvestri e Agnelli – che quest’anno consegna Eden; Pinguini Tattici Nucleari, unici esponenti della scena indie che sognano il grande salto come Lo Stato Sociale nel 2018, raccontando i tormenti tenui dei giovani d’oggi con Ringo Starr; Tosca e la sua confessione Ho amato tutto, arpione nel musical teatrale in salsa italica, rimembrando il successo con Ron nel 1996; Junior Cally, rapper urban con in testa la Jamaica e in bocca i proiettili dei sobborghi, che dirà all’empio uditorio, No grazie

Ultima ma non ultima nei pensieri degli italiani, Rita Pavone, riscoperta da Amadeus come Howard Carter la tomba di Tutankhamon. Donna e interprete delle trasmissioni musicali più effervescenti e sparagnine della TV negli anni Sessanta, attivista sovranista contro i primi rocker di passaggio, chiamati Pearl Jam, bastonati via social per il loro monito d’accoglienza durante le date italiane dello scorso tour. La sua Niente (Resilienza 74) è attesa al varco per riferimenti fascistoidi o pseudo-nazionalisti, ma in realtà la vera prova per lei sarà far digerire un genere preistorico tra il rockbilly, il twist e la canzonetta da residenza di riposo.      

Chiacchierando con il critico musicale più equilibrato e perfido del nostro panorama musicale, Michele Monina, scopriamo come non ci siano troppi colpi di genio nella riffa dei selezionatori dei big, evidenziando topiche addirittura inevitabili:

Userei la parola genio con meno generosità. Diciamo che apprezzo l’aver chiamato alcuni nomi di indubbio talento, quale Rancore, Masini, Morgan e Bugo, che si conobbero in seguito a una mia intervista su Tutto Musica oltre quindici anni fa, così, per vantarsi. Certo, aver inserito al volo un gigante come Tosca, azzittendo, si fa per dire, le polemiche sulla lista spoilerato sé medesimo a Repubblica e al tempo stesso quella sulla scarsità di donne in gara è quasi geniale. Non fosse che proprio per arginare quelle ataviche marginalizzazioni Tosca e io abbiamo iniziato dallo scorso giugno a organizzare presso la sua Officina Pasolini un Festival dedicato alle cantautrici dal titolo Femminile Plurale, Festival che a fine giugno tornerà in scena. Quanto alle topiche, chiamare tra i Big gente che fino a sei mesi fa manco sapevamo chi fosse si commenta da solo, e dire che leggo gente che si lamenta per Zarrillo o Rita Pavone. Almeno loro una carriera vera, fatta di dischi e di concerti, ce l’hanno. 

Sull’apparente processo di accontentamento di ogni ascoltatore ultra-contemporaneo, Monina non è d’accordo, infatti il parterre d’artisti non rappresenterebbe a pieno l’interezza della proposta discografica odierna: 

In realtà vedo che manca molto di quello che gira oggi, perché ci sono tre rapper, ma neanche un trapper, e perché gli indie sono rappresentati solo marginalmente dai Pinguini. Per dire se resterà traccia delle canzoni toccherebbe prima ascoltarle tutte. Cosa che intendo fare il più tardi possibile. Alcune le ho già sentite, e le trovo notevoli. Ma si sa, sono uno di parte.

La polemica inaugurale è deflagrata come uno iodler sul lungo mare, le strategie della direzione artistica spiegano le potenzialità e i limiti della settantenne più amata, odiata e deturpata della cultura tricolore, i ventiquattro big scontentano e fanno imbizzarrire già gli ascoltatori: benvenuto mirabolante album di ricordi, proiettato in un futuro mai completamente definito, che per cinque giornate distrarrà l’ascoltare con ogni acrobazia possibile. Rimarrà solo quella unica, qualitativamente perspicace e indimenticabile canzone. Accade una volta ogni sette anni, in media. Che sia l’anno buono…