Quello del giornalista è un mestiere bello ma ingrato. Ingrato perché costringe alla complessità, a guardare dentro i fatti, fino a rovinarsi la vista, per comprenderne significati e meccanismi. La complessità è scivolosa, impopolare, rovina il sonno, non miete applausi e val poco in società ma, come per Pietro chiamato da Gesù, è una vocazione alla quale non ci si può sottrarre. Un giornalista, privato della complessità, scivola per forza verso altri archetipi della comunicazione: il venditore, il propagandista, il predicatore. Rula Jebreal è una giornalista, ma il suo monologo sanremese assomiglia a una predica. Una bella predica, intendiamoci, ben scritta, ben recitata, a tratti persino toccante. Come tutte le prediche, però, parla agli esseri umani e non degli esseri umani. L’argomento, pesante come un macigno, è la violenza sulle donne: violenza fisica, psicologica, individuale e sociale. Jebreal sceglie di parlarne attraverso l’esperienza personale, che sarebbe inopportuno quanto inutile commentare. Questa pars destruens del suo discorso funziona, riporta il dolore dalla cronaca alla carne, dalla società alla persona. La madre Nadia, poi Franca Rame: vittime che rivelano al pubblico il proprio nome e pretendono una risposta altrettanto diretta. Il problema è che la questione si accartoccia intorno a queste risposte, diventa un circuito autoreferenziale di commozione e solidarietà. 

Rula Jebreal è bravissima a sensibilizzare chi è già sensibilizzato, ma il suo impatto finisce lì. La pars construens del monologo si impantana subito nel luogo comune:

Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere: madri di dieci figli e madri di nessuno, casalinghe e carrieriste, madonne e puttane, lasciateci fare quello che vogliamo del nostro corpo e ribellatevi insieme a noi, quando qualcuno ci dice cosa dobbiamo farne.

Anzi, è proprio quell’infida categoria di luoghi comuni che appaiono sacrosanti a uno sguardo superficiale, ma sul fondo non significano niente. La libertà, almeno in Occidente, non è una finalità politica ma un dato della condizione umana – persino una condanna inevitabile, nei termini di Sartre – a partire dal quale deve muoversi la riflessione. Quand’è che una donna sceglie davvero? Un esempio: la Corte Costituzionale, nel giugno dell’anno scorso, ha sentenziato che la prostituzione, anche quando non è forzata, non è comunque libera. A prima vista una contraddizione in termini, che invece riflette l’intricata relazione fra libertà personale, contesto socioeconomico e principio della dignità umana. Non solo: su questa linea corre anche una spaccatura fra femminismo radicale e femminismo liberale, fra la prostituzione intesa come oppressione introiettata da una parte, e come esercizio della libertà sessuale dall’altra. Un contrasto che certo non si può sanare con un generico appello all’autodeterminazione delle donne.


Altro esempio: la filosofa, femminista e socialista, Sylviane Agacinski ha proposto nel 2015 un’iniziativa politica per la proibizione mondiale dell’utero in affitto. Questione in merito alla quale si sono divisi, nel nostro paese, ArciGay e ArciLesbica. Dove sta, qui, la libertà delle donne? “Il corpo è mio e lo gestisco io”, oppure “il corpo è mio e lo gestisce il mercato”? Ecco: una sgradevole, ma necessaria, occhiata alla complessità del reale basta a svuotare le parole di Jebreal della loro carica espressiva. L’equivoco, per la giornalista palestinese come tutto il pensiero progressista odierno, risiede in una concezione superata della libertà. Attraverso Foucault, Deleuze, Baudrillard, Illich, sappiamo ormai che il potere coercitivo non si manifesta solo nella proibizione, ma in una miriade di influenze, suggestioni, tendenze che assediano l’individuo. Egemonie culturali, nei termini di Gramsci, che generano false coscienze. Lo stesso Festival, del resto, impiega donne in funzione decorativa: belle e in quanto tali esibite. Niente più che un antichissimo stereotipo di genere, non imposto con la violenza ma nemmeno liberamente scelto, ambiguo e sottile com’è oggi tutta la coercizione.

Sia chiaro, non stiamo dicendo che Rula Jebreal sia stupida. Potrebbe senza dubbio addentrarsi nelle questioni che abbiamo appena sollevato: solo, non sul palco di Sanremo. Un palco superficiale, svampito, tristemente giovanilista come solo la demenza senile sa essere, gonfio di pretese intellettuali che non può in nessuna maniera permettersi. Non certo il posto adatto a parlare di cose importanti, non certo un supplizio da imporre a chi è davvero interessato ad ascoltare cose importanti. La colpa di Jebreal è, molto semplicemente, quella di esserci andata. Una volta lì, non c’erano alternative alla predica urbi et orbi. La faccenda, però, è più ampia e riguarda l’intero panorama culturale delle moderne democrazie occidentali. La individua bene Pasolini:

La cultura piccolo borghese […] è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice.

Il monologo di Jebreal è un prodotto confezionato ad uso di questa cultura media, ormai cultura universale nelle società scolarizzate del presente: c’è il lessico sufficiente a parlare dei problemi, ma non c’è la profondità necessaria per capirli davvero. Ed è una conseguenza di questa uniformità culturale se l’approccio sanremese – semplicistico, emotivo, apodittico – rischia di diventare lo standard di tutta la comunicazione mainstream in Italia. Non che il contraddittorio se la passi meglio: Diego Fusaro, ad esempio, mentre definisce la giornalista “vestale del cosmopolitismo liberista”, offre su Affari Italiani un’analisi tanto compiaciuta quanto lontana dal merito dei fatti, risolta in un elenco dei suoi sempreverdi, e sempre uguali, quattro o cinque concetti. La questione, quindi, precede lo scontro fra progressismo e reazione, o fra neolingua e veterolingua, per dirla col filosofo allievo di Preve. Parliamo, piuttosto, di un dibattito pubblico arenato esattamente alle soglie di un autentico approfondimento, e che manca tanto della forza quanto della volontà per fare il passo cruciale. Alla fine restano tante belle parole, alcune lacrime anche sincere, e un discorso collettivo che non si è spostato di un millimetro.