Un successo virale sul web che è diventato una fortunata pubblicazione nelle librerie: Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura (Minimum Fax, 2017) è il saggio scritto da un millennial sulla generazione dei millennials, anglismo che sta per i venti-trentenni e oltre la cui unica certezza è l’incertezza, lavorativa, economica ed esistenziale. Disagiati, come si dice in gergo. Abbiamo intervistato l’autore per capire meglio, oltre alla diagnosi contenuta nel suo scritto, se esiste anche secondo lui qualche terapia possibile.

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Parafrasando il sociologo Veblen definisci “classe disagiata” i nuovi sfruttati e infelici, che sostanzialmente si identificano con la generazione dei cosiddetti millennials (i nati fra il 1978 e il 1999) che sognano una vita agiata e sognandola procrastinano, vivendone nel frattempo una precaria e insoddisfatta, il confronto con la dura realtà (“vivere da poveri, pensare da ricchi”, secondo il paradosso di Ivan Illich). La “classe” di scontenti è dunque più una categoria esistenziale che sociale? O, per dirla con Marx, è classe in sé, e non per sé, cioè non è consapevole appieno di essere un gruppo con caratteristiche comuni, visto che il “liberalismo reale” imbozzola gli individui in una bolla illusoria e cinica di autosufficienza egoista?

No, aspetta. Per me la classe disagiata non sono i nuovi sfruttati: l’intera mia analisi parte proprio da un rovesciamento di quell’assunto. La classe disagiata è lo stadio terminale di una vasta classe media posizionata nella sfera della circolazione del plusvalore: una classe che ha direttamente o indirettamente partecipato ai dividendi del capitalismo occidentale nella sua fase di massima espansione, accumulando in questo modo delle risorse patrimoniali che oggi vengono spese in una competizione fratricida per la permanenza in quella classe. Si tratta di una piccola-media borghesia impoverita; e con tutta la comprensione che dobbiamo alla sua tragedia – cioè alla nostra tragedia – questo mi pare il modello più adatto per capire quello che accade oggi, ad esempio per capire perché questa classe ha scelto di estinguersi: perché non ha la più la forza di infliggere (e poi di occultare a se stessa) quella violenza su cui ha fondato il suo benessere. Non sono mai esistiti quei pacifici villaggi di Hobbit laboriosi e autarchici di cui fantasticava Tolkien; non c’è nessuna casa cui tornare. Per questo il progetto sovranista è un inganno – perché sottovalutato il ruolo che noi abbiamo avuto in quella secolare storia di sfruttamento chiamata capitalismo, una storia che inizia e finisce nel cuore di tenebra dell’accumulazione originaria.

Ugualmente sono destinati a fallire tutti i progetti che promettono di restituire all’Italia la sua grandezza perduta, perché la politica è schiacciata dalla geopolitica, dalla storia. Parafrasando Don Abbondio: l’egemonia, uno non se la può dare. Come affermava San Girolamo, nemmeno Dio onnipotente potrebbe restituire la verginità a una donna che l’ha perduta (e noi modestamente l’abbiamo perduta)… Naturalmente il paradosso della classe disagiata è di essere contemporaneamente sfruttatrice e sfruttata, condizione paradossale del ceto medio. Per cui quella parte di plusvalore che le viene concessa è comunque inferiore a quella prelevata da chi la impiega: ma nella sua falsa coscienza la piccola-media borghesia preferisce ancora godere di questo relativo privilegio piuttosto che mordere la mano che la nutre. Nel momento in cui davvero dovesse crollare l’edificio del capitalismo occidentale, non ci sarebbe più nessuna barriera a separare la classe disagiata dai dannati della terra. Se non abbiamo il coraggio ribellarci è perché in fondo sappiamo che non ci converrebbe. Per questo non capisco chi arriva alla fine del mio libro e poi si lamenta che non viene proposta nessuna soluzione. Ma soluzione a cosa, per chi? Non potremmo semplicemente farci da parte con dignità? Noi ancora non abbiamo visto il fondo dell’abisso in cui stiamo sprofondando.

Tangotee - Ernst Ludwig Kirchner (1919/1921)

Tangotee – Ernst Ludwig Kirchner (1919/1921)

Citando Cechov, scrivi che la società dei consumi ha disabituato e diseducato alla fatica. Ovvero, si può anche dire, alla responsabilità. Al suo posto – e qui invece andrebbe richiamato Costanzo Preve – la Destra del Denaro e la Sinistra dei Costumi si sono alleate nell’inculcare, tramite quell’Intellettuale Collettivo che è la pubblicità, il motto sessantottino “godere senza limiti”. Credi che per recuperare umanità sul piano personale, se non anche per diffondere anticorpi di salute psicologica ed equilibrio naturale nella società, per chi volesse lottare contro la malattia narcisistica occorra mettere al centro il valore del Limite, in tutte le sue forme? E dunque stabilendo concretamente limiti ecologici al consumo, di tempo alla produzione, di quantità e qualità allo scambio di capitali e merci, politici alla sovranità (che invece, almeno a mio parere, fa rima con libertà), di giustizia alla sperequazione? Oppure quella che con una parola si chiama correntemente decrescita volontaria (o felice, secondo Latouche) è solo un’utopia etica ma impolitica?

La civiltà consiste nel mettere dei limiti, e li mette necessariamente per regolare ciò che l’individuo ritiene piacevole o ragionevole. Questo è quello che non capiva Bastiat, quando ironizzava sui mercanti di candele che volevano oscurare il sole. Ma oscurare il sole non è appunto quello che da sempre fa la civiltà per esistere? Solo che oggi potremmo essere tentati da mettere limiti dove non ne servono più, perché è comunque troppo tardi, “i buoi sono scappati dalla stalla”. A cosa servono le rivendicazioni dei reazionari? Il mondo è già cambiato. Trovare dei capri espiatorii non servirà a niente. Non serve a niente chiuderci dentro i nostri limiti ad aspettare la fine; forse ha ragione chi prende atto, come fece Paolo di Tarso, che non può esistere Legge nel tempo dell’anomia.

L’istruzione di massa ha creato la corsa al titolo di studio, per cui ormai bisogna avere come minimo una laurea per essere considerati merci appetibili sul mercato del lavoro. Secondo te va rimessa in discussione, recuperando da un lato, almeno in una certa misura, la libertà di organizzare gli studi in forma libera (autoeducazione), e dall’altro un criterio più selettivo nell’accesso ai livelli scolastici?

La competizione posizionale (cioè la competizione per l’accesso alle posizioni sociali, quindi sostanzialmente i posti di lavoro) è il meccanismo attraverso cui la classe disagiata accelera la propria autodistruzione. Si tratta di una classe che dispone di uno stock imponente di capitale accumulato, ma non sa come spenderlo. Per questo parlo di una crisi di sovraccumulazione, parafrasando Giovanni Arrighi. E allora questo stock come lo spende? In una specie di disperata partita di poker in cui chi vince piglia tutto, che passa soprattutto dagli investimenti formativi. Ma cosa serve studiare per dieci anni per fare lavori banali e frustranti? Ora ti dico una frase da Bacio Perugina: io avrei voluto che la scuola mi avesse insegnato a essere felice. E invece la cultura oggi non è altro che un apprendistato all’infelicità.

Mental Arithmetic - Nikolay Bogdanov Belsky (1895)

Mental Arithmetic – Nikolay Bogdanov Belsky (1895)

Nel libro scrivi che la disoccupazione intellettuale (il “bracciantato” cognitivo, ricordando Bianciardi) genera il radicalismo politico, figlio dell’invidia e del risentimento intesi in senso nicciano come sentimenti bassi, ignobili, distruttivi e autodistruttivi. Decadenti e nichilisti, dunque. Il terrorista fai-da-te sarebbe la figura ultima e più estrema del ribelle attuale. Non vedi sul campo, o all’orizzonte, radicalismi che invece siano distruttivamente creativi, cioè rivoluzionari? Cosa manca all’impotente plebe che cova rabbia (e di norma la disperde onanisticamente nello sfogatoio dei social network) per diventare rivoluzionaria, passando cioè, per citare sempre Nietzsche, al nichilismo attivo?

Il nichilismo attivo, come lo chiami tu, potrebbe essere il prossimo passo nel processo di autodistruzione di questa classe: la guerra di tutti contro tutti, prima nella forma simbolica del mercato del lavoro e poi sotto forma di pura violenza. Tu forse suggerisci che ci sarebbero modi più proficui di usare la violenza ma io non credo. Per cosa? Contro chi? Nel momento in cui si assaltasse il palazzo d’inverno si scoprirebbe che è vuoto. In uno stanzino incontreremo il duca, il vescovo, il giudice e il banchiere, sporchi ed emaciati: hanno divorato tutte le provviste. E adesso?

La suprema fase del capitalismo è il debito finanziario su larga scala, mondiale e del singolo consumatore. Sono le banche, in particolare quelle d’affari e i fondi globali, il vero Palazzo d’Inverno di oggi? Ma interconnesse tutte in un sistema planetario come sono, a meno di non attendere un collasso definitivo che mai ci sarà completamente vista la capacità di riadattamento di sua maestà il Capitale, o di vagheggiare l’ingenua e irrealistica regolamentazione da parte di un impossibile “governo mondiale” animato da bontà e carità, l’unica soluzione teoricamente fattibile non è il recupero da parte dei popoli e della Politica della sovranità sulla moneta e sui divinizzati “mercati”? Non potrebbe essere questo il senso di un’Europa dei popoli se volesse trovarne uno, anzichè essere la longa manus proprio delle banche?

Le banche, in fondo, sono proprio quello che ci ha tenuti a galla per così a lungo. Ma la manipolazione linguistica della ricchezza, su cui ha retto il capitalismo occidentale nella sua fase terminale, non poteva andare avanti all’infinito. Nel momento in cui andremo a vedere il loro grande bluff, forse ci accorgeremo che l’Occidente non esiste più. Come ha scritto Hans Christoph Binswanger nel suo studio sul Faust di Goethe: l’apparente alchimia magica moderna comporta un prezzo scellerato: trasforma il mondo intero nel nulla.