Che abbaglio colossale abbiamo preso, noi che abbiamo inneggiato incantati alla modernità che ci avrebbe fatto più simili agli altri, ai Paesi più avanzati. Eccolo qui. Dal mondo dell’informazione più filo-istituzionale (sul Corriere della sera del 7 marzo) arriva sotto forma di articolo un curioso “mea culpa”. Un’insolita autocritica sulla fiducia impropriamente riposta nel “progressismo”? Su un pensiero liberal dimostratosi incapace finora di fare i conti con la deriva liberista fino a coincidere con quella? Su un’élite intellettuale di cui i giornalisti sono parte integrante, fisiologicamente incline a lasciarsi corteggiare dalla classe dirigente piuttosto che a costituire per essa quel pungolo indispensabile alla buona salute di ogni democrazia degna di questo nome? Non esageriamo, sarebbe troppo, sarebbe come gettare la maschera, sarebbe come riconoscere che il cazzuto giornalista americano indipendente Izzy Stone (oggi guarda caso riscoperto come “il re dei blogger”) aveva ragione da vendere nell’affermare che una volta accettato l’invito del Dipartimento di Stato a prendere un caffè, come giornalista hai chiuso.

Izzy Stone

Izzy Stone

Basta vedere chi lo firma, questo curioso mea culpa: Pierluigi Battista, uno dei campioni di quel percorso canonico che ha portato il pensiero sessantottino a rivelarsi per quel che alla fine in buona parte è stato: una fase di passaggio, un momento storico i cui contenuti antagonisti sono stati nel complesso sviliti e nella sostanza sacrificati in omaggio alle logiche e ai percorsi del potere. Come Battista, Giuliano Ferrara, Paolo Mieli, Ezio Mauro, Gianni Riotta e tanti altri. Tutti ex rivoluzionari extraparlamentari trasformatisi da contestatori in conservatori, da eccentrici a concentrici. Tutti entrati -in modo più o meno disinvolto, più o meno brillante- in servizio permanente effettivo per un sistema politico di cui a suo tempo già Gaetano Mosca aveva indicato le magagne, con parole che ora suonano ultraprofetiche:

la prima preoccupazione di chi entra nel circuito degli eletti non è quella di affrontare i problemi della comunità ma di restare dove si trova. Il sistema politico esprime una classe politica immobile e anziana, tendenza presente anche negli altri settori della società evidenziando, di conseguenza, una classe politica scelta sulla base dell’affidabilità e non del merito.

Tutti giornalisti rigorosamente liberal aggrediti dalla realtà, per dirla con quell’Irving Kristol che si definì neoconservatore, apostati diventati gli “utili intellettuali” organici a un ceto oligarchico che avendo perduto via via di vista il tempo del futuro e abituato a utilizzare le risorse pubbliche  principalmente per mantenere se stesso si è ritrovato “casta”, affogato in privilegi duri a morire. Per carità, la sensibilità per il potere non è mai stata una debolezza tipica della sinistra, piuttosto una caratteristica umana, e in quanto tale della nostra informazione nel suo complesso (valga per tutti il caso del sommamente ammirato Montanelli, così feroce sui politici quanto rispettoso nei confronti di quelli che qualcuno chiama ancora “poteri forti”); ma nella sinistra di estrazione marxista, la cosa fa decisamente più tristezza, recando con sé l’inconfondibile retrogusto del tradimento…

Indro Montanelli

Indro Montanelli

L’informazione italiana, con quella americana, c’entra poco nulla. Da noi la regola di Izzy Stone è roba lunare. Qui non solo si piglia il caffè, ci si mangia insieme, si va oltre l’intervista, ci si “incontra” (vedi Scalfari col ministro Minniti poche settimane or sono, o con Napolitano tempo addietro), ci si va a braccetto, insomma, con un nemico comune ben chiaro: il famigerato “populismo”, termine vuoto diventato malinteso capro espiatorio per una classe intellettuale liberal-progressista la cui versione italiana è stata pesantemente (generazionalmente) condizionata, nel secolo scorso, da due paradigmi: prima quello crociano, poi quello marxista, con il secondo inevitabilmente condizionato dal primo in acque fortemente inquinate dell’idealismo di matrice platonica-hegeliana.

Il risultato di questo combinato disposto si è rivelato deleterio: non solo per la nostra cultura, ma -quel che conta di più-  per la nostra società, contribuendo a dilatare quel solco che la realtà degli ultimi lustri ha imposto come comune denominatore a tutte le democrazie occidentali, quello tra società politica (il famoso establishment) e società civile. Un contesto nel quale il liberalismo, un tempo al servizio di scopi radicali, ha finito per giustificare lo status quo, preoccupato essenzialmente di difendere i privilegi dell’élite da “assalti” provenienti dal basso esacerbati dalla crisi economica. Assalti con cui si è scelto ottusamente di non fare i conti.

Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari

La domanda non è (non solo) cosa sarebbe successo se l’ex presidente della repubblica Ciampi invece di insistere fino allo sfinimento con il mantra della “retorica del declino” avesse posto più pragmaticamente la questione della crisi economica; è anche (e sopratttuto) cosa sarebbe successo se l’informazione (a cominciare da quella della tv pubblica) avesse scelto non di far grancassa a Ciampi voltando le spalle alle insorgenti quanto evidenti tracce di malessere sociale, ma di piegarsi ad ascoltare i suoni che la vita quotidiana emetteva. La domanda non è perché Giorgio Napolitano abbia dichiarato, a proposito della prima affermazione dei cinque stelle io non ho sentito nessun boom o perché da ministro il professor Brunetta continuasse a dichiarare che la crisi era solo “percepita” (mentale, dunque non reale): no, la domanda è perché la classe intellettual-progressista di questo Paese abbia preferito demonizzare fino all’inverosimile l’altro da sé, affastellandolo sotto l’etichetta quanto mai generica di populismo, finendo per confondere tra loro due piani diversi: quello della percezione e quello della conoscenza, cioè del qualunquismo e quello dell’antipolitica.

Di questa confusione di piani, di questa mancata assunzione di realtà, le polemiche sull’antifascismo che hanno segnato l’ultimo scorcio di campagna elettorale sono solo l’ultimo esempio: insistere -male, oltretutto- delle idee invece che di un disagio sociale sempre più evidente. Da questo rifiuto del reale, la nostra classe giornalistica si è rivelata nel suo insieme tutt’altro che esente, e anche molto (auto)indulgente. Basta ricordare cosa rispose proprio Pierluigi Battista, all’indomani dello scandalo Parmalat, quando a Prima pagina (la storica trasmissione mattutina di Radiotre) un ascoltatore gli chiese perché i giornali non ne avessero mai parlato. Lo sapete cosa rispose il nostro Di Battista? Rispose che non era vero, perché ne aveva parlato…Beppe Grillo! Sì, quel Beppe Grillo arruolato seduta stante nella categoria giornalistica; quel Beppe Grillo che nel giro di qualche anno per tutta la stampa benpensante sarebbe diventato il “comico populista” da strapazzare in ogni modo, come se invece dell’effetto fosse stato la causa dei guai italiani…

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Il risultato di questa mancata assunzione del dato oggettivo è esploso dopo le ultime elezioni: un nuovo, inedito bipolarismo Lega-Cinque Stelle capace di rovesciare di colpo un tavolo apparecchiato da Pd e Forza Italia con una legge elettorale studiata e imposta (la fiducia messa da Gentiloni) proprio contro i cinque stelle, rappresentanti (nel bene e nel male) di una società civile percorsa da un degrado culturale di cui il mondo social è fin troppo evidente espressione.

Eppure nemmeno il Battista versione “mea culpa” sembra capace di riconoscere questo processo. No. Il suo attacco generico a quella cosa che si chiama “modernità” si rivela esso stesso d’élite, incastonato in quell’autonomia del politico così cara ai vecchi teorici marxisti o pseudomarxisti sessantottini. Una delle cose più stupide predicate in questi decenni, scrive infatti Battista, è stata per esempio il disprezzo per i partiti. Mea culpa. I partiti erano quello che erano, elefantiaci, costosi, mostri burocratici, arroganti, molto disinvolti con una certa intermediazione che conoscevano bene, quella con cui gonfiavano le risorse che consentivano apparati mastodontici. Ma le sezioni dei partiti erano cose serie. Dimostrando così, il Battista anti-populista, di voler ancora una volta confinare il “mea culpa” in zona alta e non bassa, facendo finta (?) di non comprendere che il degrado dei partiti è andato inevitabilmente di pari passo a quello culturale dell’intera società. Un degrado di cui la classe giornalistica politica invece che osservatrice critica si è fatta semmai interprete.

Pierluigi Battista

Pierluigi Battista

In fondo, il meccanismo lo aveva già individuato nel 1959 Enzo Forcella nell’articolo Millecinquecento lettori pubblicato da Tempo presente (la rivista diretta da Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, parte di quel progetto culturale finanziato in Europa dalla CIA negli anni della guerra fredda). Il dito di Forcella era puntato contro il rapporto di dipendenza-interdipendenza instauratosi tra il giornalista politico e una sparuta schiera di “lettori importanti”, che a suo parere portava il giornalista ad autocensurarsi per non scontentare i protagonisti della politica. Dopo mezzo secolo, mea culpa come quelli di Battista, sembrano davvero poca cosa… Piuttosto si vadano a vedere “Il Post”, il film di Spielberg che rievoca la vicenda dei famosi “Pentagon Papers” che contribuirono in maniera decisiva a mettere fine alla guerra del Vietnam. Non solo perché racconta bene le contraddizioni della stampa statunitense, ma perché ricorda la motivazione con cui la Corte Suprema dette infine torto (6 a 3, il voto finale) al governo e ragione al Washington Post e al New York Times che quei documenti avevano pubblicato: la stampa, recitava la sentenza, deve servire chi è governato, non chi governa.