In un breve scritto intitolato “Sviluppo e progresso”, contenuto nella raccolta “Scritti corsari”, Pier Paolo Pasolini distingueva i due concetti del titolo affermando:

Vediamo: la parola ‘sviluppo’ ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di ‘destra’. Chi vuole infatti lo sviluppo? Cioè, chi lo vuole non in astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? Evidente: a volere lo sviluppo in tal senso e chi produce sono cioè gli industriali. (…) Chi vuole, invece, il ‘progresso’? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il ‘progresso’: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque è sfruttato.

Lo scritto prosegue prendendo in esame la situazione politica dell’epoca; lasciamo l’ottimo spunto di Pasolini e concentriamoci sul presente chiedendoci se queste categorie sono rimaste ancorate a queste parti sociali oppure no. La risposta non può che essere . Lo sviluppo è ancora la parola d’ordine della destra liberista ma nell’altro campo è successo negli ultimi quarant’anni qualcosa di diverso. Per capirlo, partiamo dall’ennesimo fatto ‘scandaloso’ di qualche giorno fa: l’infelice uscita del prossimo conduttore di San Remo riguardo alle motivazioni che lo hanno spinto a scegliere le sue collaboratrici. Le frasi pronunciate sono ovviamente indifendibili ma non è questo il punto. Tutta la sinistra liberal ha cominciato (e continuerà finché conveniente mediaticamente) a deprecare, condannare, biasimare: siamo invischiati ancora in una mentalità patriarcale, maschilista e misogina e la stessa cosa potrebbe succedere se l’argomento fosse l’omosessualità, un Gay Pride negato, magari. Probabilmente non vedono l’ora.

La questione viene dipinta come un mancato progresso e qui siamo al punto. La dicotomia pasoliniana, molto netta e sicuramente approssimativa ma con la virtù sintetica di ogni schematizzazione, non vale più perché la cosiddetta ‘Sinistra’ si è arresa accettando di non combattere più questo sviluppo, di non mettere in discussione in alcun modo l’impianto molto solido (a dispetto di chi parla di ‘società liquida’) dell’iper-sviluppo capitalistico; quest’ultimo oggi è l’unica condizione a partire da cui si può far politica, l’unico terreno su cui le idee possono sopravvivere e non essere relegate al rango di ‘utopie’. 

Pier Paolo Pasolini

Una certa sinistra, inerme sul piano politico-teorico, ha assistito arrendevolmente alla marcia al passo dell’oca dello sviluppo (di cui difende con forza tutte le magnifiche virtù taumaturgiche) ed è riuscita fino ad oggi a far passare l’idea dei padroni secondo cui lo sviluppo porta al progresso, o meglio: ha avallato completamente la teoria mainstream secondo cui, in buona sostanza, i due termini sono sinonimi. Tuttavia, permanendo un’idealità nel popolo di sinistra sicuramente maggiore rispetto a quello di destra (seppur del tutto innocuo e vuoto) si poneva il seguente problema elettorale: come tenere buona questa parte? Naturalmente, battagliando a parole (se possibile con norme salva-coscienza) per la difesa di diritti civili. Femminismo, lotta all’omofobia, discriminazioni in genere sono il nuovo contenuto della rubrica ‘progresso’ della Sinistra ed il motivo è che questi diritti si possono rivendicare senza mettere in discussione il sistema, sono battaglie a buon mercato compresa quella sull’ecologia: diciamo ministra invece che ministro, chiamiamo sul palco la donna intelligente, una tassetta sulla plastica (ah no, neanche quella) e il gioco è fatto. Questi obiettivi, senza una dura lotta al Capitale, sono semplicemente irraggiungibili. La disuguaglianza economica si trasforma in frustrazione, rabbia, rancore sociale quindi discriminazioni. 

Ecco che tutti gridiamo: che orrore apprezzare una donna perché ha saputo ‘fare un passo indietro’! Sarebbe questo il progresso? Tutti convinti, pubblica ammenda del conduttore. Ma al di sotto dei riflettori pulsa nel corpo sociale il virus della disuguaglianza, ben dimostrato dal palese classismo emerso nella pubblicazione del Rapporto di autovalutazione da parte di una scuola pubblica della Capitale e che fa il paio con i dati, emersi recentemente, che ci dicono che le persone in ‘povertà assoluta’ sono raddoppiate da 2,5 a 5 milioni. Questi sono incidenti, piccoli deragliamenti del velocissimo treno dello sviluppo, ridurne la velocità e chiedersi in che condizioni sono i viaggiatori (metafora fino a un certo punto) costa molta più fatica che indignarsi per il sessismo. 

La sinistra liberal è incapace (non si applica molto a dire la verità) di capire il nesso che lega diritti sociali e diritti civili; tornano in mente le parole di Jean-Claude Michèa nel suo libro “Il nostro comune nemico”:

Qualcuno forse accoglierà con scetticismo quest’idea (…), secondo la quale la migliore possibilità di garantire un vero sostegno popolare alle battaglie definite sociali (contro il sessismo, il razzismo, l’omofobia eccetera.) consiste innanzitutto nella nostra capacità di leggerle dialetticamente (una volta liberato il loro nucleo razionale dall’involucro liberale) alla lotta permanente di chi appartiene alle classi popolari per opporsi a un sistema sociale di cui deve sopportare quotidianamente tutto il peso;

il brano prosegue con la citazione da parte dell’autore del film Pride, basato su un fatto realmente accaduto, e che illustra la vicenda di un gruppo socialista gay di Londra che diede manforte ai minatori gallesi durante lo sciopero contro i provvedimenti della Tatcher: l’unione nella lotta fece superare molti pregiudizi a quei minatori senza perdere nulla, come scrive Michèa, della loro identità operaia. Ma questa classe politica non gradisce questa narrazione, è pericolosa, molto meglio battagliare se Gay Pride sì o Gay Pride no.

Johann Gottlieb Fichte

C’è un ultimo, grande e grave problema. Occorre avere chiaro che il progresso citato da Pasolini è dei soggetti, per i soggetti. Il soggetto è colui che, muovendosi, conoscendo, si emancipa, fa la storia. La presa di coscienza, da Hegel in poi, è la chiave della libertà o, per dirla con Fichte, della liberazione intesa come un progressivo, inarrestabile e mai concluso perfezionamento: questo perfezionamento consiste nell’assoggettamento dell’irrazionale, della natura, del Non-io dice Fichte. È questo a costituire la più alta missione dell’uomo, questo il compito che lo rende soggetto, promotore di se stesso. Ma se queste sono le caratteristiche di una soggettività e di una liberazione degne di questo nome, chi è Soggetto oggi nella Storia? Chi è che, davvero, si emancipa e perfeziona dominando ciò che a lui si frappone? La tesi che avanziamo è che solo il Capitale può essere soggetto compiutamente: il movimento ci è imposto, e dalla possibilità liberatoria del sapere siamo esclusi; chi decide i fini principali a cui deve essere rivolta la conoscenza? Oggi, paradossalmente (vista la virtuale accessibilità della conoscenza), il sapere generale è un sapere esoterico, cioè di alcuni e dalle procedure segrete. Cosa se ne può sapere dei segreti di questa nuova incorporazione della scienza ben descritti dal recente libro di Shoshana Zuboff “Il capitalismo della sorveglianza”? 

Viene un sospetto: non sarà che con la progressiva tecnologizzazione capitalistica del pianeta resa possibile dal General Intellect ormai dominio di pochissimi ci siamo privati anche di questo aspetto del progresso, ossia l’aumento della conoscenza come fattore di promozione sociale? Il sapere è ritornato privato e possiamo solo immaginare quale altro uso se ne potrebbe fare che non sia il profitto. Ed allora, seconda ed ultima domanda: non saremo noi, le masse, quel non-io passivo da assoggettare da parte dell’Io del Capitale, quel corpo irrazionale dominando il quale il Capitale e il suo Intelletto si liberano e perfezionano? Quale possibilità di emancipazione, quale resistenza a questo livello di sviluppo?