Di fronte agli incendi che stanno devastando territori immensi, oggi ci sentiamo tutti un po’ australiani: da chi ha osservato sgomento le immagini della disperata lotta contro le fiamme, a chi ha voluto riconoscere la bandiera aborigena nel nero della notte e nel rosso del fuoco; da chi ha pregato per la pioggia a chi si è riunito in meditazioni planetarie; e ancora, da chi ha pianto per gli ottomila koala dispersi tra le lingue di fuoco, a chi ha immancabilmente maledetto Donald Trump per aver cambiato in tre anni il clima mondiale.

Dicono gli australiani, però, che non si è un vero aussie fino a quando non si è percorsa per intero la Stuart Highway, ovvero quel lembo di asfalto, limitato di norma a una sola corsia per senso di marcia, che taglia in due la pancia dell’immensa nazione, da Nord a Sud. In tutto quasi tremila chilometri, scanditi da lunghe distese che per centinaia di miglia sono incredibilmente uguali a se stesse, fino al momento in cui la diversa latitudine non le induce a cambiare inevitabilmente motivo. Chi ha avuto il privilegio di percorrerla per intero, non può non portare per sempre con sé l’immagine della terra rossa, l’azzurro sconfinato del cielo e gli incontri con l’inconfondibile fauna locale, dal vivo o nei caratteristici segnali romboidali di colore giallo.

Per millenni, questo meraviglioso territorio aspro e multiforme ha vissuto lontano dalla storia e dal tempo storico che conosciamo, abitato da un’umanità del tutto peculiare, perfino a livello somatico. Un’umanità che ha sviluppato le sue proprie usanze e leggende, frutto di un paradigma ribaltato (downunder si direbbe) che mai, probabilmente, potrà conciliarsi appieno col nostro. Se il Nord del mondo ha infatti vissuto di maghi, papi e imperatori, l’Australia ricorda l’Appeso: vincolata alle norme dell’emisfero boreale, ma con il cuore e la psiche immersi nel meridione. Ne viene fuori un paese denso di contraddizioni: politicamente giovane e culturalmente antichissimo, anglosassone e tribale, aperto al mondo ma geloso della sua unicità, all’avanguardia della tecnica ma esposto alle asperità del territorio e alla sua temibile fauna.

James Hillman vi avrebbe potuto ambientare il suo saggio Logos e Ananke, o forse, per intero, La (nostra) vana fuga dagli Dei: un luogo sconfinato in cui, come emerge dagli incendi di questi giorni, tutto sembra sussurrare che bisogna dubitare degli approdi sicuri del progresso e dell’intelletto (Logos), per inchinarsi davanti alla necessità (Ananke). Mentre infatti il mondo si commuove di fronte a questo olocausto di flora e fauna, e piange la perdita di molte vite umane, gli abitanti millenari di quelle terre sanno benissimo come gestire le priorità.

È di queste ore la notizia che il capo della comunità aborigena degli Anangu Pitjantjatjara Yankunytjatjara ha accolto le lamentele della popolazione, secondo cui i cammelli selvatici starebbero invadendo le loro proprietà in cerca di acqua, causando danni e prosciugando le preziose riserve idriche: la drastica cura aborigena prevede che, nell’arco di cinque giorni, tiratori scelti dagli elicotteri si occupino di abbatterne circa 10mila esemplari. Naturalmente con i proiettili e non con le spietate frecce locali, che certo sarebbero state più scenografiche. Ma i nativi sanno spesso sorprendere l’uomo bianco.

In occasione di un lungo viaggio nelle terre sacre agli Aborigeni, lungo la Arnhem Highway, mi capitò di rimanere sgomento di fronte alla frequenza di incendi e focolai nelle vaste distese a lato della strada. Con un po’ di paura, vedendo i bagliori rossi dei fuochi tutto intorno a me, la prima notte approcciai la popolazione locale, che immediatamente mi schiuse un mondo dietro al (mio) mondo: è da migliaia e migliaia di anni che i nativi danno fuoco a quelle terre e per questo, ancora oggi, si continuano ad innescare fuochi controllati. Ho iniziato ad interessarmi di più alla vicenda e ho messo insieme il seguente quadro: si brucia per selezionare le piante più resistenti a eventuali fuochi devastanti, per far sì che la cenere renda più fertile la terra e produca erba bassa per pascolare gli armenti e infine affinché il calore schiuda alcuni frutti dal guscio troppo duro e consenta alle innumerevoli specie di uccelli di nutrirsi nella stagione secca.

Quella che sembrava devastazione, si è a quel punto svelata come una tappa del ciclo più ampio del vivere e morire che tutto accompagna e tutto scandisce, dal nostro respiro ai bagliori del cosmo. Così, proiettati fuori dal tempo umano, non si può non prendere contezza di un certo feticismo antropocentrico che vorrebbe impedire al pianeta Terra di vivere e rinascere, come ha sempre fatto per milioni di anni, anche senza che ci fossimo noi.

Da quella prospettiva è difficile stabilire se sia più colpa di Donald Trump, sempre presente all’indice dei buoni, o di quella nuova generazione di mocciosetti cresciuti nell’astratto nulla proposto da Hollywood, dai videogiochi e dalle serie tv. Perché, dalle cronache delle ultime ore, apprendiamo come siano proprio molti minorenni, incuranti degli appelli di Greta contro gli adulti cattivi, a divertirsi violentando col fuoco la natura e il loro stesso futuro.

Questa apocalisse di fuoco ci insegna, dunque, che l’uomo (o tantomeno la donna) non può essere la misura del mondo, e non lo sarà neanche la penultima generazione, né l’ultima, né quella a venire, che sempre resteranno umane, troppo umane, nonostante l’istruzione, l’informazione e (sic!) il progresso. Ne era forse cosciente anche Karl Marx, proprio lui, quando realizzava con ineluttabile amarezza che, dopo l’invenzione della polvere da sparo, non ci sarebbe più stato spazio per un’Iliade. E ne era altrettanto cosciente il più misterioso Fulcanelli, l’ultimo dei grandi alchimisti, quando così ammoniva i “mitici” scienziati dell’atomo: “Se violerete l’intimità dell’atomo, decreterete la fine dell’umanità”.

Il presunto aspetto di Fulcanelli, la cui identità non è mai stata accertata

Dare infatti agli umani uno strumento in grado di distruggere tutto, significa, a patto di aver letto almeno Platone, segnare la fine stessa dell’umanità: “certum an, incertum quando” avrebbero detto i nostri antenati latini. Per questo neanche il bagliore di questi fuochi illumina la mente di chi scrive, quando invano si spinge a cercare la ragione per cui Enrico Fermi, tra gli altri, sia studiato in tutto il mondo e venerato in piazze e vie che portano il nome suo e dei suoi sodali, mentre invece il premier australiano Scott Morrison sia vilipeso da marxisti, gretini, sardine e volontarie animaliste australiane.

Non che il modello capitalista ci piaccia, ma di certo non ce la sentiamo di martirizzare per questo inferno il povero Morrison, la cui colpa principale è quella di aver posto gli australiani, in occasione delle ultime elezioni, di fronte a un dilemma: siete pronti a cambiare davvero il vostro stile di vita, a ridurre i vostri salari, a non godere di un surplus di bilancio, a lavarvi di meno, a ridurre drasticamente i vostri consumi? Ponendo la popolazione, ma più in generale l’umanità tutta, di fronte alla propria ipocrisia, Morrison ha recuperato in extremis quindici punti percentuali di svantaggio, rivincendo le ultime elezioni. Di fronte a cotanta confusione, non ci resta dunque che pregare: ma con garbo e rispetto, non sia mai che il Dio che oggi preghiamo si riveli quello sbagliato o, più semplicemente, meno ecologista di noi.