di Marcello Rossi

 

Mont-Saint-Michel, con la notevole architettura della sua abbazia e l’incredibile vista che offre l’isolotto tidale sul quale sorge, è il sito turistico più frequentato dell’intera Normandia e uno tra i primi in Francia, con una media di 3.200.000 visitatori che ogni anno si mettono in fila per ammirare la sua imponenza. A partire dal 1979 poi, il complesso è parte integrante dei Patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO.

Dal 2009 l’icona della Normandia e dell’intera Francia, nota ai più anche come “La meraviglia dell’occidente”, è oggetto di un’operazione destinata a restituire il caractère maritime all’isola che sempre più di rado riusciva ad essere tale, che ha scatenato le polemiche di tour operator di tutto il mondo, specialmente quelli del Sol Levante. Nel Luglio di quest’anno, le autorità hanno inaugurato in pompa magna il nuovo ponte d’accesso ciclopedonale, che secondo le stime dovrebbe essere portato a compimento entro la fine del 2015. Parallelamente alla logistica di accesso, grazie a fondi governativi, sono stati avviati anche lavori di restauro del secolare santuario dedicato a San Michele Arcangelo. Al di là delle accese polemiche che continuano ad inseguirsi tra operatori che sostengono che la distanza da coprire a piedi sia eccessiva in relazione all’età media dei visitatori e medievali dispute tra agenzie e il sindaco di Mont Saint Michel, Eric Vannier, che governa appena 41 concittadini, ma a sua volta possiede una ventina di esercizi a vocazione turistica nell’area; ciò che rischia di essere completamente cancellato dalla discussione è il significato storico di quel minuscolo isolotto.

Da secoli al centro di una disputa territoriale tra Bretagna e Normandia, l’insediamento ha altresì una forte connotazione identitaria: durante la guerra dei cent’anni (che in realtà furono 116), grazie anche all’ausilio di una nuova cinta muraria che circondò la cittadina sottostante, Mont Saint-Michel non cedette mai ai ripetuti attacchi via mare e via terra del Regno d’Inghilterra. Ma la sua storia risale a prima dell’anno 1000, quando i Celti utilizzavano le rocce della foresta di Scissy per i culti druidici. Da quel momento si sono alternate una serie di ere, da quella romanica a quella cristiana, da quella benedettina a quella rivoluzionaria, che hanno donato a Mont Saint-Michel il suo carattere proteiforme, in fieri, capace di contenere al suo interno i segni del tempo, della Storia. L’esempio più fulgido è di certo l’abbazia: edificata a partire dal X secolo, è un affascinante coacervo di parti giustapposte che si sono sovrapposte le une alle altre negli stili che vanno dal carolingio al romanico al gotico flamboyant, per arrivare fino ai giorni nostri.

Se è vero che ogni epoca hai le sue coordinate, quello con la (post)modernità è senza ombra di dubbio l’incrocio più dannoso e distruttivo che il monte abbia mai conosciuto. Ma è anche l’unico possibile, quello del consumismo. La Modernità, concetto ripreso più volte da Zygmunt Bauman all’interno della propria riflessione, ha invaso uno dei luoghi più suggestivi dell’intero pianeta nella dimensione onnivora della forma-merce. E non si tratta dello sfruttamento ininterrotto legato alle installazioni luminose e ai concerti di arpa visibili e udibili solo di sera, quanto piuttosto a tutto il corollario che ne fa da sfondo, con tanto di trappole per turisti orientali, la superpotenza made in france La Mère Poulard che ha letteralmente colonizzato la parte bassa del villaggio e imbonitori stile cinema degli esordi che esortano alla visita di sedicenti musei tridimensionali. Ciò non si discosta molto da quanto è avvenuto e avviene a Venezia o a Roma, riaccendendo un mai domo dibattito: che diritto abbiamo noi, di fare tutto ciò? Cosa ci spinge a non avere il benché minimo rispetto di quello che c’è stato prima di noi? Quello che è fondamentale capire di questa nuova trasformazione è la capacità meccanica del nostro presente di plasmare le forme elementari della percezione umana, di invadere, in poche parole, il dominio dell’estetica. Quindi, di elaborare, produrre ed esprimere cultura. Della presenza, per quanto residuale, di un universo ancora pre-moderno cancellano la percezione, le tracce; e soprattutto la possibilità del ricordo. Casette secolari sono così libere di diventare gelaterie o strutture ricettive a quattro stelle, con buona pace di tutti noi. Mont-Saint-Michel è la dimostrazione lampante di come lo sviluppo dell’industria culturale abbia colonizzato l’immaginazione, manipolando il desiderio ed estetizzandone le pulsioni. Anche in questo, la merveille de l’Occident è unica al mondo: la sua struttura, infatti, con le sue reminiscenze di vario tipo, riflette fisicamente il contrasto netto tra vecchio e nuovo ordine, con un netto sbilanciamento in favore del secondo.