E’ il mondo accademico che vede nascere il tramite tra sapere e società. Siamo ad Oxford e a Cambridge alla fine del Cinquecento e si parla ancora di “librerie”. Sono le prime case editrici a far capolino tra un libraio che riservava per sé i diritti esclusivi di edizione e un autore che riceveva una cifra prestabilita per ciascuna opera. Venivano così delineati i caratteri di una vera e propria impresa commerciale che nel corso dei secoli ha visto mutare prerogative e pubblico. Abbiamo avuto a che fare con i libri eruditi, le edizioni popolari in formato tascabile, i romanzi d’appendice, abbiamo dato spazio ai giornali e a quel libro che oggi chiamiamo best seller. Quel libello scadente de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni era un best seller, “I dolori del giovane Werther” di Goethe era un best seller, l’interminabile e noioso “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è diventato un best seller, per non parlare di un insopportabile “Siddharta” di Hermann Hesse. Ma oggi?

Oggi per le case editrici c’è il trionfo di vera e corposa letteratura, un pullulare di autori di nicchia o di semplici scrittori che portano sulle pagine la loro mente, un po’ alla Dino Campana nei suoi “Canti Orfici”. Oggi le case editrici danno spazio all’interesse di quel pubblico che torna a casa stanco e insofferente della tempestante banalità con cui è costretto a vivere; oggi le case editrici mettono a disposizione un indimenticabile ed eccelso “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia, così dopo se ne può fare anche il film e si possono incassare un bel po’ di altri quattrini. Oggi le case editrici lasciano spazio a un Roberto Saviano, senza prestare il minimo interesse a uno scopo di lucro, sono le prime a essere partecipi e interessate del fatto che non venga gambizzato dalla camorra. Oggi le nostre care case editrici non sperano affatto che un Gabriele Salvatores o un Bernardo Bertolucci eseguano la trasposizione cinematografica di un libro di Niccolò Ammaniti.

E’ grazie ai mezzi di comunicazione di massa che, attraverso la pubblicità diretta e indiretta, si diffonde rapidamente l’interesse per un’opera. Non bisogna pensare male, alla base non c’è veramente la ricerca di un grande successo commerciale, nemmeno per la stupefacente saga di “Twilight” di Stephenie Meyer, non si pensa a gonfiare le tasche nel minor tempo possibile. C’è il “solo” fascino di appiattire l’occhio del lettore per facilitare lo scopo ultimo, l’instancabile e fedele consumare. Da intermediario di cultura e società, la casa editrice si vede piombare in un triste gioco di azienda dove il tornaconto è la spinta che promuove la pubblicazione di pagine. Si può parlare delle conseguenze che si riscontrano nei lettori, in giovani che citano frasi alla Schopenhauer senza rendersi conto che l’acqua calda è stata scoperta già da qualche anno; o si può riflettere sull’origine di questa crisi esistenziale e ontologica. Sono le case editrici che non premiamo più il talento? E’ il pubblico che non ha voglia di impiegare e impegnare il proprio tempo in un piacere non solo di passatempo ma anche di apprendimento? O l’una è la conseguenza dell’altra come circolo vizioso? Se il lettore non si educa, non si può pretendere di stimolare il suo interesse in un modo diverso da quello cui è abituato. E’ inevitabile che venga pubblicato ciò che piace, ma perchè si è arrivati a desiderare un livello più basso? Non è sbagliato essere dispensatori di cultura per le diverse “classi” della società, temi differenti con stili e linguaggi opposti ma quello che dovrebbe essere nuovo sapere non è più una vera cultura ma un ammennicolo da tenere sul comodino da leggere non prima di andare a letto, ma solo per riuscire ad addormentarsi.

Nel decennio 1990-2000 le case editrici vengono acquistate dalle multinazionali, numerosi marchi vengono rilevati da grandi società di investimento che non hanno nulla a che vedere con l’editoria e un gruppo editoriale comprende diverse case editrici con le loro filiali. L’editore, che molto probabilmente come figura non esiste più, non sceglie l’autore e il suo valido prodotto, sempre se si può paragonare un libro a un detersivo, ma interpreta il desiderio del lettore medio, del grande pubblico ovvero della società di massa. Non che nei secoli precedenti non venisse fatto ma, un po’ perchè chi poteva leggere era di un certo strato sociale, un po’ perchè c’era più il sentimento della scrittura e della lettura come meditazione, la materia prima era pregiata; anche i “romans feuilletons” si vendevano bene, ma erano comunque di Alexandre Dumas. Se il signor Richard Bentley avesse ascoltato le voci di corridoio, oggi leggeremmo Charles Dickens? No, grazie al cielo oggi leggiamo qualcuno che lo scopiazza e che ci semplifica la riflessione, scarnificando la sfumatura che solo scritta in quel modo e con quella ponderata cura acquistava quel concetto di valore. Non sono gli autori a essere in crisi, non sono le case editrici a essere organizzazioni a scopo di lucro, non sono i lettori incapaci di scegliere il libro giusto. E’ la cultura e la ricerca della cultura che non conosce più spessore di vera gentilezza nei confronti del pensiero.