I millennials, ovvero la Generazione Y, quella che segue la Generazione X e precede la Generazione Z. Non avete capito? Non vi preoccupate. Non è riuscita nell’impresa nemmeno la stampa italiana, che pensa che millennial sia qualunque ragazzino, mentre i millennials propriamente detti sono i nati tra il 1981 e il 1996, cioè quelli che si sono affacciati all’adolescenza prima del 2010. Cos’abbiano di particolare questi millennials e perché se ne parli tanto non è mai stato molto chiaro. Di volta in volta, si attribuiscono a questa generazione pregi o difetti di ogni tipo, a seconda di chi ne parla e di quale fatto di cronaca suscita la riflessione. Una cosa è certa: il millennial medio, tanto per capirci, è il trentenne cresciuto con MTV e Nintendo, che ricorda nitidamente l’attentato alle Torri Gemelle, ha trascorso l’infanzia senza cellulari né internet ed è stato investito dalla più devastante crisi economica dal 1929 proprio mentre si affacciava al mondo del lavoro e degli adulti.

L’attribuire un nome e un volto a un’intera generazione di ragazzi di più paesi è evidentemente una pratica foriera di malintesi e ambiguità; inoltre non risponde che alla necessità perfino filosofica di definire per capire l’ignoto. In buona sostanza, persone di una certa età, non capendo i più giovani, si trovano a dover attribuire loro un nome e delle caratteristiche, come d’altronde si è molto fatto nell’ultimo secolo: la beat generation, la gioventù bruciata, la Generazione X, ecc. Solamente, non può che trattarsi di generalizzazioni di comodo che non dicono nulla e fanno più confondere che comprendere, tanto più che difficilmente un ragazzo oggi si sente affratellato ai suoi coetanei, tante sono le differenze tra persone e gruppi, figurarsi poi ai coetanei di altri paesi.

Dunque meglio concentrarsi in questa sede sul caso italiano, e se bisogna definire chi siano appunto i millennials italiani, chi scrive direbbe: sottoproletariato intellettuale finanziato dalle famiglie di origine, poiché malpagato o non pagato affatto dai datori di lavoro. Un’immagine molto lontana da quella diffusa dai media, di smanettoni, startuppisti vari ed eventuali, internauti che sanno e fanno cose che nessuno tranne loro capisce. Quest’immagine non è del tutto falsa ma è paccottiglia buona per giornali e programmi tv a uso di casalinghe pensionate. In realtà i giovani italiani sono segnati da ben altre stigmate che non internet e social network.

Ai millennials vengono comunemente attribuite capacità comunicative che le generazioni precedenti non hanno. Siamo vissuti in un’epoca che ci ha abituati, se non assuefatti, a un flusso continuo di informazioni; siamo cresciuti con la meravigliosa comodità di internet che ci fornisce una mole incredibile di dati sempre e dovunque; non abbiamo consuetudine con le attese, essendo abituati all’immediatezza, ma siamo capaci di essere multitasking.

Gli effetti collaterali di questo enorme sviluppo sono la perdita della capacità di pensare a lungo termine, di attendere i frutti del proprio lavoro, di concentrarsi stabilmente su un unico obiettivo, di rimanere attenti per parecchio tempo. Effetti devastanti, sia chiaro, ma forse non così apocalittici come qualcuno lascia intendere: una certa vulgata vede nei nuovi adulti una generazione di rincoglioniti che, al di là di social network e serie tv, non sono capaci a nulla. All’atto pratico però, le differenze tra quella dei cosiddetti millennials e le generazioni precedenti, al netto di internet, si riducono non alle caratteristiche intrinseche alla generazione stessa ma alla contingenza storica in cui si è cresciuti, sulla quale i millennials possono ben poco. Ci torneremo.

Per capire cosa siano i millennials italiani, abbiamo bisogno di ricorrere all’aiuto di un paio di libri che sono Teoria della classe disagiata di Raffaele A. Ventura e La società signorile di massa di Luca Ricolfi. La classe disagiata altro non è che quell’insieme di persone educate ai miti del progresso contemporaneo, sospinte agli studi e all’astrazione, all’idealismo individualista e alla ricerca della realizzazione sociale, in un mondo che è però un tantino diverso da quel che promette di essere. Come recita la quarta di copertina, “La classe disagiata è l’avanguardia di un capitalismo in crisi permanente che ci parla con la retorica dell’emancipazione per venderci stili di vita che non possiamo permetterci”. I cosiddetti millennials ci sono dentro fino al collo.

La società signorile di massa di Ricolfi è invece la manifestazione in chiave socio-economica di quella che sul piano socio-culturale è la classe disagiata. Tre condizioni:

1) Il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano;

2) La condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti di cittadini che non lavorano;
3) Il sovrapprodotto ha cessato di crescere, ovvero l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita.

E come si fa a mantenere l’opulenza senza lavorare, cioè senza produrre ricchezza? Con i patrimoni, immobiliari e finanziari, e con un esercito di lavoratori stranieri senza diritti e a basso costo. Semplificando, l’Italia può campare di rendita perché i nonni si sono arricchiti, hanno investito in case e titoli e oggi prendono la pensione. Ricolfi poi esamina anche la “distruzione della scuola”, che ha prodotto giovani inadatti al lavoro e che possono scegliere una disoccupazione volontaria, perché mantenuta dai patrimoni familiari.

Da tutto ciò discendono la fuga dei cervelli e i choosy. Chi deve lavorare, perché senza patrimonio, lavora a tutti i costi o emigra; chi può farne a meno perché finanziato dalla famiglia, preferisce rimanere disoccupato in attesa di un lavoro gradito. Dunque la massima particolarità del caso italiano è che si tratta dell’unico paese avanzato giustamente convinto che i giovani vivranno peggio dei vecchi, e che più passerà il tempo peggio andranno le cose, mentre non fa nulla per rallentare il proprio declino e anzi, se può lo incoraggia. Ecco perché quella dei millennials, se applicata all’Italia, è una categoria che non significa nulla, se non che si tratta della prima generazione cresciuta coi computer.

La questione millennials va valutata in termini demografici e occupazionali. L’Italia è un paese ricco di famiglie dall’albero genealogico che mostra: bisnonno contadino, nonno impiegato, genitore professionista o funzionario, figlio laureato. Al figlio viene ripetuto costantemente che la competizione è aspra e che vivrà peggio dei suoi genitori; quando poi comincia a lavorare non di rado si rende conto che forse vivrà anche peggio dei suoi nonni. Vista la progressione, è chiaro che non è piacevole fare lavori meno qualificati e magari a minor reddito dei propri ascendenti, soprattutto se si hanno titoli di studio più elevati. Se così deve essere, molti preferiscono rimanere sottopagati esercitando nobili professioni, coperti dal patrimonio familiare.

Dunque, questi millennials, di chi sono figli? I nati tra il 1981 e il 1996 sono grossomodo figli della generazione di nati tra il 1945 e il 1965. Cioè di quelli che hanno visto e/o fatto il Sessantotto o il Settantasette o quelli che sono diventati adulti al tempo del reflusso e dell’edonismo reaganiano e, nel nostro paese, craxiano. Sottolineiamo ancora la peculiarità del caso italiano perché solo qui il Sessantotto è durato dieci anni, si sono sperimentati gli Anni di piombo, il terrorismo, una contrapposizione ideologica così estrema e facinorosa. Gli anni ’80 sono altra cosa, gli anni della tv commerciale, della disco e del disimpegno politico, ma sono anche anni di grande spesa pubblica e di immensi concorsi. I figli biologici di quell’epoca sono i millennials.

Cosa ci porta a concludere questa osservazione? Che ai millennials si imputano le mancanze e gli errori della generazione dei propri genitori. Cioè si imputa comunemente loro di non essere energici, bensì proni al potere e rassegnati ad accettare le condizioni contingenti, incapaci di strappare quel che desiderano in opposizione al sistema. Il problema è che questa critica viene mossa da chi ha vissuto il periodo orgiastico in cui essere anti era concesso, se non ben visto. C’è un pezzo d’italico mondo convinto di essere il migliore poiché, mentre i giovani a loro precedenti e successivi non hanno fatto e non fanno nulla per strappare quel che loro spetta, loro occupavano, protestavano, manifestavano, si impegnavano. Questo orgoglio da reduce civile, che si tramuta nell’odioso piglio di superiorità morale di chi ha “fatto le barricate”, si riverbera distorto e macilento sui figli, i millennials.

Avendo avuto esperienza diretta di questa contraddizione, cioè avendo conosciuto attivisti in cazzeggio permanente effettivo, figli di reduci di quel periodo, convinti forse di replicare l’opposizione sistematica al potere che ha segnato la gioventù dell’epoca e ha concesso loro di raccoglierne i frutti, ci si rende conto che quella generazione ha impresso un marchio nefasto, fatto di delegittimazione del lavoro e dello studio a vantaggio dell’impegno civile e della lotta politica, preferendo all’operoso lavoratore il militante, che poi magari ha finito per fare brillanti e borghesissime carriere anche grazie alla sua militanza (alcuni sono anche diventati industriali o direttori di quotidiani della grande borghesia, ma meglio sorvolare).

Per farla breve, è facile constatare che la gioventù odierna, foraggiata da bordate di ottimismo tipo crisi finanziaria, elevata disoccupazione, povertà in aumento, gig economy e competizione frenata, sia imbelle di fronte a un mondo che riserva amorevoli scudisciate mosse da generazioni che hanno vissuto il boom economico, il credito facile, i concorsi pubblici a valanga, i Btp con rendimenti stellari, il 27 politico, gli aiuti di Stato e l’impresa pubblica. Si provi a vivere di precariato assoluto e tirocini non pagati, poi ne riparliamo.

Non si tratta di retorica spiccia, ma non ci si può lamentare se i giovani non vanno via di casa, non mettono su famiglia, non lottano e fuggono in massa all’estero, se chi, forte delle rendite di un periodo che ha concesso a tutti o quasi di costruirsi agiatezza, ha scavato la fossa sotto i piedi della nuova generazione. Quando si è distrutta l’industria, si è debellata la scuola, non si sono fatti investimenti se non lì dove erano più redditizi per chi ne approfittava, né riforme intelligenti dello Stato, i millennials andavano all’asilo o al più alle scuole medie. Eppure vengono dipinti come la generazione dei cazzoni mantenuti, che in parte è vero, ma sono mantenuti perché non trovano lavoro oppure, quando lo trovano, sono sottopagati. Non tutti, ovviamente, ma l’aria che si respira è questa.

Tasso di disoccupazione giovanile tra il 1977 e il 2012 (dati Istat)

L’Italia è il felice paese che ha reso gli istituti tecnici e professionali delle case circondariali, ha incentivato le iscrizioni all’università salvo poi garantire stenti a chi non studia ingegneria, medicina o economia, in cui lo scarto tra il reddito medio di giovani laureati e diplomati è bassissimo, e spende milioni su milioni per istruire i ragazzi e mandarli a produrre ricchezza all’estero. La disoccupazione giovanile oscilla attorno al 30% (che è la media nazionale, al Sud è circa il 50%, in Germania 5%), ma è un dato da prendere con le pinze: stagionali, collaboratori a progetto, tirocinanti, figurano come lavoratori e abbassano la disoccupazione, ma questo non è lavoro come lo si è sempre inteso. In definitiva, come notava intelligentemente il professor Giulio Sapelli:

Come si fa a parlare di capitale umano quando tieni uno a lavorare sei mesi e poi lo mandi via? È la prima volta che il capitalismo incorpora sistemi di formazione economico-sociale precapitalistici. Perché qui non si comprano le ore di lavoro, come ci insegnano Ricardo e Marx; si compra la vita delle persone. Se fai lavorare una persona sei mesi e la mandi via, diventi padrone della sua vita. Infatti la gente non fa più figli, è completamente paralizzata.

Qui giungiamo alle note dolenti del discorso. Qualcuno ebbe l’ardire di definire i giovani troppo choosy, termine comunemente tradotto come schizzinoso. In breve, i giovani sarebbero viziati, vorrebbero tutto e subito e farebbero gli schizzinosi in tempo di crisi, quando non c’è da lamentarsi e bisogna adattarsi a quel che c’è. Ma choosy, a essere precisi, viene dal verbo to choose, che vuol dire scegliere. È choosy chi sceglie invece di accontentarsi di quel che capita. Cosa c’entra questo col nostro discorso? C’entra perché a un’intera generazione è stato detto: abbiamo bisogno di cervelli e non di braccia, studiate e il futuro sarà vostro, diventerete i padroni della tecnologia e dei suoi usi, lavorerete e guadagnerete con le vostre capacità. Poi uno studia, si laurea, magari anche con la lode, e gli scoccia doversi adattare a fare il cameriere perché altro da fare non c’è, soprattutto se l’ultimo in famiglia ad aver fatto il cameriere è il bisnonno.

La verità, in fondo, qual è? È che si è caricata una generazione di aspettative senza disporre dei mezzi per soddisfarle; si sono incoraggiati gli studi, nel frattempo degradando le scuole a circoli ricreativi e le università a vergognosi esamifici, senza rinnovare il sistema imprenditoriale; si sono attuate politiche imbecilli invece di puntare su investimenti per il futuro. Il conto alla fine si paga, e lo pagano proprio i cosiddetti millennials. Ci si è imbambolati di fronte agli scintillii del mondo nuovo, l’e-commerce, i social network, le start-up, l’arricchimento su internet; poi quando ci si è resi conto, anche grazie alla doccia fredda della crisi, che tutto ciò riguarda solo un gruppetto di imprese perlopiù americane e cinesi e una minuscola fetta di popolazione nostrana, si è cominciato a ricordare che dopotutto l’Italia ha bisogno di operai, che è fatta di piccole imprese dove si batte il ferro, che di tutti questi laureati non sappiamo che farne, meglio mandarli a “fare esperienza” all’estero e chi rimane beh… pazienza, a far bene i calcoli si prevede che dovrà lavorare cinquant’anni senza avere pensione né assistenza sanitaria.

Quel che si respira tra i venti/trentenni – escluso chi è andato all’estero o chi ha vinto un posto pubblico – è scoramento e mancanza di fiducia nel futuro. Poi arriva qualche cretino di politico o di giornalista – peggio che andar di notte – e si chiede come mai i trentenni non ci pensino nemmeno a fare figli e crede di incentivare le nascite con le detrazioni fiscali, qualche nuovo asilo o col taglio dell’Iva sui pannolini, praticamente paracetamolo per curare il cancro.

Oggi, questo è il punto, una generazione si trova a pagare gli errori delle precedenti. I dati sui trentenni sarebbero imbarazzanti se non fossero tragici. Storie di vita vissuta. Tra i giovani abitanti della produttiva città del nord Italia in cui chi scrive abita, c’è una specialista di diritto amministrativo che a ventotto anni non aveva mai visto un euro; c’è chi faceva la psicologa di giorno e l’inventarista di sera, perché per il suo lavoro di psicologa non era pagata; ingegneri stipendiati come operai; tirocinanti a prestazione gratuita che rimpiangono di non essere espatriati, giacché il compagno d’università andato in Germania a fare la stessa cosa prende 2500 euro al mese; un tecnico di fabbrica a cui non hanno mai rinnovato un contratto ed entra e esce dalla disoccupazione. Raccogliendo a memoria tutti i trentenni di nostra conoscenza, da varie città, pochi sono quelli che vivono normalmente, cioè avendo un lavoro, un reddito decente e una casa, come era comune tra i nostri genitori una volta arrivati a quell’età. Non è disfattismo, ma i millennials italiani non possono essere che loro. I mantenuti, i mammoni che non lavorano e non mettono su famiglia: e come, di grazia?

In futuro, come qualcuno ha già detto, ci si augura una riforma costituzionale che riscriva l’articolo 1 in questi termini: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul tirocinio. Questo sarebbe un principio costituzionale in linea con la prassi quotidiana dei millennials, altro che social network e serie tv.