Accade che il dolore, quando ci sfiora, non ci lasci mai come prima: purifica l’animo, lo eleva, poiché aiuta il distacco dai beni materiali; oppure, al contrario, rende l’anima tarda a cogliere l’essenza della vita. Quando Simone di Cirene venne sollecitato dai soldati romani nell’aiutare Gesù -provato dalla flagellazione e quindi non più in grado di proseguire da solo lungo la strada- a portare la croce, dapprima egli accettò controvoglia. Così, lo costrinsero. Sebbene in un primo momento egli vedesse soltanto la croce, ossia un legno molesto, pesante, successivamente non si preoccupò più di quel carico, bensì del condannato, quindi di quell’uomo che stava per essere ucciso. Allora, tutto cambiò. E così, anche l’uomo, nel bel mezzo dei propri tormenti, dovrebbe sentire qualcosa; dovrebbe dunque comprendere che non è possibile amare, vivere, senza sacrificio. E tale funzione del dolore, che potremmo definire ora energica, ora purificatrice, che fin dai tempi di Cristo, sino a Dostoevskij, ha mantenuto la sua forza, oggi non esiste più. Il mondo moderno, nonostante la sofferenza sia cresciuta in modo smisurato, ha azzerato quell’effetto liberatore e catartico proprio del dolore.

Sarebbe un’eresia affermare che recare e provare dolore non sia inutile; oggi, come ieri, la storia ci mostra come l’uomo abbia continuato a soffrire. La miseria, la morte, la servitù di milioni di uomini, hanno sì portato ad un miglioramento delle condizioni dell’umanità, ma è pur vero che hanno parimenti portato una quantità maggiore di morti, di oppressione e, dunque, di altra miseria. Come detto, il meccanismo purificatore del dolore è oggi assente, o almeno pare si sia inceppato; esso non sembra produrre che bestialità, barbarie e corruzione, e la società odierna, in virtù del timore che nutre nei confronti di questo sentire, rigetta il tormento, ritenendolo inutile e dannoso, e gli preferisce il feticcio della felicità materiale, ovvero quel fine disumano che costringe ad operare l’uomo come mezzo.

Certo è che ciò che permette all’uomo di ritenersi uomo e non un semplice mezzo è proprio la sofferenza ch’egli prova nell’essere considerato tale. Eppure, oggi, è altresì appurato che l’uomo è tale poiché soffre, conscio della sua condizione; ma al contempo non riesce a soffrire, e quindi non riesce a sentirsi uomo, se non accettando di essere un mezzo. Ecco che l’assurda contraddizione è così emersa: l’unico dolore che l’uomo è in grado di provare vive nell’accettazione di essere considerato un mezzo. Ma non c’è gloria, e neppure martirio, in questa punizione, solo la paura che riconduce ad un grave destino. Quel che è ancora più incredibile è che si è incapaci di fare il passo successivo di andare oltre questa condizione. Non una lacrima, nessun sudore. Niente sale. Solo una dolcezza pesante, come quella della corteccia lenta degli elefanti. Lo squallore limpido e caldo. E parimenti, il patimento diviene la base più solida della servitù umana, giacché l’uomo, anziché servirsi della sofferenza per rimuovere le cause, le coltiva appositamente per provare quel dolore che lo renderebbe uomo, ma nella sua fase più bassa. Dovrebbe soffrire per non essere uomo e non perché viene strumentalizzato e reificato. Un gioco di parole, questo, all’apparenza complicato ma tuttavia necessario affinché si denoti come la maggior parte degli uomini conduca una esistenza spremuta attraverso una morale totalmente passiva. E’ chiaro che si sta parlando di un dolore dell’animo e non di uno fisico. Per quest’ultimo, la scienza ha deciso che non deve più essere una condanna e, pertanto, fa il possibile per eliminarne l’eccedenza. Perciò il mondo moderno è convinto che esistere voglia dire soffrire e che la sofferenza sia la prima e ultima prova dell’esistenza ma di necessaria eliminazione. Forse, in realtà, bisognerebbe solamente sentire quell’impotenza che passa attraverso il dolore -quel portare, a fatica, una croce sulle spalle- capace di diventare il motore delle nostre azioni, capace di farci ora dissentire, ora convenire, ora amare, proprio come accadde a Simone di Cirene. Ed allora, il diamante degli occhi potrebbe liquefarsi in una lacrima.

Finché non riusciremo ad uscire da questo bisticcio escatologico sarà per noi impossibile impossessarci nuovamente di quella funzione originaria del dolore che passa inoltre attraverso la visione cristiana, oggi rifiutata con forza e con moda. E ricordiamoci che soltanto nell’esperienza, attraverso il dolore, si può arrivare alla verità della vita; non nella retorica, non attraverso un’impeccabile dialettica e non nella dottrina disincarnata. Un certo Emmanuel Mounier ha scritto che «occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne». Perciò solo grazie ad un inatteso fremito di linee, a un’anomalia della continuità interrotta del proprio cammino, si può sperimentare la morte che vivifica e che permette di toccare con mano il drappo proibito della vita.