di Sophia Thoenes

“l’enfer sont les autres!”- l’inferno sono gli altri: esclama, ormai sull’orlo dell’esasperazione Garcin, uno dei protagonisti della famosa composizione teatrale “A porte chiuse” di J.P. Sartre. Una frase che in sé sembra racchiudere tutta la tragicità dell’opera. Nel dramma sartriano infatti l’inferno è un luogo che si differenzia radicalmente da macabri e apocalittici scenari biblici o danteschi, spesso avvolti in un alone di arcano misticismo sacro. L’inferno di Sarte è un luogo oscenamente comune, un decadente palcoscenico su cui sfilano viscerali passioni, vizi dettati dalla voluttà dei sensi e quei peccati e peccatucci cosi mediocremente “piccolo-borghesi” quanto banalmente umani. Sarte unisce cosi pathos e pateticità umana in un un tormentoso susseguirsi di vessazioni psichiche, che i protagonisti dell’opera s’infliggono a vicenda. Il supplizio infatti a cui i personaggi sono condannati ha le proprie intrinseche origini radicate nell’intimità ontologica della stessa realtà umana, consistendo  nell’impossibilità più assoluta del singolo individuo di alienarsi dal giudizio altrui.

 “Quindi questo è ciò che è l’inferno. Non lo avrei mai creduto. Tu immagini: il fuoco e lo zolfo, la tortura. Ah! che farsa. Non vi è alcuna necessità di tortura: inferno sono gli altri.”

Lo svolgersi del dramma si può dunque definire una farsa fra il drammatico e l’assurdo, una farsa diretta dai personaggi stessi, legati fra loro da un legame d’involontaria dipendenza. Ciò rende possibile che essi assumano contemporaneamente le vesti del boia e del condannato, del carnefice e della vittima. Coma afferma infatti Inès, “Il boia è ciascuno di noi per l’altro.”.E cosi come la sentenza della loro condanna può essere espressa unicamente dagli altri cosi anche la loro possibile assoluzione. Garcin, Inès e Estelle sono infatti costantemente e in modo spietato sottoposti al giudizio altrui: la loro dannazione consiste appunto nel perpetuo “essere-oggetti per l’altro”.Gli altri protagonisti dell’opera, ma più in generale la società a noi circostante, le persone con cui curiamo rapporti interpersonali sono fenomeni sociali che vengono concepiti da Sarte come una forza aggressiva, insidiosa che pretenziosa avidità si annida nella coscienza dell’individuo, avviluppando quest’ultimo in una camicia di forza. La convivenza viene dunque concepita come una profanazione dell’individualità dell’individuo che mira a ridisegnarne l’immagine che esso ha di se. Immagine che appunto viene deformata dall’esterno.

La dimensione dell’esistenza umana cosi non è che un bieco riflesso, una proiezione prodotta e plasmata da una mente esterna. Ciò che sono, o credono di essere, esiste solamente in relazione alla concezione che gli altri hanno di me. Sono gli altri a vestire le vesti del boia in quanto il loro valutare, giudicare, stigmatizzare o semplice concepire il prossimo, priva quest’ultimo di quella autonomia nell’autodefinirsi, influenzando drasticamente il modo di concepire se stessi e percepire l’intima natura psicologica della propria persona.

Ha! (…) Come sei infantile! Ti sento nelle mie ossa. Il tuo silenzio urla nelle orecchie. Si può inchiodare la bocca affinché resti chiusa, si può tagliare fuori la lingua, è possibile impedire a se stessi di esistere?Potresti far cessare i tuoi pensieri..

E proprio questo fenomeno umano da cui risulta in ultima istanza l’odio, un sentimento smodato e disperato che mira allo svincolarsi dal opprimente sentenziare altrui, tentando di riconquistare un’ autonomia mutilata e quell’agognata libertà originaria che viene strappata all’uomo nel suo vivere in società con altri individui.
Scrive infatti Sartre nella sua opera “L’essere e il nulla”:

“L’odio mira a trovare una libertà senza limiti di fatto, cioè a sbarazzarsi del proprio impercettibile “essere-oggetti-per-l’altro” e abolire la propria dimensione di alienazione. Ciò equivale a proporsi di realizzare un mondo in cui l’altro non esiste.”