di Pietro Gambarotto

Tra i tabù linguistici iscritti con forza nell’Index Verborum Prohibitorum di quel Leviatano impalpabile che è il Politicamente Corretto, sicuramente ha un suo posto d’onore la parola ‘frontiera’. Difatti la frontiera, intesa come filtro alla mobilità, è da lungo demonizzata sia da chi sostiene la libera circolazione di merci e capitali (per poi richiedere a gran voce interventi statali nei momenti di crisi), sia da chi vedeva nei vecchi stati nazione un ostacolo all’internazionalismo socialista (prima) e alla ‘globalizzazione dei diritti’ (ora). Ecco dunque come questo Elogio delle Frontiere (tratto da una conferenza tenuta alla casa franco-giapponese di Tokio il 23 marzo 2010) di Regis Debray, intellettuale cosmopolita e già compagno di Che Guevara nel tentato colpo di Stato in Bolivia, non può che meritare di essere preso in seria considerazione. Se si cerca di ‘apprendere il proprio tempo nel pensiero’ si comprende facilmente come la difficoltà di riporre seriamente al centro della discussione il dibattito sulla frontiera deriva dalla sua profonda incompatibilità con quella che è stata chiamata alternativamente ‘globalizzazione neoliberale’, ‘mondialismo’ o, forse più opportunamente , ‘ideocrazia imperiale americana’. La sua demonizzazione infatti è perfettamente strumentale, allo stesso modo in cui l’Olocausto è diventato oggi un rito di espiazione cerimoniale e di giustificazione sionista con i suoi sacerdoti e turiferari. D’altro canto questa demonizzazione, lungi dall’aver risolto ogni contraddizione, conduce oggi direttamente a un paradosso: tanto più le distanze sembrano ormai facilmente affrontabili e si plaude alla libertà di circolazione turistica e alla ineluttabilità della circolazione dei migranti tanto più le frontiere si ergono spavalde. Si apprende dal pamphlet di Debray che dal 1991 si sono innalzati, soprattutto in Eurasia, ben ventisettemila chilometri di frontiere e altri diecimila chilometri sono previsti nel corso dei prossimi dieci anni (dati aggiornati al 2010). Mentre ‘l’orizzonte del consumatore si dilata, quello degli elettori si contrae’.

Come interpreta Debray questo fenomeno? Sebbene le singole situazioni possano essere complesse da analizzare, come spesso accade, si rischia che il richiamo alla complessità (totem accademico) servi da paravento  alla discussione di tesi scomode che, tutto sommato, racchiudono spesso verità piuttosto semplici. Ecco dunque che Debray individua la frontiera come un bisogno naturale dell’uomo e dei popoli, come custodia del Sacro (che come la parola santuario deriva appunto dal latino sancire) e della propria identità individuale e culturale. Risulta d’altronde evidentemente comune a tutti i miti a cui fondamento si pone una creazione dal nulla, l’idea di separazione (il Dio biblico separa la luce dalle tenebre, separa le acque che sono sotto i cieli da quelle che sono sopra i cieli, etc…). Questo legame che riconduce la frontiera al mito (o meglio: svela nel mito il carattere fondante della frontiera) chiama in causa nell’analisi di Debray direttamente la nostra Europa, questa creatura che, nata come comunità economica prima che politica, mostra al giorno d’oggi tutti i suoi limiti e le sue storture. Se difatti ‘nessun insieme può chiudersi all’aiuto dei singoli elementi del suo stesso insieme’ (quello che Debray chiama ‘assioma d’incompiutezza’) e se un insieme che si chiude è ‘un invito all’ascesa’, si capisce come in questa comunanza tra immanente e trascendente la chiusura si congiunge con una salita (l’obelisco, il campanile, la guglia) e la popolazione si fa popolo. L’Europa dunque, nel suo rifiuto a darsi una forma e nella sua conseguente impossibilità di darsi un mito fondativo effettivo, non può incarnarsi in nulla e tantomeno riconoscersi in un popolo.

Questo darsi forma non significa, come le malelingue potrebbero interpretare, una chiusura a ‘ciò che sta fuori’. La frontiera difatti non serve a precludere il passaggio ma agisce da filtro imponendo come prezzo da pagare il ‘non potersi sentire a casa propria ovunque’ che certo fa il verso alla pretesa, tanto in voga di questi tempi, di poter essere cittadini del mondo. Ma i cittadini del mondo, semmai nasceranno, non avranno più mondo da scoprire, difatti la frontiera vive di una ambiguità fondante che la porta ad essere allo stesso tempo indispensabile e preclusiva. Questo aspetto venne colto già da Levi Strauss in ‘Tristi Tropici’, il lavoro che per primo lo scoprì antropologo,  dove giungeva alla conclusione che, se da una parte ‘meno le culture umane erano in grado di comunicare tra loro e corrompersi a vicenda, meno i loro rispettivi emissari potevano accorgersi della ricchezza e del significato di quella differenza’ (1) dall’altra la curiosità e il corrispondente intrecciarsi di contatti con altri popoli portava inevitabilmente ad un omogeneizzarsi delle culture di appartenenza tanto da far sentire l’autore ‘vittima di una doppia incapacità, tutto quello che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza’. Oggi si tratta essenzialmente di porre dei confini che senza diventare muri possano permettere di confrontarsi con la diversità degli altri partendo dal riconoscimento (o almeno da una conoscenza storica consolidata) di un’identità comune che possa fondare una mitologia d’appartenenza e possa permettere così di rivendicare una sovranità in tutte le sue forme. Osserva inoltre Debray che l’innalzarsi di muri, piuttosto che una degenerazione della frontiera, sia una conseguenza del rifiuto di una demarcazione. Ciò vale per il muro di Berlino ma anche, emblematicamente, per il muro di separazione innalzato nel 2003 a suddividere Israele dai territori occupati. Il muro diventa infatti possibile a causa del rifiuto di voler stipulare un confine chiaro e concordato da entrambe le parti; il timore nutrito dai coloni della West Bank nei confronti del muro non solo non nega questa tesi ma la dimostra in quanto essi, fautori più estremi della causa di un Israele compreso tra le sponde del Mediterraneo e il Fiume Giordano, temono ciò che nel muro rappresenta una demarcazione e quindi un limite alla propria espansione.

La frontiera diventa dunque un limite da rivalutare, indispensabile al ripristino di una sovranità (economica, politica, militare) ormai espropriata. Essa si iscrive a pieno titolo in quel recupero del concetto di limite che può essere il fondamento per la ripresa di una critica seria al capitalismo e per la riapertura di un confronto schietto sulla comunità.

(1) Lévi-Strauss Claude, Tristi Tropici, Il saggiatore S.P.A., Milano 2008

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