di Daniele Zanghi

Fermare la divulgazione,la volgarizzazione della cultura.  Non è questione qui della cultura mediatico-popolare, la quale ha come ragione d’essere la consumazione, e implica quindi, in modo perfettamente logico, la standardizzazione o la simplificazione agevolante per fini produttivi, riproduttivi, potenzialmente infinitamente incrementativi. Non è questione nemmeno della Cultura con la maiuscola, quella che dà facili soddisfazioni al narcisismo umano, quella che costituirebbe un patrimonio da rispettare e da perpetuare nei secoli dei secoli dei secoli, e che Benjamin, Arendt, e tutti i tragici ultimi discepoli del sacro e dell’autorità volevano preservare e sottrarre dalla triturazione e dalla rifusione in un prodotto compatto, esponibile nelle librerie accanto ai prodotti sterili di quella non-cultura già citata. A minacciare l’azzardosa spontaneità dello spirito libero non sono però le casalinghe che sfogliano dei libri di pittura come si sfoglia una rivista, trovando un Raffaello, o chi volete voi, “carino”, come si trova carina una pubblicità graficamente molto elaborata; e non sono nemmeno gli studentelli che ascoltano Wagner perché gli fornisce la carica per studiare (sotto questo punto di vista la musica classica sta diventando come una bevanda energetica, come un mezzo per attivare il brain power), o che leggono Hesse senza mai esser stati assaliti dal terrore della propria bestialità, ma solo per estrarne una qualche vaga concezione dell’individuo liberato. Tutta questa umanità, lasciamo che si alimenti come meglio crede -sì, anche dei migliori frutti dello spirito-, e lasciamo a qualcun’altro il compito di mostrargli l’alienazione che risiede profonda nei sentimenti che possono avere di loro stessi e nelle idee di quella libertà della quale sanno benissimo di non essere all’altezza ma che agitano e sbandierano, forse per non sfigurare di fronte a loro stessi, forse per pararsi ai propri occhi di quella dignità minima necessaria ad un esemplare che si rispetti della (vanitosa) razza umana. La fustigazione delle eterne apparenze è affare di polemista , e questo articolo non intende essere, per così dire, un esercizio di smascheramento.

No, non è l’appropriazione e l’abuso della Grande Cultura che bisogna arrestare. A dire il vero, il termine stesso di cultura è improprio a caratterizzare la letteratura in questione, in quanto essa non è il prolungamento o la terminazione di nessuna tradizione, e non intende crearsi attorno dei discepoli o fare proselitismo; soprattutto, anche se la si può situare storicamente o culturalmente, non la si può determinare. Essa è la letteratura che mina la sicurezza della letteratura; è ciò che attenta al pensiero che pretende essere una chiarificazione di una non si sa quale verità interna di sentimento o di ragione; è un’assassina che recide le corde dell’anima continuamente irrigate dalla membrana perenne della vita; ed è anche il coltello scintillante e sicuro come un urlo, o la chiave scattante per un’effrazione in un nuovo piano della realtà caleidoscopica. Arrivati al punto in cui anche la critica dell’accademismo è cosa accademizzata (come si può insegnare il Surrealismo?), scagliamo dunque qualche anatema contro coloro che hanno voluto dissezionare la potenza del pensiero-grimaldello e ficcare le sue membra ormai morte, mortissime, in delle personali quanto infondate caselle che esalano tanto l’atmosfera asfissiante del pensiero sistematico.

Maledetti voi professori che intendete dare lezioni di filosofie e di arti che per vivere davvero dovrebbe solamente esser lasciate in pace. Voi non siete che tracciatori di assi direttori e costruttori di successioni logiche, che, a vostro avviso, dovrebbero facilitare la comprensione dei testi ai vostri studenti idioti -non ancora idioti quanto voi, che realmente credete in tutto e per tutto alle vostre categorie, alla reale sottomissione di quest’elemento a quest’altro. Maledetti voi ricercatori che scavate come talpe avide nelle pagine altrui: voi dite per un necessario processo ermeneutico, un processo che presiede alla successione e al progresso delle generazioni umane, benché in realtà lo facciate perché non avete un briciolo di vita autonoma. Avete bisogno di avere l’illusione di conoscere qualcosa, e soprattutto di quest’impressone, perché tutti i vostri vaniloqui intellettuali non sono niente senza una certa legittimità della materia, i cui criteri servono soltanto a difendere il privilegio dei vostri cervelli debilitati di gloriarsi del sapere conferitogli da quel campo del sapere. Vi specializzate in un argomento insignificante considerata la vastità della vita, e parassitate degli autori fino a sciuparli di tutta la loro potenza sovversiva. Sovversivi autorizzati di terzo, quarto, decimo grado: ecco cosa siete. Maledette infine le reti di professionisti della cultura, che diffondono il sapere come in una riunione di onanisti viene diffuso il seme, ossia schizzandoselo addosso e complimentandosi a vicenda sulla sua densità, la sua ricchezza e sul suo particolare colore. Le pubblicazioni di LinkedIn non possiedono nemmeno la virtù fertilizzante del vero sperma, ma sono delle asettiche informazioni virtuali che si inseriscono con una coerenza perfetta nelle logiche dell’industria globale della cultura. Esse vivono qualche giorno, qualche mese, poi vengono sostituite da nuove pubblicazioni più aggiornate, che a loro volta subiscono un rinnovo, e così l’onda travolgente dell’accumulo non lascia dietro di sé che dei testi smorti, temporalmente circoscritti, che, come degli OGM, dopo aver fruttato una volta sola si inaridiscono a tal punto da non esser più buoni nemmeno per la concimazione.

Professori, ricercatori, reti di professionisti: interrompete subito le vostre lezioni, le vostre ricerche, le vostre pubblicazioni. La cultura deve tornare ad essere realmente elitaria, vale a dire acquisibile solamente attraverso un tormento neuronale e dei naufragi sinapsici sconosciuti a coloro per cui lo spirito è questione di sillogismi e di artifici logici, e a coloro per cui il suo valore si misura con gli strumenti mercantili dei diplomi e delle filiazioni accademiche.