In tempi recenti si è sviluppato il cosiddetto mercato dell’arte. Una lapide imponente sulla tomba di quest’ultima

Nella società odierna il ruolo dell’artista diventa sempre più marginale. La colpa di questo fenomeno non va ricercata solamente nell’opinione pubblica che non è più in grado di porsi come ricevente dei messaggi che solo attraverso l’arte possono essere trasmessi. Alle persone l’arte non interessa più, o l’interesse dimostrato risulta indirizzato ad assegnare all’opera d’arte un posto in un salotto di casa. L’arte sta diventando ormai mobilio. Non meno colpevoli gli artisti. Un’artista di oggi, sempre che così si possa definire, non cerca, almeno nella maggior parte dei casi, di rappresentare nell’opera (grafica, pittorica, letteraria) sentimenti comuni o individuali, problemi sociali, non cerca di smuovere l’animo dell’osservatore.

Come una prostituta vende la sua arte, il suo talento, ammesso che lo possieda. In tempi recenti si è sviluppato il cosiddetto mercato dell’arte. Una lapide imponente sulla tomba di quest’ultima. L’introduzione del denaro nel mondo artistico ha fatto in modo che oggi l’arte non rappresenti più nulla, se non il desiderio di guadagno, un guadagno che va oltre un giusto sostentamento dell’artista e un’equa circolazione di liquidi nel mondo artistico. Il sistema capitalistico ha ormai inglobato anche l’emozione, il sentimento e in una società in cui tutto è destinato al consumo, dai prodotti industriali al benessere, le opere d’arte vengono considerate prodotti di un artigianato inutile, frutto dell’ambizione individuale. La competizione sociale che ci affligge ha coinvolto anche gli artisti, che ora lottano per emergere tralasciando la loro funzione originaria. Gli artisti del 2000 non cercano più l’emozione o il sentimento, cercano la novità. Ed è proprio questa continua ricerca di innovazione che distrugge il rapporto uomo-natura sempre presente nell’arte di ogni epoca. Nasce così il rapporto artista-artista, un confronto che invece di dimostrarsi costruttivo partorisce un’omologazione tra i fautori delle opere. Perché per comprendere un significato di dubbia esistenza di un’opera contemporanea è necessario fare ragionamenti astratti e spesso inconcludenti? Che fine ha fatto l’arte immediata, che sconvolge l’animo all’istante? Dove sono finiti Friedrich, Manet, Monet, Renoir, Van Gogh, Munch? Eppure viviamo in un’epoca dove di problemi ce ne sono, dove i sentimenti delle persone contano e andrebbero espressi attraverso l’arte.

Ma gli artisti si amalgamano con la realtà sociale, come molti altri, e si lasciano ingannare dalla stessa ambizione che li imprigiona, contribuendo così al danno irreparabile arrecato all’arte stessa. Da attento osservatore l’artista diventa complice del virus sociale che ha infettato anche la sfera emozionale. Il filosofo tedesco Walter Benjamin sosteneva che la causa della cosiddetta “perdita dell’aura” dell’opera fossero i mezzi per riprodurla in grandi quantità. In questo modo si perde il piacere di osservare un componimento artistico originale. Il discorso non vale per le “nuove arti” come cinema e fotografia, per cui non è necessaria la vista dell’originale per approfondire l’indagine dell’opera. La contemplazione di un prodotto di una nuova arte è più complessa. Per esempio per un film il susseguirsi delle immagini rende impossibile una contemplazione omogenea, e si deve quindi riflettere sul significato intrinseco. Per Benjamin non era solamente questo l’ostacolo, ma anche la politica che nel Ventesimo secolo esercitò una notevole influenza sugli artisti, per gran parte prima indipendenti. La “politicizzazione” dell’arte ha portato a una trasmissione di messaggi banali, ma adatti a far presa sulla gente.

In compenso alla perdita dell’aura gli artisti si rivestono di arroganza, credendosi profeti. Persone di questo genere esistevano anche prima, come testimonia Baudelaire, il quale condannava aspramente il poeta-prostituta che vendeva la sua arte. Nella nostra società l’arte è marginalizzata e la situazione non sembra migliorare. Nuove tecniche sono state introdotte, l’utilizzo della tecnologia è una costante nella nostra quotidianità, ed è quindi comprensibile che per l’artista di oggi sia assai difficile rapportarsi all’arte. Ma questa si avvicina sempre di più a un prodotto figlio della superficialità e del qualunquismo, invece di risultare il frutto di una ricerca elaborata dall’artista per spezzare le catene del mondo odierno che lo legano. Uno scrittore moderno mentre scrive pensa alle copie che venderà, un musicista rende un testo banale perché la canzone risulti orecchiabile, un pittore immagina il denaro che riceverà per un quadro venduto a uno “snob” qualsiasi, che probabilmente di arte capisce ben poco. E allora pretendiamo di più da tutti coloro che arrogantemente si reputano artisti, inconsci dell’importanza che questo ruolo deve rivestire nella società di questo secolo.