Il fascismo è vivo, il fascismo è morto.

E’ questo uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni nello scenario politico nazionale. Un classico che non guasta mai, come un film sul Canto di Natale di Charles Dickens piazzato in palinsesto tra la vigilia e santo Stefano. La dipartita o meno del fascismo interessa gli uomini della strada, forse per il bisogno di sentirsi politicamente impegnati, che ne discutono sporadicamente durante una conversazione in ufficio o a calcetto, ma manda letteralmente in visibilio gli esponenti politici di qualsiasi colore.

La ragione di tanta passione probabilmente va ricondotta all’uso strumentale che i rappresentanti delle istituzioni fanno di questa tematica, che diviene un’utile arma di distrazione di massa, che agita la folla creando vere e proprie tifoserie, distogliendole dalla mediocrità dei frutti del lavoro parlamentare e dai problemi strutturali che il paese vive e che vanno periodicamente aggravandosi. Così, da un lato vi è la sinistra radical chic che urla a un altro 1922 e scende in piazza rispolverando le bandiere rosse, intonando Fischia il vento e leggendo le lettere di qualche povero partigiano, morto in sacrificio per quella libertà di cui oggi si può godere, e che solo per tal motivo meriterebbe d’essere lasciato in pace. Sia mai che questi ipocriti, ammantati di belle citazioni e aforismi ad effetto si straccino le vesti e vadano a manifestare per quella povera classe operaia ormai falcidiata e bastonata da imprenditori sempre più dispotici, che mortificano ogni giorno di più i loro diritti.

Dall’altro lato però lo spettacolo non è meno grottesco, con una destra ormai sovranista ai limiti del nazionalismo, che mette benzina sul fuoco della rabbia e dell’insoddisfazione, gonfiando il mostro dell’intolleranza verso le minoranze attraverso una dialettica che è un mix tra bullismo scolastico, finto fervore religioso e sentimento nazional-popolare, dove si crea una connessione tra baciare il crocifisso e bloccare in mare una nave con a bordo poveri cristi. E proprio quando davanti a tutto questo scempio vengono tacciati come “fascisti”, la replica di questi patrioti monta in un’indignazione e in un vittimismo stucchevoli, di chi si sente bollato come camicia nera solo perché ama l’Italia, e vuole salvaguardare la cultura, il lavoro e il benessere da coloro che potrebbero, con la loro diversità, metterla a rischio.

Un’adunata di Balilla

Alla fine della fiera, in realtà, nessuno di loro crede in un ritorno del fascismo, nessuno lo vuole, neanche a destra; è solo un effetto speciale per spaventare le masse intellettualmente inermi, come i messaggi subliminali nei dischi rock degli anni ’60. Anzi, l’idea di un ritorno delle braccia tese quasi attira lo scherno dell’establishment e di molti intellettuali, che ritengono tale esperienza irripetibile solo perché il nostro sistema scolastico ci ha narrato la tragicità di quegli eventi, solo perché l’esercizio democratico e la formazione civica che ogni cittadino vive nel corso della propria esistenza dovrebbero essere vaccino sufficiente a tale morbo. Dinanzi a questa beata sicurezza, però, interviene a lanciare un serio avvertimento la nobile signora del sapere, la storia, che, citando Antonio Gramsci, “insegna, ma non ha scolari”.

Proprio setacciando la storia contemporanea ci si può imbattere in un esperimento sociale che ha scavato in fondo al lato più oscuro dell’animo umano, ed è ancora più inquietante se si considera che i protagonisti sono ragazzi nati e cresciuti in una democrazia. La vicenda è nota come “La Terza Onda”. Il luogo e il tempo in cui si svolgono i fatti, in realtà, inviterebbero a ben altra storia: si tratta dei ribelli anni ’60 e siamo in California, nella San Francisco Bay Area, dove si trova la Silicon Valley, che di lì a poco sarebbe stata il teatro di un’altra grande rivoluzione. I protagonisti non sono attivisti o guerriglieri, bensì un professore e i suoi studenti; il palcoscenico non è un ghetto o una fabbrica occupata, ma un’aula scolastica.

“L’onda”, film del 2008 diretto da Dennis Gansel, ispirato alle vicende della Cubberley High School di Palo Alto

Nel 1967 Ron Jones è un giovane professore di storia e letteratura alla della Cubberley High School di Palo Alto e, come molti i suoi coetanei, è un idealista e un sognatore. Figlio di quei tempi furiosamente anticonformisti che furono i Sixties, caratterizzati dal rifiuto delle regole e da uno stile di vita spirituale e libero, Ron è un professore atipico in quella scuola a tradizione conservatrice. Cerca subito di instaurare un clima più amichevole e confidenziale con i suoi studenti, si fa chiamare Ronny e durante le sue lezioni cerca di coinvolgere in dibattiti i suoi studenti, cercando di far sbocciare soprattutto la loro sfera emotiva.

Siamo nella prima settimana di aprile e Ron è alle prese con una lezione che lo sta mettendo in difficoltà. Deve parlare ai suoi studenti dei regimi totalitari in Europa, nazismo e fascismo, ma non riesce a coinvolgerli: nulla di quello che dice arriva alle loro giovani menti, che al contrario trovano inverosimile che un intero popolo abbia potuto per così tanto tempo accettare quell’orrore, che dovevano essere per forza ignari di tutto ciò. Ron allora ha un’illuminazione: se, per spiegare loro come un popolo possa sottomettersi totalmente in nome di un’idea di ordine e progresso libri e tesine non sono efficaci, allora è lecito tentare con un esempio pratico che li veda coinvolti direttamente.

La mattina seguente, allora, appena entrato in classe con gli studenti, comunicò loro l’inizio di questa specie di gioco, impartendo una serie di regole. Non potevano più sedersi dove e come volevano, non potevano più intervenire liberamente o interrompere la lezione, non potevano più chiamarlo Ronny, ma, per quel giorno sarebbero dovuti entrare in classe ordinati e silenziosi, sedere a determinati posti scelti da lui, stare seduti composti e a braccia conserte, avrebbero dovuto chiamarlo Mr Jones e avrebbero potuto porre quesiti solo con tre parole. Addirittura, Ron fece fare più volte delle prove finché i ragazzi non entrarono in classe silenziosi e marziali.

Frame dal film “L’onda”

Inizialmente riteneva che i suoi studenti non l’avrebbero preso sul serio, ma con suo grande stupore vide che invece loro seguirono alla lettera ogni sua indicazione. Forse incuriositi dallo strano gioco, rimasero attenti e rispettosi a seguire la lezione, generando anche un miglioramento nel profitto generale della classe. Al che, Ron pensò di proseguire l’esperimento e portarlo a un livello successivo. Infatti il secondo giorno, dopo l’ingresso ordinato e rispettoso degli studenti, comunicò altre importati disposizioni. Innanzitutto loro non erano dei banali studenti di liceo, ma facevano parte di un movimento chiamato “La Terza Onda”, chiamata così perché quando le onde arrivano in serie la terza è sempre la più potente, e i suoi membri avrebbero necessitato di una divisa per essere riconoscibili – una camicia bianca con un jeans – di un tesserino per essere identificabili e un saluto per sentirsi fratelli. Questo gesto consisteva nell’estensione del braccio, con similitudini alquanto preoccupanti col saluto nazista.

Mr Jones non impone solo uno stile, un dress code, ma anche un ideale e un motto:

Forza attraverso la disciplina, forza attraverso l’unione, forza attraverso l’azione, forza attraverso l’orgoglio.

Ma soprattutto il professore introduce uno scopo: obbedire, seguire ciecamente il leader, cioè lui stesso. L’esperimento si rivela a quel punto interessante e molto utile per esplicare la lezione sui totalitarismi; sembra poco più di un gioco, ma di lì a poco rivelerà aspetti inquietanti. Il terzo giorno non c’erano più solo i trenta studenti iniziali, ma se ne aggiunsero altri tredici da altre classi; probabilmente la notizia si stava spargendo nella scuola e molti altri avrebbero voluto entrare a far parte del movimento. A preoccupare era però l’eccesso di zelo e l’assenza di alcuna individualità da parte degli studenti dell’eseguire gli ordini di Mr Jones. A quel punto la loro reale convinzione era che quello non fosse un esperimento, ma qualcosa di realmente reale e grandioso.

Alla fine della giornata le camicie bianche arrivarono a duecento. Sembravano pronti a tutto, questi esponenti della Terza Onda, arrivarono a formare un gruppo interno incaricato di selezionare gli aspiranti nuovi membri, che sarebbero entrati attraverso un rito d’iniziazione. Costituirono addirittura un servizio d’ordine per impedire che intrusi o contestatori potessero disturbare o interrompere il leader durante le sue lezioni. Una sottomissione cieca in assenza di spirito critico che sembrava aver trasformato degli adolescenti in membri del terzo Reich.

Le proporzioni del problema iniziarono a notarle gli altri professori, che vedendo questi ragazzi in camicia bianca contestare le loro lezioni ed entrare in conflitto con gli altri, decisero di parlarne a Ron. Il professore era altrettanto preoccupato perché vedeva che l’indottrinamento aveva raggiunto il picco massimo: le camicie bianche arrivarono a denunciare quei membri ritenuti da non abbastanza ossequiosi, chiedendo pene esemplari. Il professore capì che premendo su alcuni tasti della giovane e sensibile psiche di quei ragazzi, utilizzando il proprio carisma e il fascino di regole strumentali a un fine superiore, aveva ricreato le dinamiche della Germania degli anni Trenta. Ma capì anche che era ora di porre fine a tutto, prima che avvenisse il peggio.

La mattina del quarto giorno convocò tutti i membri della Terza Onda in classe per un’importante comunicazione e si ritrovò dinanzi duecento camicie bianche, tutte in riga. Lui invece era alla cattedra con un televisore acceso, ma senza segnale. Comunicò ai ragazzi che il leader mondiale del movimento stava per fare un comizio in cui avrebbe annunciato la propria candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, generando tensione altissima nell’aula, ma la sorpresa per i militanti fu grande. Infatti, dopo pochi secondi apparve sullo schermo un documentario sul nazismo e su Adolf Hitler.

Prontamente Ron prese la parola per spiegare ai ragazzi che tutto quello che avevano vissuto non era reale: la Terza Onda non esisteva e, comunque, ecco spiegate le dinamiche che spingono un popolo tra le braccia della bestia. La reazione dei ragazzi fu inizialmente una totale delusione mista a rabbia – che inizialmente porterà qualcuno ad aver bisogno di sedute dallo psicologo – ma la maggior parte di loro tornerà semplicemente alla vita precedente, così come il loro ex leader, che tornerà a essere il solito professore stravagante.

Non catalogato ufficialmente come esperimento sociale, il caso della Terza Onda rappresenta però un insegnamento ancora attualissimo in una società così facilmente influenzabile dalle fake news, dove la maggior parte dei cittadini vive una condizione d’ignoranza funzionale che impedisce di comprendere il significato di un testo dal linguaggio tecnico, o solo particolarmente forbito. Se a ciò aggiungiamo uno stato di totale smarrimento ideologico e valoriale, un quadro degradante dei costumi e dell’economia, appare chiaro che l’attenzione verso il rischio di una tale deriva non deve calare. Perché, come sosteneva Freud:

La folla è un gregge docile incapace di vivere senza un padrone. È talmente desiderosa di obbedire che si sottomette istintivamente a colui che le si pone a capo.