Gli scioperi e le manifestazioni contro il cambiamento climatico e la difesa del pianeta Terra sono ormai una realtà piuttosto frequente, il movimento delle sardine riempie le piazze italiane chiedendo a gran voce il rispetto della democrazia; gli stessi partecipanti rifiutano qualsivoglia colore politico dichiarandosi, semplicemente, democratici. Seppur appena un po’ oscurati dal recente clamore mediatico dei primi due, anche i movimenti in difesa dei diritti delle donne non perdono terreno. Questa è una situazione singolare. È possibile dire che siamo nell’epoca in cui si scende in piazza per difendere i mezzi e non i fini? A quanto pare sì, e la cosa non può non lasciare perplessi.

Terra, democrazia, diritti, sono tutti mezzi. Questa condizione è tutt’altro che da liquidare perché in essa sono contenute implicitamente le contraddizioni della società contemporanea. Che la sopravvivenza della Terra e il suo sostenibile sfruttamento sia un mezzo di sopravvivenza non ha bisogno di essere ulteriormente argomentato, e del suo significato ci occuperemo nella conclusione. Anche la democrazia, come è noto, è semplicemente un mezzo per decidere chi ci debba governare, per delegare cioè l’esercizio della sovranità. E i diritti? Qualcuno potrebbe comprensibilmente sostenere che essi siano fini e non mezzi. Tuttavia anche questi, in fondo, si possono considerare come quei mezzi ritenuti necessari per vivere dignitosamente in una comunità; ciò attraverso cui si può essere inclusi attivamente nell’insieme politico.

La tesi è la seguente: alcune conquiste storiche sono state propagandate come se fossero finalità di ogni società. Cioè: una società giusta è una società che coincide con diritti e democrazia. Era, semplicemente, falso perché questi sono mezzi. La differenza sta tra tutelarli oppure no. Se li si tutela davvero, allora nascerà una società diversa da quella attuale; se non li si tutela – grazie al fatto di averli presentati come acquisiti definitivamente, ma in realtà usandoli per altri scopi – il risultato lo abbiamo davanti agli occhi.

In prima istanza è opportuno sottolineare che non si lotta per i fini perché una discussione pubblica e razionale sul fine della società umana è considerato un (non troppo) piacevole intrattenimento tra intellettuali, un innocuo esercizio di pensiero che va avanti da Platone ad oggi – e ciò è ovvio se pensiamo che i mezzi siano i fini.

Come scrisse giustamente Tony Judt in Guasto è il mondo:

Non ci chiediamo più, di una sentenza del tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo. Erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta. Dobbiamo reimparare a porci queste domande. (…) Quella da cui siamo affetti è una disabilità discorsiva. Semplicemente, abbiamo perso la capacità di parlare di queste cose. Negli ultimi trent’anni, ogni volta che ci interrogavamo sull’opportunità di sostenere una certa politica, una certa proposta o una certa iniziativa, ci limitavamo ad argomentazioni relative a profitti e perdite, tematiche economiche nel senso più ristretto. Ma questa non è una condizione umana istintiva, è un gusto acquisito.

Ma non è questo il punto che qui si vuole evidenziare; che ormai nella mente di tutti campeggi in sovraimpressione il tatcheriano motto There is no alternative è cosa fin troppo evidente. La questione è, semmai, questa: non parliamo più dei fini certamente perché la propaganda e il condizionamento valoriale hanno trionfato, ma se dibattiamo ancora sui mezzi – i quali avrebbero dovuto condurci a una società migliore – è evidente che questa società non si è realizzata e, elemento ancor più inquietante, discutiamo di argomenti di cui si discorreva anche un secolo fa, fatta eccezione per la questione della sopravvivenza del pianeta.

La società di mercato di fine XIX secolo ha assecondato, in accordo con le forze politiche liberali, le richieste di diritti e di democrazia pensando che, nella nascente società di massa, sarebbero state importanti leve per l’estensione incontrastata del modello capitalistico fondato sui consumi di massa. A causa dell’aumento demografico e della progressiva e inarrestabile industrializzazione, chi deteneva il potere economico capì il tornaconto dell’estensione dei diritti. Occorreva tutelare i lavoratori, concedere a sempre più persone la possibilità di scegliersi i propri rappresentanti politici, che avrebbero dovuto essere preferibilmente i partiti liberali – così organicamente connessi con i grandi gruppi industriali.
Parlamenti che concedevano pensioni di vecchiaia, d’invalidità, aumenti salariali, sussidi di disoccupazione erano ben visti e ben foraggiati dal Capitale che, in tal modo, poteva alimentare la domanda per la sua produzione sempre in eccesso.

Questa sintesi, che meriterebbe sicuramente ben altro approfondimento, ha lo scopo di introdurre il corollario della prima tesi: le conquiste sociali – ottenute sia in paesi che avevano al loro interno partiti d’ispirazione socialista con pericolosi consensi per l’establishment politico-economico, come in Germania; sia in paesi dove questo pericolo non sussisteva, come in Inghilterra – sono state ottenute usando diritti e democrazia come mezzi per la crescita economica e non come mezzi per una società più giusta; finché essi sono serviti, sono stati presentati e avallati come conquiste della civiltà – cioè presentandoli come fini, obiettivi di un progresso sociale oltre che economico – e in tal modo si è fatto credere a milioni di persone che in una civiltà fondata sull’unico imperativo dell’accumulo del capitale ci potessero essere traguardi definitivamente raggiunti. Al contrario, erano mezzi temporanei per la crescita del profitto.

Torniamo ad oggi e chiediamoci: cosa chiede, chi chiede diritti? Ad esempio, le donne chiedono pari opportunità nel mondo del lavoro anche a livello di pari trattamento economico. Ma la donna (così come chiunque altro) serve alle società capitalistiche come lavoratrice e consumatrice, la questione filosofico-politica della pari dignità è chiacchiera inutile. Una donna che resta incinta è solo un ulteriore peso per un’azienda che teme sopra ogni cosa che cali la produttività.

Occorrerebbe uno Stato che, se davvero avesse come faro della propria azione politica il mantenimento di quei fini, senza considerarli meramente come mezzi, tutelasse la maternità. Purtroppo, invece, le nostre stanche democrazie non hanno né la voglia né la forza per farlo. Cos’altro significano l’assenza strutturale di fondi per l’istruzione, per la prevenzione del dissesto idrogeologico, il crollo della sanità pubblica (a vantaggio di quella privata), del sistema pensionistico se non che, finalmente, il re è nudo?
Sembra incredibile, ma di fronte a quello che dovrebbe essere l’ABC della politica nazionale, cioè la tutela della collettività nei bisogni fondamentali, si compiono solo passi indietro. Ci si limita a dire “Non ci sono fondi” e tutto viene messo a tacere. Ma come mai, di grazia, non ci sono fondi? Lo stato di diritto, liberale e democratico, imperniato sul profitto privato e sul non scontentare mai i potentati economici (magari, ad esempio, con una seria lotta all’evasione) si è messo dei vestiti che ha ritenuto di togliersi non appena le circostanze glielo avrebbero permesso.

Governo Monti: le lacrime del ministro del Welfare Elsa Fornero al momento di presentare la riforma delle pensioni (2011)

La richiesta di democrazia cosa significa? Le manifestazioni nelle piazze di questi giorni e di quelli passati, intestate a partiti di destra e a movimenti apparentemente apolitici, invocano spesso la parola democrazia – lamentando, riguardo ad essa, cose diverse – e, anche per questo concetto, si può agevolmente osservare che non è mai stato un fine per le nazioni europee, ma solo un mezzo. Le piazze riempite negli ultimi tempi da persone di ogni genere hanno chiesto una politica “seria”, cioè che non alzi i toni e che rispetti i valori democratici allontanando ogni tentazione autoritaria (come è drammaticamente avvenuto in America Latina nello stesso periodo). Tuttavia questa sacrosanta richiesta guarda il dito e non la luna, perché l’opera di svuotamento del concetto di democrazia è ciò che ha preparato il terreno ai movimenti politici di destra ed estrema destra. E questo svuotamento, ancora una volta, è stato reso possibile da uno Stato supino alle esigenze del mercato, dall’anonimo e concreto potere economico. Che la politica non debba vomitare parole d’odio trova tutti d’accordo, ma se non capiamo le cause e ci limitiamo a chiedere “più serietà” non andremo lontano.

Nella parola democrazia compaiono due concetti: popolo e potere. Il primo concetto indica, come recita il vocabolario on line della Treccani:

Il complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione.

La globalizzazione, cioè il vero e autentico fine del capitale almeno dal XIX secolo (per non dire dal XVII), è riuscita a erodere in modo costante e inarrestabile gli elementi di questa definizione.
Immigrazione – che è ben precedente a quella “emergenziale” degli ultimi anni e dovuta alla necessità dell’abbattimento dei costi della manodopera – colonizzazione linguistica, rinuncia a ogni simbolo e tradizione identificante, sincretismi culturali imposti dalle esigenze del consumismo di massa, non potevano che innescare una reazione.

Un popolo è quel che è in base a un preciso e saldo radicamento territoriale e culturale. Ciò non significa immaginare società statiche ma società mutevoli – è una necessità – per inglobamenti e acculturazioni basati su ritmi che possano consentirli, altrimenti è un trapianto che, giocoforza, genera un rigetto violento. Se a ciò si aggiunge l’altro diktat imposto dal mercato del lavoro, cioè la precarietà – presentata, ҫa va sans dire, come opportunità – dov’è la tutela del popolo? Cos’è il popolo? Si parli di deliberata atomizzazione del corpo sociale invece che di comunità nazionale.

Se il concetto stesso di popolo è stato progressivamente annichilito dai processi economici, non va tanto meglio al secondo concetto, quello di potere: l’eterodirezione della politica nazionale da parte dell’Unione Europea è un’accelerazione alla disgregazione e alla tendenza reazionaria. Qui non si vuole nemmeno tentare una discussione su quanta cessione di sovranità sia costata l’unificazione europea, se sia giusto o meno sottostare alle regole europee anche se lesive dell’interesse nazionale. Tuttavia, anche ammettendo che l’Unione sia cosa buona e giusta sono evidenti due elementi su tutti: in primis, non vi è sufficiente pubblicità dei trattati europei; che si parli di fiscal compact o Mes, le reali implicazioni di ogni firma sono imperscrutabili. Sicuramente è un problema molto italiano, causato dall’impreparazione della nostra classe politica, euroscettici su tutti, ma non è così scontato che il cittadino medio di qualche virtuosissimo Stato del Nord Europa sia consapevole e informato di cosa si firma a suo nome.

Certo, si risponderà che sono cose molto tecniche, ma allora quanta democrazia c’è in trattati e accordi i cui termini la maggior parte dei cittadini europei ignora, e che sono appannaggio di una ristretta cerchia di notabili e super-tecnici? C’è stato un periodo simile in cui pochissimi leggevano, intendevano e interpretavano: era l’Egitto dei faraoni, non proprio un faro della democrazia. Se la democrazia è un fine, occorre pubblicizzare e informare il popolo – che in una democrazia ha diritto ad essere informato, fatto salvo il principio della delega rappresentativa – sulle decisioni politiche che in suo nome vengono prese.

Idea populista, questa? Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto scrive:

Sospendere le leggi così in alto, che nessun cittadino le possa leggere, come faceva il tiranno Dioniso – o, altrimenti, nasconderle nel prolisso apparato di libri dotti, (…) ancora, per di più, in un linguaggio strano, sì che la conoscenza del diritto vigente sia accessibile soltanto a coloro che si sono addottrinati in esso – è un solo e medesimo torto.

Se ciò non bastasse, il palese valzer di interessi economici che gira intorno addirittura agli atti fondativi dell’Unione Europea è cosa non meno grave per il costante indebolimento della democrazia. Ha fatto abbastanza scalpore un’intervista rilasciata non molto tempo fa da uno dei protagonisti della politica degli anni ‘90, Romano Prodi, il quale ha ammesso candidamente di aver ricevuto il compito da parte del capo dello Stato dell’epoca – a sua volta latore del diktat dell’Unione Europea – di privatizzare tutto il privatizzabile.

Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi

Ora: se così è, privatizzare significa molto semplicemente fare gli interessi di qualcuno – anche dando per buono l’adagio apologetico del capitalismo, secondo cui l’interesse di pochi fa l’interesse della collettività – e allora non è solo per un oscuro complottismo che si arriva alla conclusione che, dietro le decisioni politiche comunitarie e le dichiarazioni di nobili intenti, vi sia se non un’eterodirezione quantomeno il placet del Capitale. Si può ottimisticamente pensare che i potentati economici siano rispettosi dell’autonomia politica di Bruxelles, ma sarebbe far torto alla ragione credere che i provvedimenti possano trovare attuazione, o anche solo possibilità di discussione, pur non piacendo ai grandi interessi.

Ad ogni modo, la prova che nell’organizzazione europea vi sia un vulnus per la democrazia lo disse chiaramente l’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, nel libro Cinquant’anni di vita italiana:

L’Unione europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione di problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie del governo e del Parlamento.

Questa frase è da considerarsi come l’ennesima riprova della tesi iniziale: diritti e democrazia sono stati solo leve del potere economico, involucri che il profitto globale ha lasciato sulla strada non appena le condizioni glielo hanno permesso. Questo è il motivo per cui ancora oggi si parla delle stesse questioni di più di un secolo fa. D’altronde, non avrebbero mai potuto essere fini non solo perché altrimenti oggi non sarebbero in discussione, ma anche perché altrimenti non si sarebbe prodotta una società così fortemente diseguale.

Diritti e democrazia non sono fini, ma mezzi per un fine più grande: una società giusta, cioè equa e solidale, vale a dire organica. La società giusta è quella società che ha come fine l’unità dei suoi membri. Se la società giusta è un fine, si tratta allora di concepire tale fine nel senso del finalismo interno degli organismi, secondo cui l’unità e la conservazione dell’organismo (cioè la giustizia della società) sono lo scopo immanente delle sue parti e dei relativi processi vitali. In quest’ottica, democrazia e diritti (sociali e quindi civili) non possono che essere quei mezzi i quali, se raggiunti compiutamente, garantiscono spontaneamente il fine principale.

In definitiva, allora, la questione è questa: solo adesso, forse, cominciamo a capire che quelli che ci erano stati presentati come mezzi concessi definitivamente per la valorizzazione sociale ed economica di tutti e di ciascuno, in realtà tali non erano. Essi sono stati passaggi obbligati creati dalle dinamiche legate all’aumento del profitto. Si può sperare che adesso, capito che trattasi di mezzi da tutelare per un fine più grande, esista la possibilità di resistere al There is no alternative. Ma quale sopravvivenza si può garantire alla comunità se la sua stessa permanenza sulla Terra è minacciata? Ecco che entra in scena, in maniera inversa rispetto al problema dei diritti, la questione del pianeta Terra che, considerato da sempre un mezzo, si è trasformato in fine.

Il “fenomeno” Greta Thunberg

Dunque: quelli che sono stati considerati fini erano mezzi, quello che è sempre stato considerato un mezzo adesso diventa fine, e lo può diventare perché le sue pessime condizioni hanno unito anche quella piccola parte di persone da sempre riottose a unirsi alla maggioranza. La piccola ma onnipotente percentuale di multimilionari che hanno tirato le fila della storia sono sempre stati fuori dalla società, non ne hanno mai condiviso i problemi, non hanno avuto intenzione di partecipare al suo destino. Visto che il fine era il dominio, questi individui hanno condizionato “da fuori” il pianeta e i suoi abitanti secondo la logica del finalismo esterno: ogni parte, dalla materia prima al lavoratore che genera profitto, ha il suo fine fuori di sé fino ad arrivare – secondo una sequenza che il Mercato spera essere senza intoppi – a quell’agente esterno, letteralmente fuori-dal-mondo, che inietta la sequenza prevista di desideri e paure. Ma per quanto il potere economico voglia condizionare senza condizionamenti, essere fuori dal mondo – da ciò deriva la volontà di emergere e una psiche affetta dalla sindrome di un perenne isolazionismo – è pur sempre in questo mondo.

La novità concettuale rappresentata dall’emergenza planetaria è che, per la prima volta, anche il “club dei 26” (cioè di coloro che detengono la ricchezza di quasi quattro miliardi di persone) è costretto a subire il medesimo destino di tutti. Ne è sintomatico l’interessamento alla questione climatica da parte dei grandi ricchi. La furia degli elementi è ciò che, letteralmente, li ha riportati sulla Terra minacciandoli della cosa che più temono: un destino comune e livellatore.