di Stefano Luzi

Verso l’attività politica, intesa come confronto di idee per meglio comprendere e indirizzare il nostro agire nel mondo, predomina nei giovani una forma di estraneità, se non di aperta e ostinata insofferenza. La sfiducia indotta dall’osservazione dell’arida realtà intrappola molti caratteri che, per disposizione e per capacità, saprebbero contribuire a un miglioramento generale. Avvilimento, questo, rinforzato dalla consapevolezza che le forze e i numeri che determinano l’andamento della società esulano dalla portata della volontà individuale. Lo sforzo necessario a ottenere risultati che impattino la dimensione collettiva appare titanico e verosimilmente infruttuoso.

A dispetto dell’equazione uomo – animale sociale prevalgono quindi comportamenti individualistici: si vive perlopiù confinati nelle proprie bolle. L’impulso alla politica è disattivato, messo a tacere, e ogni ambizione è concepita e coltivata nel quadro della sfera privata.

Questa tendenza insedia, sotto forma di circolo vizioso, lo stato di salute delle democrazie: coloro che sentirebbo la necessità di ridiscutere il pensiero dominante, che con le sue squallide derive egoistiche – ammantate di un realismo politico povero d’immaginazione secondo cui “è così che gira il mondo” – imprigiona le menti, si ritirano spontaneamente nelle proprie nicchie, lasciando tutto lo spazio decisionale a figuri dalle mire più ristrette, spesso autoreferenziali; queste si soddisfacibili, ma incompatibili con una visione d’insieme della società, con quella limpida e lungimirante progettualità che è essenziale alla buona politica. La stessa possibilità del progresso (concetto sì vago e positivistico, ma non per questo insignificante) è ostacolata a tal punto da farlo risultare a molti un abbaglio della ragione.
Lo spettacolo non può che emergere grigio, miserabile e tale che il cinismo ne esca rafforzato; la distanza dal centro operativo della società aumenta.

Ma, ci si chiederà, perché a restare in gioco dovrebbero essere necessariamente gli inetti, gli opportunisti? E’ senza dubbio un assunto forte, esagerato, ma ragioniamoci un po’ su.
In un sistema che sfavorisce continui ricambi nelle istituzioni l’approccio finisce per essere in or out: chiunque non intenda immolare la propria intera esistenza alla politica delega ai professionisti. Poi, non reputandosi tale, si sente più o meno libero di astenersi dal serio approfondimento, da un quotidiano esercizio critico.
Questa maggioranza di individui, eterogenea in termini di abitudini e grado d’intelligenza, indirizzando altrove le proprie energie, la propria curiosità e il proprio ingegno, è di fatto tagliata fuori. “La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi”, scriveva Platone nell’Apologia di Socrate.
La minoranza meglio informata e provvista di un’autonomia di giudizio tale da vedere oltre il velo dell’apparenza politica – basata su artificiosi antagonismi che alimentano un dibattito controproducente rispetto al nocciolo dei problemi – è anch’essa caratterizzata da una certa etereogeneità in opinioni e preferenze, e non ha comunque il peso necessario ad esercitare un effettivo controllo sui nostri rappresentanti, a loro volta sottoposti alle tipiche pressioni esterne e deviazioni interne che il potere comporta. (nota 1)

Del resto, nella società di massa serpeggiano piacevoli distrazioni e facili condizionamenti.
La multimedialità, nonostante l’eccezionale potenziale emancipativo, tende a fare tutt’uno con stili di vita – bisogni e desideri – integrati nell’establishment ed utili ad esso.
“Il flusso irresistibile dell’industria del divertimento e dell’informazione reca con sé atteggiamenti ed abiti prescritti, determinate reazioni intellettuali ed emotive che legano i consumatori, più o meno piacevolmente, ai produttori, e, tramite questi, all’insieme.” (2)
Tale quadro promuove proprio la summenzionata visione ristretta, imperniata sulle faccende personali, sul culto dell’effimero e sull’indifferenza (talvolta sofferta e forzata, a seconda del grado di consapevolezza dell’individuo) rispetto alle sorti della restante umanità.
Vigilanza costante e messa in discussione del dato, strumenti essenziali alla libertà, sono compromessi a tutto vantaggio della governance.
Un popolo perlopiù imbevuto di pensieri frivoli e prevedibili facilita di molto azioni inosservate ai vertici: corruzione, affarismo, ingerenze antidemocratiche sotto forma di prescrizione o manipolazione dell’agenda politica, ricorrente calpestazione di quelli che, sulla carta, riconosciamo come diritti fondamentali. Tutto ciò che non avviene sotto il nostro naso è come se non esistesse. A questo è ridotto l’uomo.
Consolidato il noto predominio dell’economia sulla politica, prospettive e comportamenti vantaggiosi per la comunità e per la specie (per non soffermarsi sul resto del vivente e sulla biosfera tutta, che neanche in prospettiva egoistica riusciamo a tenere in considerazione) hanno vita dura .

La tendenza a deresponsabilizzarsi non può d’altronde dirsi estrenea alla “natura umana”.
Il sollievo percepito nell’eludere, spesso autolesionisticamente, una decisione scomoda, delegandola a terzi, è una reazione ben nota a qualunque osservatore; e quale gioia, quale fervore nell’aderire a dogmi che liberano dalla sofferta convivenza con crucci e aporie! Ma è forse questa la sede per dilungarsi muovendo invettive al fideismo acritico?
Senza ombra di dubbio, si.
Per quanto grande lo sforzo, l’unico modo di dare un impulso vitale e, oserei dire, evoluzionistico alla cività (3) di cui facciamo parte è rompere con il sonnambulismo accondiscendente, smetterla di disimpegnarsi, di “farsi una risata” ad ogni costo.
Dissentire formalmente, laddove la prassi quotidiana sostiene il sistema che è considerato marcio, è inefficace. Per uscire dalla sudditanza il cittadino deve “farsi istituzione”.

Certamente si tratta di un sogno, ma il presente, con le sue criticità, offre nuovi spazi di manovra, e chissà che tenendo gli occhi aperti non si possano intravedere tentativi interessanti di rimescolare le carte.
Lo status quo è stupido. Dannatamente stupido.
Una politica meglio impostata, un’umanità meno cieca, meno autolesionistica, più consapevole dei propri fini e dei propri mezzi – tutto questo non avvalora la vita del singolo? Chiamiamolo pure egoismo esteso.
Ecco, se il concetto di altruismo dovesse farvi storcere il naso, se doveste considerare vanità ed egocentrismo come tratti caratteriali ineludibili, perché non provare a compiacere se stessi attraverso una certa lucidità di spirito? Comportamenti atti a rendere il mondo un po’ meno disgraziato non sono innanzitutto segni di amor proprio?
Il nichilismo, sul piano politico e ancor più su quello esistenziale, ha la sua ragion d’essere, ma alla lunga può annoiare. E allora ben venga l’ottimismo della volontà contrapposto al pessimismo della ragione. Lo spirito d’utopia è l’unica forza motrice in grado di opporsi alla stagnazione avvilente, e questo, la ragione deve pur riconoscerlo.
L’Illuminismo non deve morire. (4)
(1) – Da qui lo stato di crisi dell’attuale sistema rappresentativo, che andrebbe ripensato, riformato, forse superato – ma questo è un processo troppo ampio per poter esser trattato adeguatamente in questa sede.
(2) – L’uomo a una dimensione, H.Marcuse, 1964
(3) – Non reputo casuale l’assenza, nel linguaggio comune, di questo termine in tempi recenti. E’ forse una forma di pudore o di cattiva coscienza quella che ci trattiene dall’uso di un simile, altisonante concetto?
(4) – “Illuminismo è l’uscita dell’uomo dalla minorità di cui è egli stesso colpevole.
Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro.
Colpevole è questa minorità, quando la sua causa non stia nella mancanza di intelletto, bensì nella mancanza di decisione e di coraggio nel servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto!
Questa è dunque la parola d’ordine dell’Illuminismo.”
Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo, I.Kant, 1784