Così recita il secondo comma dell’art.1 della Carta Costituzionale della Repubblica Italiana. Domandiamo: <<Questa sovranità appartiene davvero al popolo?>>. Risposta: <<NO!>>

Il popolo ha definitivamente perso la sovranità nell’ottobre 2012, quando dopo un anno dal governo Monti, imposto all’Italia da Rockefeller, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, astratto garante della fedeltà costituzionale. Ha annunciato, a Roma, in un convegno dei Maestri del Lavoro, che per “risolvere” la crisi, occorreva CEDERE la sovranità nazionale alla BCE. A confirma et imprimatur  di quella nefasta dichiarazione, Van Rompuy, da nessun popolo europeo eletto all’incarico che tutt’ora svolge, dichiarò appena pochi giorni dopo che l’epoca delle sovranità nazionali era finita. E’ bene chiarire, che la cessione della sovranità nazionale si ha con la cessione sancita della sovranità monetaria, per cui –di fatto- l’Italia abolendo dal 1992  la convertibilità della moneta e firmando gli accordi che avrebbero poi portato alla tragedia-truffa dell’euro, privatizzando la Banca d’Italia (che oggi è una partecipata persino dagli arabo-sauditi, oltre che da Tedeschi e Francesi), è da quell’epoca soggetta al debito usuraio. Mancava, però, la dichiarazione pubblica di cessione della sovranità monetaria/nazionale. Vi ha provveduto Giorgio Napoletano, tradendo la Carta Costituzionale. Repubblica: una parola che significa moltissimo nella filosofia politica italiana, da millenni: la nostra res publica, dopo venti anni di martellamento mediatico sulla inutilità della nazione, sulla truffa dell’unità nazionale, è finalmente diventata una res privata: siamo ritornati al diritto patrimoniale del medievale concetto. In tal guisa,  i reggitori dello stato (monarchi assoluti o neo-regnanti come i banchieri odierni) possono cedere, come in effetti fanno (sempre più spesso pezzi del territorio nazionale sono posti in vendita ed acquistati da facoltosi stranieri), anche intere regioni: lo scopo inconfessato di questo parlamentarismo cialtrone è quello di smembrare l’unità territoriale italiana, trasformando il Sud nella portaerei permanente sul Mediterraneo, a tutela degli interessi bellici dell’aggressionismo liberista a marca anglo-americana; restituire il Centro ad una forma di governo neo-temporalista, consegnare il Nord dell’Italia in orbita tedesca. L’immigrazione selvaggia, resa incontrollabile dal globalismo (v., per es., il Trattato di Schengen), favorirà quella spinta di popoli che, falsamente attratti dal paradiso occidentale, apriranno la via al confusionarismo culturale e politico, lasciando libere le risorse dei paesi di origine, di cui si approprierà il mundialismo capitalista (Banche d’affari, Multinazionali del settore dell’energia e dell’agro-alimentare; guerre per il petrolio, per i semi alimentari, sentenze favorevoli agli OGM, sentenze contrarie alle identità culturali, intellettuali, alimentari, produttive [il prodotto artigianale, frutto di un pensiero e di una cultura specifica sono quanto di più contrario agli interessi del globalismo economico e tecnocratico]). Il Manifesto della pan-Europa di Coudenhovi-Kalergi trova la sua realizzazione.

E’ arrivato il momento di riprendere il concetto di Nazione e, per quanto riguarda noi, di Nazione Italiana.

Siamo certi che i lettori di queste nostre pagine sappiano che cosa sia la Commissione Trilaterale: non li tedieremo, pertanto, nella spiegazione; diciamo soltanto che – dall’epoca della sua nascita ad oggi – questa Commissione si è configurata come la Chiesa della “santa alleanza” fra Capitalismo globale e Internazionalismo Comunista: ciò è confermato dal fatto che dalla caduta di Gorbaciov i membri della Trilaterale di fatto hanno tenuto d’occhio i nazionalismi. Jean  Poncet, del gruppo Bilderberg, ebbe a dichiarare che “il nazionalismo è un capitolo superato della storia europea”; Jean-Claude Casanova (Trilaterale) riconosceva che “Il solo successo del comunismo è stato quello di contenere il nazionalismo “, nel mentre Edmund De Rothschild (appartenente alla famosa famiglia di banchieri e finanzieri ebrei) molto chiaramente affermava: “La struttura che deve essere distrutta è quella della nazione.” (cfr. Marco Dolcetta: “Politica Occulta”). Orbene, noi crediamo che chiunque voglia ben vedere, non possa che notare come in effetti, oggi, parlare di “nazione” e di “nazionalismo”, non solo è desueto quanto addirittura “pericoloso”. Il “nazionalista” oggi si porrebbe al di fuori del mundialismo, al di fuori di ogni relazione “democratica” e “pluralista”: ma per quanto noi ci sforziamo, davvero non riusciamo a capire perché “relazionarsi internazionalmente” debba significare promiscuità globale, mundialismo informe, senza carattere distintivo, senza personalità, quindi appiattimento becero su stereotipi comportamentali culturali, in cui la politica è soltanto il salotto del denaro transnazionale ed evasore. Il nostro popolo sta subendo da decenni un martellamento mediatico senza pari; così come nelle pubbliche scuole l’attributo nominale “nazionale” serve solo ad indicare un incontro di calcio. Vietato discutere di Nazione: tutti si scoprono antinazionalisti: da chi lo è sempre stato a chi lo vuol diventare, senza capire un fico secco di quel che significa la parola stessa. Ci si riscopre borbonici, clericali, celti più o meno padani, crucchi alla “Cecco Beppe” e quant’altro il serraglio di una pletora plebea più o meno acculturata reputa di essere. Purtroppo, tali personaggi trovano anche il megafono alle loro follie (ben remunerate). Nessuna offesa è risparmiata all’Italia ed a Roma. I casi son due: o l’inquinamento atmosferico ha avvelenato il sistema neurobiologico di una parte del nostro popolo, o le commistioni etniche nel corso dei secoli han fatto sì che, dovunque, si sia- apparentemente almeno- affermato il sangue dei Cartaginesi o dei Barbari del Nord. In quanto al chiericume che ammorba i Sacri Colli dell’Urbe, affidiamo ai Divini Dioscuri ed alle verghe dei sacri Fasces, custoditi nel Tempio di Venere Libitina, il nostro pensiero di giustizia. Le strategie neo giobertiane della Segreteria di Stato Vaticana, ed addirittura la partecipazione papale alle celebrazioni per il centocinquantesimo anno dell’Unità patria, sono stati uno specchietto per le incaute allodole che pensano di conciliare un ancor mefitico potere temporalista -apparentemente senza Territorio, ma con inimmaginabile influenza politico-finanziaria sempre col naso nelle decisioni politiche nazionali- con le radici della storia italica, sviluppatesi nel giardino pre-romano ed urbico della occulta Saturnia Tellus (Latium, a latendo; Latium<>Italum), dal seme della Tradizione lucumonica e numana-pitagorica. Insomma, l’attuale clericalismo- avendo compreso di non potere più contare sulle armi straniere d’occupazione, come un tempo- tenta di “cavalcare la tigre” pur di non perdere la sua influenza pseudo spirituale sul popolo italiano; influenza, in realtà assai praticamente politica –intervenendo la CEI o la stessa Segreteria di Stato nelle più dirette questioni di scelte socio-economiche e culturali dello Stato- ponendo dei pratici freni (indebite ingerenze, a nostro non sommesso avviso) alla stessa civile azione di governo. Fino a quando, la nostra Patria, la nostra Nazione, dovrà sopportare i continui plurisecolari tentativi degli eredi dei barbari di ieri e di oggi, le loro trame tese a minarne l’Unità territoriale ed il senso di solidarismo comunitarista?

Fino a quando? Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris ?(Fino a che punto, Catilina, approfitterai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi? A che limiti si spingerà una temerarietà che ha rotto i freni? Non ti hanno turbato il presidio notturno sul Palatino, le ronde che vigilano in città, la paura della gente, l’accorrere di tutti gli onesti, il riunirsi del Senato in questo luogo sorvegliatissimo, l’espressione, il volto dei presenti? Non ti accorgi che il tuo piano è stato scoperto? Non vedi che tutti sono a conoscenza della tua congiura, che la tengono sotto controllo? O ti illudi che qualcuno di noi ignori cos’hai fatto ieri notte e la notte ancora precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisioni hai preso?). 

Citiamo il noto passo, con tutta la simpatia per il Catilina classico (Cicerone prese un tragico – e non il solo- abbaglio; infatti -seppure iniziato ai Misteri di Iside e, indubbiamente, grandissimo intelletto- mai seppe comprendere né la divina essenza di Caio Giulio Cesare, autentico Pontifex [fedelissimo di Cesare, fu-invece- il fratello di Marco Tullio, Quinto, valorosissimo ufficiale nella XIII legio al seguito del discendente di Venere], incarnazione meno della volontà del senato terreno, quanto piuttosto del Nume della Dea Roma e del suo Genio [e Cesare ben sapeva dell’innocenza di Catilina, e quanto tentasse di operare per la protezione del mos maiorum]. Il genio che fece costruire in sette giorni il ponte sul Reno, che prese Alesia, l’Egitto dei Tolomei e gettò le fondamenta dell’Impero dei Romani, fu vero adepto del Mistero isiaco: Cicerone non capì né lui, né il fine scopo di Catilina: salvaguardare la res publica.) Invertendo i ruoli, poniamo in stato di accusa il Cicerone di turno (clericalismo, secessionisti, finanza internazionale, nuova alleanza di trono ed altare.) Nei tristi tempi che viviamo, in cui bande di scellerati politicanti di destra e di sinistra infangano il Corpo della Saturnia Tellus, preparandosi a separare- per iniqua legge – l’Unità dell’Essere Italia – questi stessi ignobili e dis-onorevoli mentecatti della politica più triviale sono condannati dal Tribunale occulto dei Numi Arcani alla pena peggiore: alla distruzione della loro anima, a non più ritornare, dissolvendosi il loro nucleo vitale nel Fuoco divoratore del campo astrale: all’Eroe che continua ad amare la Vergine Dea, spetterà un posto nel tempio celeste, come genio tutelare della Patria.