Come vi sentireste se la vostra squadra del cuore giocasse in un altro continente? Arrabbiati, infelici, anche infastiditi. E forse avreste anche ragione. Ma i tifosi del Palestino non si sentono affatto così, anzi. Siamo a Santiago de Cile, un tempo crocevia di migranti da ogni parte del globo. Italiani, francesi, portoghesi, spagnoli. E Il Club Unión Española nè un perfetto esempio al pari dell’Audax Italiano, due tra le squadre cilene più importanti. Un connubio di culture diverse integrate nelle varie comunità. E poi ci sono loro, i palestinesi, insediatisi nel povero barrio di Patronato agli inizi degli anni ‘20. Qui, tra case basse e affitti abbordabili, gli anziani parlano arabo e i giovani spagnolo. Da Ramallah a Santiago, a volte il passo è veramente breve. Una storia di orgoglio, passione e sentimento che va avanti dal 1920, quando un gruppo di emigranti provenienti dalla cittadina di Osorno fondò il Club Deportivo Palestino in ricordo della patria lontana. Una storia intrisa di calcio e politica di cui i Tricolores ne sono la massima espressione.

Dopo aver eliminato il Nacional di Recoba nel turno preliminare, gli Árabes hanno centrato una storica qualificazione in Copa Libertadores che mancava da ben 36 anni. In Palestina (dove l’emittente Al Jazeera trasmetterà l’intera manifestazione) hanno fatto l’alba pur di veder giocare i propri beniamini, la cui maglia da gioco richiama proprio i colori della terra natia: rosso, nero, bianco e verde. Circa un anno fa – quando tra Israele e Gaza imperversava la guerra – il club sostituì il numero uno con la mappa della Palestina prima del 1948, escludendo di fatto lo Stato di Israele. Poi vinse le prime 3 partite, ma la comunità ebraica si arrabbiò a tal punto che la squadra fu multata di 1300 dollari e le magliette vennero bandite dalla federazione (il Centro Simon Weisenthal accusò il club di ‘fomentare istinti terroristici’). I giocatori, di pronta risposta, per la gara contro il Cobreloa si disegnarono la mappa sul braccio salvando la memoria degli avi. Un gesto di solidarietà per porre fine ai bombardamenti. A Sud di Santiago, lungo la Avenida El Parrón, sorge inoltre l’Estadio Municipal de la Cisterna, casa del club dal 1988 (prima si giocava all’Estadio Nacional o al Santa Laura). E’ un modesto impianto da 12.000 posti, per certi versi anche obsoleto e decadente. Ma nonostante tutto rappresenta il cuore pulsante degli aficionados arabes che ogni benedetta domenica giungono in massa dai quartieri limitrofi per assistere alle gare del club, attualmente terz’ultimo nel Torneo de Clausura.

Uno dei giocatori più rappresentativi è stato Roberto Bishara, nato proprio a Santiago nel 1981. Il difensore è tutt’ora considerato una bandiera, quasi una leggenda. Ha indossato la gloriosa maglia del Palestino dal 2000 fino al 2013, salvo una breve parentesi al Siantiago Wanderers nel 2004. Poi ha appeso gli scarpini al chiodo all’età di 33 anni, rimanendo nei quadri della società come dirigente. In carriera ha indossato per ben 26 volte la maglia della neonata Palestina, tenendo fede alle origini paterne. Un mito da queste parti, dove l’identità e la tradizione valgono anche più di qualche trofeo. Tra le sue fila il club vanta anche un allenatore di prestigio, ingaggiato nel ’90 ancora fresco di laurea in ingegneria. Era Manuel Pellgrini, oggi manager del Man City. Il Palestino vanta anche due titoli nazionali (1955, con il grande Elias Figueroa come capitano, uno dei calciatori cileni più forti di sempre, e 1978), e due Coppe di Cile (1975 e 1977), ma la vittoria non è mai stata la prerogativa principale del club. Meglio tener fede alle origini e rappresentare con orgoglio la propria terra, anche se situata a 13mila chilometri di distanza.

FP