Il mondo moderno rivendica a sé il fatto di aver spalancato le porte ad un’etica del rispetto e dell’accettazione del diverso, di ciò che non si conosce, che non è proprio di una certa cultura o che prima d’ora non era stato sufficientemente considerato né rispettato. Le epoche storiche precedenti a quella contemporanea sono state accusate di dogmatismo e di pregiudizio. Dalla rivoluzione francese del 1789, passando per Marx ed Engels fino ad arrivare alla rivoluzione culturale del 1968, si è cercato di abbattere le diversità tra ricco e povero, uomo e donna, morale ed immorale. L’idea secondo cui tradizione e storia altro non avevano fatto se non contribuire all’edificazione di una società ingiusta e patriarcale, basata sullo sfruttamento e sul pregiudizio, ha profondamente influenzato il pensiero degli intellettuali e successivamente delle masse che, con l’avvento delle prime forme di democrazia rappresentativa, hanno assaggiato il sapore dell’eguaglianza sociale e politica. Ma le conseguenze della Rivoluzione Francese, e l’idea secondo cui un popolo può essere tanto il prodotto della propria storia e dei propri costumi, quanto il risultato di una pianificazione ragionata, ha avuto risultati che sono andati ben oltre la sacrosanta conquista dei diritti civili. Con la nascita ed il consolidamento delle liberal democrazie, il cerchio si è chiuso: siamo tornati al punto di partenza. Anzi, la società odierna, per le ragioni che vedremo, si trova ad essere la più spietata di sempre nei confronti di chi è diverso. E’ la società del pregiudizio per eccellenza.

Per comprendere meglio il discorso, occorre soffermarsi su un passaggio cruciale. Prima della Rivoluzione Francese, esistevano enormi differenze sociali e di ruolo, per cui un contadino non era in grado di percorrere la strada di un nobile, né una donna poteva mirare alla carriera politica di un uomo. La società patriarcale e classista aveva oscurato determinati orizzonti. Il problema era dunque sociale, al massimo politico. Dalla Rivoluzione in poi, i diversi tentativi di rovesciare questo stato di cose sono andati tragicamente oltre l’obiettivo di partenza. Gli eroi del progresso non si sono limitati ad una rivoluzione strutturale che garantisse a tutti i cittadini, quanto meno, la possibilità di gareggiare per il premio e, in caso di sconfitta, di non soccombere sotto il peso del vincitore, ma si sono adoperati nella direzione di una rivoluzione antropologica. Non si è cercato di migliorare la condizioni del povero, ma di tagliare la testa al ricco, affinché non vi fosse alcuna differenza tra i due; non si è cercato di dare alla donna dignità, maggiori possibilità e rispetto in quanto donna, bensì rendendola il più possibile simile all’uomo, e rendendo l’uomo sempre più simile alla donna al fine di eliminare alla radice, mera illusione, le differenze altrimenti riscontrabili nei loro percorsi esistenziali. In altre parole, ha prevalso la volontà di abbattere le disuguaglianze sociali abbattendo la diversità tra gli uomini, o per meglio dire, tra gli esseri viventi. Seguendo questo ragionamento, per esempio, la donna non si emancipa in quanto donna, ma in quanto essere che non ha nulla di diverso rispetto all’uomo, dal genere al ruolo sociale.

Per raggiungere questa stazione, dove tutti possono tutto perché nessuno è niente, è necessario abbattere un altro odioso gigante, inviso al falso progresso moderno: la morale. Non esiste una morale collettiva, storica, comunitaria, spirituale, e non esistono neanche più morali, ciascuna tipica di una determinata cultura. Esiste invece l’assenza di morale, ovvero la morale individuale, per cui ognuno sa cosa è bene per se stesso, ognuno giudica, entro certi limiti, cosa è morale e cosa non lo è. Grazie a questa operazione, l’essere umano viene liberato dalle catene della storia, del dogma, delle tradizioni, dei costumi, dei pregiudizi. Cambiano vittime e carnefici: chi non si adatta a questa anarchia antropologica viene perseguitato, il grido di battaglia è “vietato vietare”. Si passa dalla possibilità per tutti gli uomini di possedere il diritto di essere, al divieto di essere diverso. Chi dice diversità, dice differenza, chi dice differenza dice disuguaglianza, chi dice disuguaglianza dice pregiudizio. Chi dice diversità è vittima di pregiudizio. Guardare per credere.