Non sempre le più alte aspettative e speranze, giungono sane e salve nel porto della sicurtà storica. Quel che poteva sembrare impossibile, purtroppo è avvenuto da molto tempo oramai, ma fattici i conti, ci siamo subito messi il cuore in pace e abbiamo imparato dolorosamente a tirare avanti, come il fato ci impone. Oggi, l’Italia non è ancora molto dissimile da come la dipingeva Dante Alighieri sette e passa secoli addietro, tuttavia qualcosa è cambiato, almeno apparentemente. Dando una breve, pure superficiale, occhiata alla travagliata storia nazionale dal 476 p.e.v. in poi, ci rendiamo subito conto di come sono state le invidie, le avarizie e gli egoismi, alcuni dei più decisivi fattori della graduale quanto lenta e dolorosa decadenza di una delle prime unità nazionali europee. Certo, oggi il solo ricordare e per qualche istante concretizzare, un vastissimo assetto valoriale, socio-economico e politico, risulta utopico, risibile se non ridicolo, sì, ovviamente, ma solo per chi ignora. Come si è già fatto, si potrebbe anche qui imbastire l’annosa questione della nascita e della caduta di Roma, purtuttavia, nuovamente, ci si scorda di un finissimo grano d’oro, l’imprescindibile dettaglio che scuote le menti e i cuori: Roma, simulacro dallo spirito perduto, è ancora viva seppur claudicante e con essa la plurale realtà italica. Risulta giusto ricordare che oggi, come già più di duemilacinquecento anni addietro, l’Italia era divisa, ma allo stesso tempo unita, sotto molti aspetti.

L’arrivo di una “religione” – passabile come una S.p.A. ante litteram – non indigena e malevolmente soverchiante come il cristianesimo, ha senza alcun dubbio acuito le gravi crisi già preesistenti, sovvertendo irrimediabilmente l’ordine sociale e divino per proporne uno nuovo, più semplice, seducente, accattivante, migliore di qualsiasi pubblicità contemporanea. Ma va bene così, tutto a posto, oggi i conti con la storia sono stati fatti e, come appare evidente alle stragrandi maggioranze, le fedi abramitiche sono state svelate per quello che sono: dei moloch forieri di incomprensioni, oscurantismi e deprecabili atti di violenza.

1) Il Triskelion: simbolo largamente usato in tutto il mediterraneo europeo e vicino orientale, oggi è divenuto caratteristico della tradizione celtica e druidica, pur essendo stato utilizzato ancor prima da Micenei, Greci, Italioti Siculi (Trinacria) e più in generale da molti popoli del Neolitico.

2) Il Mjöllnir: ovvero il martello del Dio Thor è da secoli uno dei massimi simboli della cultura tradizionale norrena, venendo oggi adottato da svariate comunità politeiste nordiche. Nella sua versione orientale è accostabile al Vajra di Indra.

Qui non è possibile condannare la violenza, poiché viviamo costantemente in essa da millenni, però deve essere riconosciuta una sostanziale differenza fra le sue varie sfumature; quella religiosa, rimane una delle peggiori onte del genere umano. Grazie Joshua e Mohammad, a saperlo, potevate pure rimanervene nel deserto. Proprio oggi, che il mondo è sconquassato dal cosiddetto terrorismo di matrice islamica, dovremmo ancor di più renderci conto che non è la via musulmana che ci porterà ad una conciliazione plurale e pacifica, come ovviamente, non lo è stata quella cristiana ai tempi; per il momento, non possiamo che assistere a questo scontro titanico fra pseudo civiltà, finché una delle due non lascerà il posto all’altra: tutti conoscete l’esito dell’incontro e il ring, non può essere che l’Europa.

Appurato che il monoteismo proselitista – a differenza dello schivo quanto elitista ebraismo – non può divenire coerente caposaldo sia della cultura nazionale che europea – è necessario ricordare ai lettori cristiani che da Benedetto XVI si è passati a Francesco? – rimane un terribile vuoto: a cosa aggrapparsi? C’è chi ancora scorge le vesti di Venere, le saette di Giove ancora squarciano i cieli tersi e l’Egida di Minerva è ancora lì, dove l’abbiamo abbandonata.

1) Il sole di Verghina, o anche stella macedone: tale simbolo (molto noto anche in contesti vicino orientali) fu usato diffusamente in Grecia come simbolo sia religioso che legato ad ambiti bellici. Famosi utilizzatori furono i membri della Dinastia Argeade, fra cui Filippo II e Alessandro Magno. Divenne poi, in epoca romana, previa diminuzione dei raggi, la rappresentazione del Sidus Iulium.

2) Dio Giano Bifronte: uno dei simboli più arcaici e noti della Religio tradizionale romana. Il doppio volto del Dio ha svariate accezioni simboliche, fra cui in maggior rilievo, quella di porta fra il passato (raffigurato come un uomo barbuto) e il futuro (rappresentato da un giovane imberbe) nonché (legandoci a tradizioni orientali) di marcatore di un terzo stadio intermedio, a volte identificato temporalmente con il presente, altre con l’apertura del terzo occhio mistico.

L’appello centrale è quello di ritrovare una spiritualità, di tornare ad essere anime fra anime, anziché consumatori e schiavi di un capitalismo sfacciatamente alla frutta. Stracciata e rubata la toga del pontificato massimo, onorata da illustri uomini oggi pressoché dimenticati dai più, si rimase orfani di una cultura pan-mediterranea, ma come se ciò non bastasse, l’Italia venne divisa da chi ben ricordava la sua antica forza, una temibile energia da ammansire al più presto: il nord, grezzo, incivile, perso il treno con Teutoburgo, si è voluto rifare a modo suo, dandosi la ridicola apparenza di universale sovranità, mera ombretta rispetto alle passate colonne – Federico II lo sapeva e se ne crucciò parecchio  – così ci si ritrovò in una patria dal grande passato, ma divisa politicamente, secondo un preciso schema dettato dalle nuove potenze europee ascendenti.

Dobbiamo essere sinceri, una volta per tutte, l’unità nazionale del 1861 è stata, formalmente e sostanzialmente un fallimento: ci si ritrova ad avere a che fare con una serie di profonde ferite geografiche, culturali ed economiche, le quali hanno, almeno superficialmente, intaccato irrimediabilmente il nostro essere, in quanto nati su un determinato suolo ed oramai in larga parte assuefatti ai pensieri dominanti di stampo liberal-progressista. Imponentemente, solide e invitte, perdurano alcune portentose grappe, a cui dobbiamo affidarci severi e sicuri, ma persistono dall’altro canto, i rematori della piccolezza e della pochezza: quel che oggi è l’italiano, dal più colto al più imbelle, appare come il risultato di una lenta, tragica sequela di omissioni e incredibili botte di Alzheimer.

Abbiamo imparato ad avere paura del nostro breve passato, in una ambigua e preoccupante spirale di indottrinazioni, decise a farci correre come matti alla volta di irreversibili e dogmatici crepuscoli. Mondialmente, l’Italia e gli italiani sono stati sbeffeggiati ben più di una volta a livello istituzionale e politico – tralasciando il dispotismo economico a cui siamo soggetti – proprio per l’incapacità di ricordare, ovvero, tornare pienamente coscienti di sé. Molti ne hanno già scritto e metaforizzato sopra, ma è forse una grande entità che prima di altre, ci si manifesta, utopica, non terrena, immortale. Si rischia di sembrar banali, ma la banalità molto spesso ben marcia con la logica realtà.

La Tammurriata nera è l’espressione artistica dell’unione fra mondo antico, esotismi medievali e scenari di neocolonialismo. Scritta nel 1944 da E. A. Mario e Edoardo Nicolardi la Tammuriata prende ispirazione da un evento realmente accaduto negli anni dell’occupazione: una donna diede alla luce un bambino avuto con un afro-americano, fatto destinato a ripetersi molte volte. La Tammurriata nera è divenuta, nonostante la giovane età, una canzone-manifesto della cultura folkloristica mediterranea, pur trattando di un tipo di argomento tragico quale la sottomissione del popolo napoletano ai piedi dell’invasore. 

Vivacchiamo in un paese senza alcun tipo di memoria storica, sulla carta nato ieri, indifferente ai disagi e alle sofferenze altrui, occupato militarmente e politicamente – lo si può dire apertamente – costantemente vessato a livello internazionale – i nemici politici di Teutoburgo son sempre quelli –. Una terra di colmate, razzie e ruberie, il paesello della cuccagna per macellai arabi arricchiti e unti ingordi mandarini, dove il furbo campa e l’onesto soccombe. Lo statarello che anziché bastonare e fucilare la feccia mafiosa e le schiere di politicanti ladri e parassiti, preferisce abbandonare i suoi figli alla spazzatura d’oltreoceano, all’assenza ideologica, alla pauperità e pochezza umana, all’oblio intellettuale, agli sballi di una sopravvivenza grama.

Abbiamo davanti a noi un’esistenza triste e inutilmente dolorosa, senza gloria, tragicamente coronata da una morte indecente, fra pannoloni, badanti e quattro spicci di pensione, il tutto in uno squallido e grigio palazzone di periferia. Ma viviamo proprio qui, questa è l’Italia di oggi: la mente corre a Muzio Scevola, Cincinnato e ai Gracchi, non si fa in tempo a ricordarci che il mediterraneo è la legittima casa comune, condivisa tra i nostri fratelli europei e nordafricani, che poi giungono, come mannaie, le parole di certi strombazzoni ubriaconi, i quali, in uno stato realmente democratico, ove il popolo si governa e gestisce per la collettiva prosperità, sarebbero già stati ostracizzati da tempo, se non peggio. L’Italia è quel paese stereotipato, fra camorristi e ‘ndranghetisti che gesticolano, ove le forze dell’ordine, senza prospettiva né senso dell’onore, massacrano di botte una vittima drogata dal sistema e danno una pacca sulla spalla ai collusi.

Testa bronzea del primo quarto del III secolo a.e.v. su busto rinascimentale attribuita a Lucio Giunio Bruto. Senza soffermarsi su dettagli simbolici ed iconografici, ma volendo ricercare una grossa radice culturale d'Italia, possiamo identificare questa nell'azione politica di Bruto, fondatore della Repubblica e Console. Il sistema repubblicano, instauratosi nel 509 a.e.v. e sopravvissuto almeno formalmente fino alla dinastia dei Severi, fu un perfetto connubio fra sistemi democratico-popolari ed oligarchico-aristocratici, nonché il fattore di maggiore consolidazione della cultura classica, dapprima rappresentata dall'italico Mos Maiorum, avvolto successivamente dall'onda ellenizzante. Altro che Repubblica Italiana di De Gasperi, Togliatti e Saragat, in Bruto e negli uomini della Res Publica, riconosciamo gli originali Padri della Patria.

Testa bronzea del primo quarto del III secolo a.e.v. su busto rinascimentale attribuita a Lucio Giunio Bruto. Volendo ricercare una grossa radice culturale d’Italia possiamo identificare questa nell’azione politica di Bruto, fondatore della Repubblica e Console. Il sistema repubblicano fu un perfetto connubio fra sistemi democratico-popolari ed oligarchico-aristocratici, nonché il fattore di maggiore consolidazione della cultura classica, dapprima rappresentata dall’italico Mos Maiorum, avvolto successivamente dall’onda ellenizzante. Altro che Repubblica Italiana di De Gasperi, Togliatti e Saragat, in Bruto e negli uomini della Res Publica, riconosciamo gli originali Padri della Patria.

L’Italia è lo stato corroso dalle tasse e dall’usura legalizzata, ove i musei e i patrimoni diventano bottino di potenze straniere. Lo psichedelico ed osceno siparietto di generazioni decerebrate osannanti meretrici da palcoscenico, figli di papà e torbide associazioni filantropiche. E mentre sul colle Palatino si inscena una ambigua trasposizione della vita di Nerone – con tanto di possibili danni strutturali ai siti archeologici sottostanti causati dal palco e dalle scenografie – il mondo, che ancora ci vede bassi, baffuti con coppola e lupara, apprezza produzioni televisive nostrane quali Gomorra: bell’esempio che continuiamo a dare. Ma non c’è da stupirsi, finché Fabio Fazio continuerà a fare “cultura”, avremo un buon metro di giudizio sul quanto stiamo messi male.

Questo è il paese dei millenni di storia inclusiva, dell’antica cultura granitica che oggi si distende su un letto di fanghiglie con l’intento di far passare tutti, purché soddisfino l’ingordigia dei burattinai. l’Italia è il paese dove Don Luigi Ciotti, uomo e prete, viene impunemente minacciato ed insultato dal carcere da quel barile di escrementi noto come Salvatore Riina, il quale invece di esser sottoposto a costante supplizio, viene persino mantenuto a nostre spese. Come se non bastasse, per donare alla sopracitata bestia una morte dignitosa, i giudici hanno persino deciso di concedergli gli arresti domiciliari, in barba alle famiglie e alla memoria di tutti i morti ammazzati per mafia. Sciocchi noi, ancora non abbiamo capito che il mafioso è amico dello Stato? E da tempo!?

Provoca sconcerto e disgusto la devozione di certuni figuri vicini alla cosca malavitosa, i quali si sono sbracciati per poter toccare e baciare la mano di Giuseppe Giorgi, latitante da 23 anni ritrovato, nascosto come un parassitario scarafaggio, nell’intercapedine di un muro nei pressi del camino. L’Italia, oggi è anche questo: per risanarci, dobbiamo tornare a porre uno Stato rassicurante, ligio al servizio, popolare ed assistenziale al centro della società e al contempo, utilizzando misure speciali ed emergenziali, distruggere con inaudito impeto e con ogni mezzo a disposizione qualsiasi forma di criminalità organizzata.

Due allora sono i tracciati: o continuiamo ad accettare queste precarie condizioni o le rifiutiamo sonoramente e ci ribelliamo. Corrono la mente e la memoria verso Aristogitone ed Armodio, gli omoerotici tirannicidi: fulminea svetta la speranza, passando da Clistene e Solone, fino a giungere, lacrimando, agli eroi dei nostri tempi: Mattei, Dalla Chiesa, Impastato, Falcone e Borsellino. Possiamo forse permetterci di continuare ad infangare la loro memoria? Eppure è questo quello che ogni giorno continuiamo a fare, ponendo fiducia in queste istituzioni e peggio ancora, nei suoi manovratori: Italia, serva e mignotta di mille padroni. No! Non un passo in più verso questa voragine!

Oggi l’Italiano, incerto abitante di una delle terre più ricche e belle del globo terracqueo, colui che vive nella nazione che se solo volesse, potrebbe ribaltare mezzo mondo e fare il bello e cattivo tempo, deve prendere una decisione, definitiva, improrogabile, provvidenziale. Continuare a rimanere sudditi, zerbini, utili idioti legati al carro del crimine e del disgusto, oppure tornare a valorizzare il patrimonio ancestrale e le abnormi qualità umane di cui siamo detentori. Come, c’è da chiedersi: dopo una simile, tortuosa analisi, si potrebbe facilmente passare per uno dei tanti intellettualoidi da salotto, col dente marcio e il tono saccente, detentore delle grandi verità ma mai disposto ad agire materialmente.

Di soluzioni ce ne sono: studiare, appassionarsi, volersi porre nella condizione di apportare benefici ai vicini, quanto a coloro che più abitano lontano. Farsi stendardo di valori, purché essi riempiano di tepore, di vigore, di monolitica volontà atta a fare e sacrificare, montare e disfare, nell’ottica di migliorare non solo sé stessi, ma di automaticamente divenire fautori di un cambiamento esterno. Non abbiate dunque paura di essere realmente scomodi, di tuonare e camminare a testa alta, consci di essere qualcosa di più, rispetto alle marmaglie apolidi del ghetto globale. Non bisogna temere, soprattutto se nel giusto, di esternare verità spinose: un paese divorato dalla criminalità organizzata e dalle multinazionali non può vivere, diviene così necessario estirpare queste purulente realtà, con ogni mezzo possibile e immaginabile.

Fucilazioni? Certo! Noi abbiamo fucilato, fuciliamo, e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La nostra lotta è fino alla morte!

Così parlava Ernesto Guevara all’Onu, il 12 dicembre del 1964. A ognuno la sua libera interpretazione. Non servono neppure liste di proscrizione o ricerche troppo approfondite, abbiamo tutti i nomi e i cognomi, fra criminali e collusi, manca solo la volontà politica, ma se essa non dovesse sorgere all’interno delle forze dell’ordine, della magistratura e dei coscienti abbienti, si dovrà far sentire nel popolo, l’unica vera massa che può ancora contare. Un passo azzardato, sembra più un salto nel buio, quando in realtà è l’unico vero e pantagruelico sacrificio che si dovrebbe essere disposti a correre per vivere felici e dignitosamente. Oltre il danno, ci ritroviamo pure beffati: non solo realizziamo l’oppressione a cui siamo sottoposti, ma l’accettiamo e non soddisfatti ci massacriamo vicendevolmente, mettendo in scena una tragedia fratricida, utile solo ai nemici del nostro potenziale.

Ispirato dal Carmen Saeculare di Quinto Orazio Flacco, scritto nel 17 a.e.v., l’Inno a Roma del 1919, scritto da Fausto Salvatori con le musiche di Giacomo Puccini, non solo per molti è come se fosse un secondo inno d’Italia, ma nell’effettività, rappresenta la volontà di un paese riunito da poco tempo, di donarsi e immergersi in una identità lontana, ma al contempo percettibile nella letteratura e nell’arte. Molti sono stati gli errori politici commessi, ma ancora oggi, dobbiamo fiduciosamente parlare di e sperare in un collettivo riconoscimento delle realtà valoriali di Roma in qualità di Tyche e Idea: essa è per sua fatale e divina natura specchio dell’Italianità.

Finché si continuerà ad odiarsi per le piccole differenze, per le amenità calcistiche o le distanze fra un paese e l’altro, la daremo vinta a chi peggio ci vuole. Badate poco alle vuote parole della “SauMerkel, l’Europa non si potrà mai unire tramite una moneta, una bandiera ed un inno alla travisata gioia – Beethoven starà effettuando capriole degne di un tuffatore olimpionico ad ogni esecuzione impropria – il nostro vero collante lo troviamo altrove: sulle navi fra le spume del mediterraneo, nei kantharoi ricolmi di vino rosso, accostandoci all’antico ardore per la vita bucolica ed agreste. L’Italia vive oggi, ancor peggio di ieri, la sua ora più buia: per i numerosi cancri elencati e i lancinanti grattacapi sottoposti, scopriamo come non esista l’identità nazionale. Non abbiamo avuto né il tempo né la volontà di farla e quei paesi del mondo, patriottici e interessati alla nazione, o si stanno lasciando scivolare anche loro nel pozzo, o si impuntano, scatenando le frenetiche e barbare isterie dei progressisti politicamente corretti.

Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani

belle parole quelle di Massimo D’Azeglio, facili da pronunciare, impossibili da realizzare. Ha fallito la monarchia, ha fallito il fascismo e allo stesso modo, sta fallendo questa finta repubblica. A distanza di più di un secolo, abbiamo solo peggiorato la situazione, poiché non solo l’Italia è stata fatta coi piedi, ma l’italiano è stato annichilito, disintegrato umanamente, animicamente e se vogliamo, anche grammaticalmente.

Per queste ragioni dobbiamo essere tutti consapevoli che fra cinque, dieci o venti anni, difficile a dirsi, il paese per come lo conosciamo oggi non esisterà più, non dovrà esistere più, perché, auspicabilmente, grazie alla volontà di quei pochi ridestati delle tante massacrate generazioni, rivedremo forse una Patria, una Italia di nuova fondazione, basata su rinsaldati principi etici e rinnovate pacificazioni sociali e culturali. Forse in quei giorni, ci riuniremo fra popoli fratelli e potremmo tornare a rivestirci, eticamente e chissà, magari anche fisicamente di quella toga, l’ampio, candido panno della genialità gentile Italica, che abbraccia tutti i tempi e tutte le generazioni, passate, presenti e future, all’insegna della sapienza e della bellezza.