“La guerra è normale”. Così, con un pugno allo stomaco del lettore, si apre il saggio di James Hillman Un terribile amore per la guerra. Gli eventi degli ultimi giorni, l’assassinio del generale Qassem Soleimani e il tracollo dei già tesi rapporti fra Iran e Stati Uniti, testimoniano proprio all’alba del nuovo decennio questa insuperabile normalità della guerra, il cui linguaggio continua a definire il dialogo internazionale – la simbologia numerica della rappresaglia minacciata dal presidente americano, così simile a quella delle Fosse Ardeatine.

Come i batteri nel ghiaccio, la guerra abita negli interstizi della politica: se le guerre dell’Occidente, oggi, sono delocalizzate proprio come le industrie, ingranaggi nascosti nella pantomima del nostro benessere, d’altra parte la fluidità dei conflitti moderni, che si saldano col terrorismo internazionale, ha generato una condizione bellica permanente, un’ansia di guerra alimentata dalla pervasività dei media. Alla presenza costante della guerra si accompagna, paradossalmente, un rifiuto collettivo di pensarla come evento incardinato nella storia, come conseguenza diretta di un certo assetto geopolitico, e anche fenomeno psicologico: uno dei grandi errori concettuali del progressismo liberale è, appunto, aver preteso di esorcizzare gli dèi della guerra con le belle parole. Lo stesso Hillman ci mette in guardia da questo “difetto d’immaginazione”:

Se vogliamo far cessare l’orrore della guerra, affinché la vita possa continuare, è necessario comprendere e immaginare. Noi esseri umani siamo privilegiati per ciò che riguarda la capacità di comprensione. Soltanto noi possediamo la facoltà e la libertà d’azione necessarie per comprendere i problemi del pianeta. Forse è questo il senso della nostra presenza sulla terra: apportare riconoscente comprensione ai fenomeni, i quali non hanno alcun bisogno di comprendere se stessi. Sforzarci di comprendere la guerra potrebbe addirittura essere un dovere morale. (James Hillman, “Un terribile amore per la guerra”)

Per comprendere la guerra, e questa guerra in particolare, dobbiamo per forza sgomberare il campo dalla paccottiglia con cui entrambe le parti dello spettro politico l’hanno occupato. La narrativa liberale insiste da sempre sui rischi per l’equilibrio internazionale insiti nel sovranismo, ma nell’azione di Trump, a tutti gli effetti un omicidio politico, spicca invece l’aderenza allo stesso imperialismo che anima la politica estera americana dalla fine della guerra fredda. Il presidente “sovranista” eredita da Barack Obama i teatri di guerra che Obama aveva ereditato da George Bush, e proprio dall’amministrazione democratica il sempre più massiccio utilizzo di droni, uno dei quali ha ucciso il generale Soleimani: non c’è nessuna rottura. La simmetria è, anzi, quasi comica: nel 2011 Trump denunciava le mire aggressive di Obama nei confronti dell’Iran, e oggi, al posto di Obama, egli aggredisce l’Iran.

I fatti del Medio Oriente scrostano infine la vernice anti-establishment di cui si erano strumentalmente rivestiti i leader populisti, e così Trump incassa il supporto sia di Matteo Salvini che di Boris Johnson. Alla sudditanza europeista si contrappone solo la stantia prospettiva atlantista, e dunque rimane orfano chi crede davvero nella sovranità nazionale; rimane non professata quella fede nella specificità irriducibile dei popoli che dovrebbe essere la premessa di qualsiasi sovranismo.

Chiunque si opponga agli ordini che provengono da Bruxelles, così distanti dal cuore delle nazioni, a maggior ragione dovrebbe riconoscere al popolo iraniano il diritto di resistenza di fronte alle ingerenze di Washington. Salvini, mentre accusa Soleimani di essere “nemico dei diritti e delle libertà”, dimostra innanzitutto un’ignoranza totale quanto alla filosofia politica del sovranismo. L’Iran di oggi è il frutto di una storia, di una religione, di una rivoluzione; ha costruito, dolorosamente, le proprie categorie di senso attraverso la cacciata dello scià e il compattamento delle forze rivoluzionarie intorno al clero sciita: sottoporlo al giudizio univoco dell’Occidente è un’operazione brutale, antistorica, ed è esattamente il tipo di operazione che gli avversari progressisti di Salvini sostengono su larga scala.

Si nota, qui, la scomparsa di un autentico pensiero di destra: c’è il becero sciovinismo anti-islamico del “capitano” leghista e c’è il marxismo mutilato delle sinistre, ridotto a un materialismo messianico per cui tutti gli uomini sono occidentali in fieri, solo a un barcone di distanza dall’illuminismo. Proprio da qui nasce il mito dell’integrazione, che gli uni considerano condizione necessaria per accogliere, e gli altri conseguenza inevitabile di un’accoglienza universale: intanto scompare la dimensione dell’appartenenza e tutti rimangono apolidi. L’alternativa non è innalzare un muro culturale fra Oriente e Occidente, ma assicurarsi che il dialogo si arricchisca del lessico più ampio possibile, senza cedere alla tentazione di grossolane traduzioni, come insegna René Guénon:

La diversità delle forme non esclude affatto l’accordo sui principi: intesa e armonia non vogliono assolutamente dire uniformità […]. Una civiltà normale, nel senso che noi intendiamo, potrà sempre svilupparsi senza essere un pericolo per le altre civiltà; possedendo la coscienza dell’esatta posizione che deve occupare nell’insieme dell’umanità terrestre, essa saprà attenervisi e non creerà più antagonismo, non avendo nessuna pretesa di egemonia ed astenendosi da qualsiasi proselitismo. (René Guénon, “Oriente e Occidente”)

Un sincero sovranista, oggi, deve opporsi sia alla pretesa di egemonia trumpiana che al proselitismo globalista. Con buona pace di Frederic Bastiat, gli eserciti marciano proprio al seguito delle merci: attraverso il Medio Oriente, quindi, che la ricchezza petrolifera e la posizione di crocevia strategico costringono alla condizione di campo di battaglia permanente. All’ombra delle economie globalizzate crescono gli arsenali destinati ad espanderle, e quando la realtà locale – Iran, Iraq, Afghanistan, Siria – si disallinea dagli interessi della potenza egemone intervengono le armi a ristabilire la geometria. Ma non si tratta di semplice banditismo capitalista. Nella filigrana della globalizzazione si intravedono le aquile dei conquistatori, l’antico incubo di un super-stato artificiale, senz’altra legittimità che la forza, senz’altra storia che quella scritta dai burocrati: un’ombra che striscia tanto dalle teorizzazioni, apparentemente benevole, di Ventotene, quanto dalle think tank dei falchi neocon. Contro queste derive è necessaria la difesa: di confini netti per tutte le nazioni, di una sovranità diretta e localizzata, di economie quanto più possibile indipendenti, di tradizioni che persistano in simbiosi con i popoli e le loro peculiarità. Una difesa che le destre di governo, conservatrici o populiste, hanno evidentemente abbandonato.

L’Ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran

Proprio nelle folle che onorano il martire Soleimani si riflettono, invece, questi valori. L’Iran, mentre si prepara alla guerra, ci spiega la stessa guerra che, da occidentali, seminiamo ovunque senza comprendere. Gli uomini e le donne che forse moriranno sotto le nostre bombe ci insegnano che la guerra, a prescindere da quanto sia lontana, tecnologica e “pulita”, rimane comunque nostra, ci appartiene come una responsabilità personale:


C’è distanziamento nel linguaggio, con i nomi di fantasia dati alle operazioni speciali, con le sigle usate per le guerre e i luoghi di operazione, per le vittime, per la morte. Marte, si direbbe, è tramontato. E tuttavia il suolo deve pur sempre essere calcato dallo scarpone del soldato. I morti vanno pur sempre seppelliti. Nonostante la distanza, il linguaggio astratto, le operazioni segrete, le bombe esplodono pur sempre, i conflitti a fuoco scoppiano a pochi metri, di casa in casa, di vicolo in vicolo, a ogni blocco stradale, ai checkpoint, sulle rive del fiume, tra gli alberi. La guerra scende sulla terra. (James Hillman, “Un terribile amore per la guerra”)