La memoria non è uno spruzzo di inchiostro, semmai è una tavola intagliata, è un marmo inciso, o semplicemente una incisione che reca dietro di sé una storia tragica, a volte meno. Ma la memoria nel suo latente silenzio esprime le parole più forti che sanno di efferatezza, di crudeltà e di miseria umana. E la miseria l’uomo la vive ogni giorno, anzi, su di essa ci costruisce la storia.

Che cosa accadde veramente tra il 1943 e il 1945? Cercheremo di essere obiettivamente il più possibile fedeli ai dati storici, tenendo conto anche di posizioni non concilianti. Non sarà certo un’impresa facile, dal momento che importanti avvenimenti storici – come questi – sono miserabilmente strumentalizzate da frange di gruppi politici che nell’appropriamento della <<ragione storica>> trovano l’ideale della massima realizzazione.

Bisogna prospettare quantomeno una minima cornice storica dell’Italia nei primi decenni del ventesimo secolo. Le regioni interessate, cioè la Venezia Giulia, l’Istria, annessa al Regno d’Italia nel 1919 insieme a Trieste, a seguito della stipulazione del Trattato di Saint-Germaine-en-Laye, erano caratterizzate dalla presenza di etnie slave, minoranze consistenti, che con l’avvento del regime fascista vennero sottoposte ad un’opera di <<italianizzazione>> radicale che difatti si tradusse successivamente con un nulla di fatto, vista l’insorgenza di movimenti di resistenza (in verità alcuni di essi sorti già prima del 1922) che contribuirono a creare un clima di avversione nei confronti del Regno d’Italia. Nell’aprile del 1941 il Regno d’Italia contribuì al fianco dell’Asse all’invasione del Regno di Jugoslavia, la quale, una volta conquistata, fu divisa tra le potenze belliche partecipanti. La resa dell’esercito non placò il malcontento della popolazione sottomessa che organizzò una vera e propria attività di resistenza che inizialmente vide la contrapposizione dell’aristocrazia favorevole alla monarchia all’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia, capeggiata da Josip Broz (o più noto Maresciallo Tito) membro del Partito Comunista Jusoslavo, poi Primo Ministro. Difatti la resistenza contro gli invasori fu condotta dall’Armata e venne repressa nel sangue: le risposte dell’Asse furono drastiche. Si assistette praticamente ad uno sterminio di circa un milione e settecentomila civili. Gianni Oliva, uno tra gli storici più competenti in questo ambito, pubblicò nel 2007 un libro dal titolo <<Si ammazza troppo poco>>, frase pronunciata nel 1942 dal Generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d’Armata italiana in Slovenia e in Croazia. Viene così a crollare il mito degli italiani brava gente. Del resto i crimini in Libia e le stragi etiopi fungono da esempio lampante. Rastrellamenti di interi villaggi (Podhum), esecuzioni di massa erano all’ordine del giorno in quella che fu uno dei quadro storici più drammatici della recente Storia. Intanto, l’8 settembre del 1943 con l’Armistizio di Cassibale, i territori amministrati dall’Italia passarono per gran parte in mano ai tedeschi. Pola, Trieste e Fiume divennero soggette al dominio del Reich mentre buona parte dei territori della Venezia Giulia rimasero scoperti e vennero così occupati dai partigiani titini che vi costituirono improvvisati tribunali sotto il comando dei vari comitati. Centinaia di condanne a morte vennero pronunciate non solo nei confronti di rappresentanti fascisti, ma nei confronti di qualsiasi altro oppositore politico o presunto avversario del futuro Stato Jugoslavo. Ma nell’ottobre del ’43 l’esercito tedesco pose fine alla Resistenza dei partigiani ristabilendo nuovamente l’ordine e portando avanti l’opera di repressione nei confronti degli insorti, fino alla successiva offensiva della IV Armata dell’Esercito di Liberazione della Jugoslavia che penetrò a Trieste e Gorizia, a Fiume e a Pola. Fu qui che si stabilì un vero e proprio clima di terrore, specialmente a seguito della caduta del Reich. L’obiettivo era la conquista della Venezia Giulia con conseguente annessione alla Jugoslavia e formazione di un governo comunista. Certamente gli insorti non potevano che essere espulsi, anzi, uccisi. Ciò che si verificò fu una vera e propria opera di derattizzazione, compiuta nel modo più atroce; donne, uomini e bambini, vennero fucilati e fatti precipitare nelle foibe, delle profonde caverne verticali lungo l’Altopiano Carsico. Si contano casi in Dalmazia in cui numerosi civili italiani vennero gettati in mare e lasciati annegare, altri vennero internati in campi di concentramento e la situazione favorì l’esodo massiccio delle popolazioni giuliano-dalmate terrorizzate dagli avvenimenti. Si stimano circa diecimila vittime: in maggioranza civili italiani, ma si contano serbi, militanti fascisti e repubblichini.

Secondo quanto riporta Paolo Segatti << la tragedia delle  Foibe, unitamente a quella dell’Esodo, va letta in chiave di ideologia, piuttosto che di nazionalismo–etnico. Il tutto va infatti inserito nel processo di formazione del nuovo stato comunista della Jugoslavia e della conseguente necessità che il formarsi della nuova realtà statale (così come teorizzato da Lenin) venisse accompagnato da una adeguata dose di “terrore”, capace di fruttare nei decenni futuri>>. Probabilmente sarà anche questo, ma di certo non si può trascurare l’aspetto nazionalistico-etnico, semplicemente perché la risposta di Tito fu essenzialmente una risposta da taglione. Non si spiega il motivo per cui furono sterminate diecimila persone né basta dire – per quanto sia valida la tesi – che Tito doveva dimostrare agli Alleati già arrivati in Italia che la popolazione giuliana fosse costituita in maggioranza da slavi e che quindi si rese necessario uno sterminio massiccio. In verità – pare molto più probabile – questo scempio umano è ruotato intorno all’unica legge che da sempre regola la vita umana: occhio per occhio, dente per dente. L’ideologia ha da sempre costruito la storia e lo ha fatto nelle varianti più inaudite.

Nonostante il progresso, la seconda guerra mondiale, in tutti i suoi aspetti fu un concentrato di grettezza umana, fatto di deportazioni, stermini di massa e esodi non precisamente quantificati: il progresso non basta a epurare l’uomo dal germe del non-senso. In tutto circa 10.000 persone furono uccise e infoibate, 350.000 costrette all’esodo con la dignità però di vittime innocenti. Alta è la dignità di chi resiste, di chi, sottomesso e deciso, ha subito la ruina di un destino spregevole. E se oggi ricordiamo è proprio grazie a quella dignità, calpestata, ma giunta a noi,  in pretesa di essere ricordata. La dignità non guarda in faccia nessuno, neanche il non-senso, l’unico vero ritratto dell’uomo belva.