Il coronavirus è arrivato anche in Italia, lo ha fatto in maniera invasiva, non solo nella sua diffusione patologica, ma soprattutto in quella mediatica e percettiva. All’epidemia biologica che conta un numero sempre maggiore di contagiati si è unita una massiccia epidemia cognitiva, che coinvolge emozioni e reazioni non unanimi. Senza addentrarsi e schierarsi nella polemica su quanto giustificato sia il timore sociale nei confronti del COVID-19, su quanto, effettivamente, sia stata adeguata la “risposta” data dal mondo sanitario e politico nazionale, è sicuramente molto interessante usufruire della possibilità che il contagio ci sta offrendo per analizzarci, per notare una serie di aspetti e caratteristiche che ci particolareggiano e che il virus stesso sta amplificando e ingrandendo.

Certo, qualcuno storcerà il naso a sentire che un virus che sta determinando morte e quarantene qui e là sia definibile “interessante”. Allo stesso tempo, cercare di distaccarsi dal magma mediatico di questi giorni, dalla psicosi collettiva che sembra aver colpito ognuno di noi, chi più chi meno, per analizzare l’emergenza, per trasformare questa afflizione passiva in una fase quasi pedagogica di rispecchiamento, sembra un antidoto metodologico necessario, che avrà i suoi frutti inevitabilmente, sia se stiamo sopravvalutando che sottovalutando il fenomeno. Queste premesse sono necessarie per giustificare una posizione, una prospettiva che potremmo definire foucaultianamente “illuministica”, ovvero critica, una posizione di distacco dagli eventi, non per slacciarsene, ma per comprenderli meglio da lontano. Una posizione del genere non solo ci permetterà di osservare meglio ciò che da troppo vicino non possiamo vedere, ma anche di vivere tutto con maggiore serenità, che è un ingrediente imprescindibile per coabitare dignitosamente con un accadimento del genere. 

Un aspetto di primaria importanza è sicuramente quello dato dal legame che si è si è instaurato fin da subito tra diffusione dell’epidemia e aggiornamento istantaneo riguardo i numeri dei contagiati e delle vittime. Nella percezione nazionale dell’epidemia stanno svolgendo un ruolo fondamentale lo spazio comunicativo e i social network, che se da un lato ci permettono di essere iper-informati minuto per minuto, allo stesso tempo alimentano un focolaio unanime di ansia generale, di panico di massa. Assistiamo al crescere del conteggio dei contagiati ormai abitualmente e nevroticamente, ogni numero in più ci affligge. Un panico collettivo che sta smuovendo la società in due direzioni apparentemente opposte. Da un lato è come se fosse emersa una sorta di “empatia impaurita collettiva”, ci sentiamo un po’ tutti sulla stessa barca, è come se fossimo in guerra, e questo ci unisce l’uno con l’altro, nella misura in cui l’altro è in potenziale pericolo come me lo capisco, comprendo il suo dolore e la sua angoscia.

Dall’altro, sembra che millenni di pseudo civilizzazione non siano serviti a niente, Thomas Hobbes starà ridendo da lassù. C’è da ammettere che, almeno personalmente, ha destato stupore come il COVID-19 abbia mostrato che l’uomo sia tanto legato alla propria vita e alla propria sopravvivenza, o meglio, che vi sia legato in questo modo, disposto a far sbiadire dal nulla ogni tipo di marchingegno morale e altruistico non appena sente messa in discussione la sua incolumità. L’avversità verso i cinesi e verso ogni tipo di soggetto che tossisca o starnutisca, le spedizioni nei supermercati per isolarsi nelle proprie case, le richieste che i residenti del Sud fanno ai propri emigrati al Nord di non tornare a casa affinché non contagino anche loro, minacce e auguri di morte a cittadini (è successo a Codogno) che decidono di non rispettare il cordone sanitario per fuggire dalla zona rossa (scelta eticamente discutibilissima, ma umanamente forse comprensibile).

La comunicazione in tutto questo non sta aiutando, anzi, cerca di mettere benzina sul fuoco e cavalcare l’onda, attraverso gigantografie, titoli, prime pagine che contribuiscono ad alimentare questo sentimento comune di paura e rabbia, rabbia che solitamente appare come un sentimento ben definito, che si riferisce e se la prende con un capro espiatorio preciso, ma in questo caso questo è multidimensionale e ombroso, di chi è la colpa? Pipistrelli, igiene, laboratori cinesi, untore, sanità non efficacemente preparata e tempestiva? Le risposte sono divergenti e la rabbia non può che essere una rabbia disorientata, zoppicante.

Alcuni supermercati presi d’assalto nei primi giorni di emergenza COVID-19

A questo punto si potrebbe obiettare che i social network e i giornali comportano questi movimenti emotivi di massa sempre e costantemente, quando si parla di politica così come quando si parla di calcio, e che l’antidoto in questo caso può consistere nell’avvalersi del punto di vista scientifico, di una prospettiva obiettiva e neutrale. E qui viene il bello. La prospettiva scientifica infatti oggi è tutt’altro che unanime. Non ci interessa entrare nel merito della questione, né tantomeno fare delle divergenze interne che animano o possono animare un dibattito scientifico un elemento che inficia la scienza stessa. La scienza si dirama e matura grazie a questi dibattiti, che sono del tutto proficui e necessari per mettere in discussione o rinvigorire una verità. Ad oggi non c’è uniformità scientifica di fronte al coronavirus, soprattutto nella considerazione del rischio del contagio, ma allo stesso molti esponenti della comunità scientifica hanno deciso di farsi cavalieri della patria e di veicolare i loro punti di vista, che considerano assoluti e assolutamente veri, su Twitter e Facebook.

Questo fenomeno che si sta verificando ora dopo ora, quasi a mo’ di soap opera a puntate, per quanto possa apparire come un’opportunità che permette di mettere in relazione direttamente esperto scientifico e cittadini, è allo stesso tempo molto pericoloso. Un rapporto così diretto e democratico (o apparentemente democratico) tra mente del cittadino e scienza è tutt’altro che esente da colpe, perché implica quasi sempre una sorta di assolutizzazione del punto di vista dell’esperto, non in virtù di specifiche dimostrazioni di carattere scientifico, ma in virtù del seguito che quell’esperto ha tra i suoi followers, della visibilità che la televisione sta concedendo alla sua immagine, della fiducia che si dà a un uomo che si dice forte del suo punto di vista medico. L’accettazione del punto di vista dell’esperto è quasi sempre una accettazione assolutamente acritica, non sottoponibile a contro-dimostrazioni o argomenti, in quanto sprovvisti, giustamente, degli strumenti necessari per farlo. Infine, se è effettivamente Twitter il luogo in cui la discussione scientifica e la sua trasmissione ambisce a consumarsi, ciò non comporta il rischio di intaccare l’autorevolezza delle istituzioni, delle riviste nonché delle modalità scientifiche stesse con cui questo problema viene e deve essere affrontato?

Uno dei tanti tweet di uno dei personaggi più citati e sentiti negli ultimi giorni, Roberto Burioni, medico e virologo, esponente della prospettiva “allarmista” o quanto meno “cautelativa”. La figura di Burioni è stata in questi giorni contrapposta a quella di Maria Rita Gismondo, che ha inaugurato il paragone tra influenza e COVID-19

La scienza e la democraticità stessa della sua pratica e della sua trasmissione rischia così di essere scalfita. Si rischia davvero di ridurre tutto a schieramenti, a un “io sto con lui e non con lui”, si rischia di far venire meno quella criticità, quella messa in discussione metodologica continua a scapito di egocentrismi logorroici tutt’altro che scientifici. Con questo non si vuole sostenere che le asserzioni di alcuni di questi esperti non possano essere valide scientificamente, questo non ci interessa, ma è importante evidenziare come nel rapporto tra scienza-comunicazione-democrazia è fondamentale anche la modalità con cui questi contenuti vengono trasmessi, modalità che a nessun costo deve intaccare la complessità della scienza e dei fenomeni che studia e che non può permettersi di banalizzare il discorso e incanalarlo in tifoserie.

Burioni, oltre che permettersi dirette Facebook e visite da Fazio, ha avuto il tempo, forse la notte, di scrivere un libro sul coronavirus

Di fronte a questa inevitabile divergenza tra prospettive scientifiche, che abbiamo detto essere del tutto giustificata, è stata da più parti evidenziata la forte mancanza di una figura che potremmo definire “intellettuale”, che in qualche modo indirizzi le nostre percezioni in questa fase di stallo. E’ un tema abbastanza ricalcato da tempo, ma effettivamente in questi giorni si sente la mancanza di una figura che in qualche modo dispieghi la complessità, elevi la riflessione critica e incoraggi l’assunzione collettiva delle responsabilità senza cadere in banalità e riduzionismi. A fronte della confusione nel quale ci troviamo e che non ci permette di comprendere del tutto quanto sia pericolosa o meno l’epidemia, quanto sia giustificato questo clamore, quanto utili siano le mascherine, quanto distante sembra essere la scoperta di un vaccino definitivo e la sua messa in produzione, si sente la necessità di questa figura, i cui tratti non saremmo in grado di definire a pieno, ma la cui assenza si sente in maniera abbastanza profonda.

Con questo non vogliamo essere nostalgici e classisti, non parliamo necessariamente dell’intellettuale impegnato o gramsciano. Non parliamo tantomeno di accademici, ma di personaggi che riescano in qualche modo a mediare profondità d’animo, intelligenza, competenza con una discreta dose di popolarità, necessaria per indirizzare quanta gente possibile, sensibilizzarla, senza cadere in divulgazione spicciola. Non è un caso che quelli che oggi consideriamo gli intellettuali italiani, che tendono costantemente a dire la loro in merito a tutti, siano andati in clausura in questi giorni. Non una parola, come se non fossero stati in grado di dire nulla, neanche a loro stessi. Il coronavirus sembra essere un fenomeno che sta implicando e portando con sé conseguenze ed effetti che necessitano di un’analisi profonda, complessa che si diversificano dalle battutine politiche e dai sermoni sulla bruttezza della guerra ai quali questi signori ci sono abituati. C’è chi sarà andato nel suo attico di New York, chi avvolto al sicuro nella propria amaca, Benigni prima di tornare al suo santuario di silenzio decennale, dopo un anno (tra Pinocchio e Sanremo) davvero troppo stancante, ci ricorda che dobbiamo stare tranquilli e amare il prossimo. Ecco, mi sembra che il gioco di questi signori questa volta non funzioni e non possa funzionare, si stanno innescando dei meccanismi a livello emotivo e sociale che non sono in grado di analizzare, o meglio, di catturare per poi banalizzare. E forse, è meglio così.

In questi giorni la speculazione a cui abbiamo assistito non è solo stata di carattere mediatico. La corsa alle mascherine è stata prontamente accompagnata dal diffondersi per le strade di venditori ambulanti che hanno cominciato a venderle a 10 euro, a ciò è stata associata una lotta per il procacciamento dei flaconcini di amuchina. Destinato a rimanere un simbolo di questi giorni, lo screenshot che testimonia la richiesta di 109 euro per acquistare quattro amuchine su Amazon. La peste spesso è stato un topos letterario, talvolta teso a evidenziare come la malattia e la morte colpiscano indistintamente tutti, poveri e ricchi, radendo al suolo e infischiandone di ogni differenza sociale, poiché di fronte alla morte siamo tutti uguali. Altre volte la peste è stata utilizzata come espediente letterario per sostenere il contrario, la morte sì colpisce tutti, ma in modo e portata differente. La malattia può sia evidenziare che attutire le differenze sociali delle persone eterogenee che ne vengono colpite. Oggi c’è chi il coronavirus preferisce affrontarlo con una mascherina Fendi da 190 euro.


Altro aspetto molto interessante è assistere ai movimenti assunti in questi giorni dai tentacoli del potere. A prescindere se la politica di difesa dal COVID-19 sia stata attivata tardivamente o meno, l’immagine che il governo italiano ha voluto dare di sé in questa settimana è stata, che ci sia riuscita o no, quella di una macchina di potere istantanea, rigorosa, tempestiva, che affrontasse in maniera microscopica il problema, preferendo l’esagerazione minuziosa alla possibilità di perdersi delle sviste. Il COVID-19 è stata vissuto come un’opportunità per manifestare celerità, prontezza di riflessi nelle decisioni politiche, un modo per esibire un’autorevolezza di facciata come fosse un monolite. Forse non è azzardato sostenere che abbiamo assistito in maniera abbastanza concreta a una manifestazione di ciò che Michel Foucault chiamava potere “microfisico”, un potere che cerca di governare il particolare, il corpo di ciascuno, entro l’universale (l’intera popolazione). Sorprendente è la concordanza che si trova tra il vissuto di questi giorni e una descrizione che Foucault fa in “Sorvegliare e Punire” di un’esperienza epidemica del Seicento:

Alla peste risponde l’ordine: la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. […] la penetrazione, fin dentro ai più sottili dettagli della esistenza, del regolamento ­– e intermediario era una gerarchia completa garante del funzionamento capillare del potere; non le maschere messe e tolte, ma l’assegnazione a ciascuno del suo “vero” nome, del suo “vero” posto, del suo “vero” corpo, della sua “vera” malattia. La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina.

Tanti altri sono gli spunti che la vicenda COVID-19 ci offre. Abbiamo assistito a una vera e propria estetica del coronavirus, non solo a livello interpersonale (sguardi reciprocamente impauriti sui mezzi, mascherine, svuotamento dei supermercati), ma anche a livello spaziale, la desolazione di Codogno e lo svuotamento surreale di Milano ci hanno fatto fare esperienza diretta di esperienze e sensazioni che associamo al mondo letterario e cinematografico, anzi, sarebbe interessante indagare su quanto abbia influito nella nostra percezione del fenomeno COVID-19 l’imago culturale che possediamo oggi, grazie a libri e film, dell’esperienza collettiva del virus. “L’ultimo uomo” di Mary Shelley, “La nube purpurea” di Shiel, “Il paese delle ultime cose” di Paul Auster, “Cecità” di Saramago, “La strada” di McCarthy, “La peste” di Camus sono solo alcuni dei romanzi “post-apocalittici” che sarebbe curioso rileggere alla luce dell’esperienza COVID-19. 

I Navigli il 24 febbraio 2020

La metro di Milano il 25 febbraio 2020

Il duomo di Milano semideserto, il 24 febbraio 2020

Per quanto il COVID-19 meriti la giusta attenzione, è un dato di fatto che ad oggi i morti colpiti da coronavirus, siano morti con il coronavirus, e non per il coronavirus, la maggior parte delle persone, per cui è normale provare dispiacere, erano avvinghiate ad altre patologie, tutte molto gravi. Se il quadro nelle prossime settimane rimarrà tale, la linea allarmista potrà essere ricordata e definita come una sorta di psicosi di massa, prodotta e accumulatasi tutta via social network. E anche questo aspetto merita attenzione. Il COVID-19 si aggiunge a quei tanti casi che attestano come il web oggi possa produrre conseguenze concretissime per le nostre vite, i nostri comportamenti, le nostre percezioni. Una condensazione di post e di immagini è capace di creare un vortice emotivo collettivo, si veda il fenomeno delle sardine. Con quel paio di click che bastano per creare un evento su Facebook, i giovanotti bolognesi hanno riempito le piazze più grandi d’Italia, con decine di migliaia di persone e sono stati vicini così a formare un partito. Entrambi gli esempi, per quanto eterogenei, attestano le potenzialità insite in qualcosa di apparentemente poco rilevante, ma che un dispositivo come internet può ingigantire e trasmettere con facilità tra la gente.

A mò di provocazione proponiamo di riflettere sul ruolo che ha avuto, soprattutto nei primi giorni di panico, dal 20 al 23 febbraio, il trash. Nel forte panico che si era creato e che ha sconvolto in maniera abbastanza netta ognuno di noi, il trash è sembrato l’unico agente in grado di rassicurarci, una sorta di palliativo. Se prima alludevamo alla possibilità insite in un’epidemia di unire una collettività, c’è da dire che il trash questo lo fa con una facilità disarmante. I commenti sotto le pagine del settore erano unanimi: “menomale che c’è il trash”, “ero in panico, ma ora sto ridendo grazie a voi”. Tra i tanti meccanismi che innesca il trash, gli studiosi di estetica dovranno necessariamente studiare questo aspetto, come il trash riesca a distrarre, fare black humour e variare le percezioni cognitive della persona, anche in situazione di forte panico. 

Bisogna distaccarsi dai due poli che caratterizzano le posizioni sul COVID-19 oggi, slacciarsi sia dal fronte allarmista che dal suo completo opposto, per non cadere nel panico né tantomeno nella strafottenza altezzosa verso un fenomeno che, qualunque sia la sua gravità, sta innescando dinamiche che giganteggiano aspetti e peculiarità che caratterizzano le nostre contraddizioni. C’era bisogno del coronavirus? Qualcuno dirà. Sarebbe stato meglio non ci fosse mai stato, ma come spesso si dice la storia non si scrive con i sé e con i ma, il coronavirus c’è, e mentre il mondo scientifico lavora per studiarlo, controllarlo e capirlo, oltre che lavarci le mani, possiamo concepire questa esperienza come un’opportunità pedagogica, che sarà arricchente comunque, sia se stiamo dando la giusta attenzione al fenomeno, sia che lo stiamo sopravvalutando.