Mascherine protettive, tute da decontaminazione, laboratori scientifici, test di verifica. All’improvviso sembra di inoltrarci nei centri italiani di ricerca medica, dove si sta lavorando al vaccino che combatta una volta per sempre l’epidemia dilagante del virus Covid-19, meglio conosciuto come Corona virus, ma non è così. Università di York, Toronto, Canada. L’archeologo bio-molecolare Matthew Colllins, ha avuto un’idea, alla quale già da qualche anno si stava tentando di arrivare: sottoporre all’analisi del DNA i manoscritti medioevali per carpirne le informazioni più diverse rispetto all’epoca, agli esseri umani e addirittura agli animali del loro tempo.

La trovata può apparire eccentrica, ma di fatto i libri antichi sono realizzati per la maggior parte in pelle animale, materia viva, organica su cui quindi devono esserci tracce. Scritti, sfogliati, corretti, letti e abbracciati, gettati via, alcuni censurati, altri elogiati da migliaia di persone nella loro storia millenaria. Qualcuno li ha baciati, qualcun altro ci ha versato su autentiche lacrime. Oggi possiamo ricostruire tutto questo e molto altro ancora. Come?

Collins, insieme ad un gruppo di studiosi americani, francesi e irlandesi ha pubblicato di recente sul giornale scientifico The Royal l’articolo The York Gospels: a one thousand year biological palimpsest (I Vangeli di York; un palinsesto biologico di mille anni), che mostra i risultati dei suoi studi degli ultimi 5 anni. Il bio-archeologo si è dedicato anche ad una edizione medievale del Vangelo Secondo Luca. “Quei documenti sono una sorgente inimmaginabile di informazioni biologiche – ha dichiarato – sono una cassa piena di dati molecolari. Un tesoro”.

Tempo addietro alcuni archeologi inglesi si erano impelagati nell’impresa di alcuni scavi presso un antico accampamento vichingo. Migliaia di reperti ossei furono triturati per scopi di ricerca, ma soltanto sette di questi avevano rivelato tracce di DNA. “Troppo poco per essere significativo dal punto di vista statistico” aveva lamentato Collins, ma da lì all’analisi del manoscritto il balzo fu breve: bastò guardare ai manoscritti medievali da un’altra prospettiva e in un attimo ecco che essi apparvero agli occhi dello scienziato come un’ordinata ed infinita serie di pelli animali già catalogate, datate e sistemate sugli scaffali delle più rinomate o segrete biblioteche del mondo. Lasciato il campo archeologico e le fatiche degli scavi sarebbe bastato trovare il manoscritto che più si avvicinava al villaggio vichingo per territorio e secolo (o anno di produzione) e interrogare quello. Non sulla base del contenuto scritto, ma sulla base delle scie di DNA di cui le pagine sono portatrici.

Ma l’archeologo bio-molecolare di York si accorse che non era tutto: un manoscritto sottoposto ai test scientifici in laboratorio non si sarebbe fermato a rivelare la genetica dei ceppi animali. I ricercatori dell’università di Toronto hanno potuto estrarre dalle pagine dei volumi anche il DNA di coloro che hanno collaborato alla loro realizzazione, coloro che ne sono stati i proprietari, i fruitori di passaggio nelle alterne vicende dei secoli. “È una scoperta che spalanca le porte di quel mondo fatto di monaci, cavalieri, scrivani, poeti, damigelle e mercanti che popolavano l’Europa durante il Medioevo e che hanno toccato i documenti” ha affermato Timothy Stinson, studioso di poesia medioevale all’Università del North Carolina.

L’uomo anatomico con la fascia dei segni zodiacali

La cavia attuale, per così dire, del professor Collins sono i Vangeli di York (The York Gospels) di cui ha scritto nell’articolo pubblicato sul The Royal. Si tratta di un libro sacro della Chiesa d’Inghilterra risalente a più di mille anni fa. Ancora oggi gli Arcivescovi di York lo usano per far giurare fedeltà alla chiesa Anglicana. Nonostante il progresso imperante, veder sottoposto ai ferri di un laboratorio un testo Sacro fa comunque un certo effetto. Ma quando questo è fatto ai fini della Conoscenza, allora l’eccezione non solo può, ma deve essere fatta, perché l’intera umanità possa giovarne.

Il giuramento sul Vangelo di York prevede che i vescovi debbano baciarne la pagine; così, attraverso il casto bacio della tradizione liturgica essi stessi consegnano un frammento del proprio DNA alla catena genetica ricamata sulle pagine, andando ad aggiungere i propri dati ai dati genetici preesistenti e collaborando alla scrittura di una seconda storia, nascosta sotto quella scritta dagli amanuensi. Una storia che è invisibile ad occhio nudo – per questo occorre affidarsi alle lenti del microscopio e agli strumenti dell’esperto – una storia che è intessuta sotto la pelle del testo.

Un esempio concreto di informazioni tratte da questo nuovo metodo di ricerca bio-artistico-letteraria è la scoperta fatta a partire dai Vangeli di York, di una moria di cervi che deve aver colpito la Gran Bretagna intorno all’anno 1002 e risolta soltanto con l’importazione di un’altra specie di cervi dal continente europeo da parte degli invasori normanni. Ma il team di Collins è inarrestabile: sono circa 5000 i testi analizzati finora, tra manoscritti e pergamene. La vastissima mole di indizi ha permesso perfino di stabilire la tipologia di infezione virale di coloro che hanno sfogliato quelle pagine, derivandola dall’età del manoscritto stesso. Da lì in poi il numero di informazioni su cui si può far luce è impressionante.

Infatti, stabilito l’anno del manoscritto, rintracciata la patologia del lettore, si può risalire all’anno dell’infezione e tracciare un quadro geo-storico dell’evoluzione di batteri come lo Staffilococco Aureo, che riguarda per la maggior parte infezioni del tratto respiratorio, oppure del Propionibacterium,  legato ad infiammazioni cutanee. Ma dal manoscritto-cavia si possono estrapolare ancora ulteriori dati, riguardanti, ad esempio quali testi fossero prediletti da quale popolo; per quanto tempo una particolare etnia ha fatto uso di determinati testi; in quali secoli si sono modificate le scelte di lettura. Queste informazioni possono sembrare eccessivamente generiche o comunque poco interessanti se prese singolarmente, ma considerando di poterle combinare e incrociare con studi antropologici, storico-culturali, letterari e medici si trasformano in vere e proprie chiavi di volta.

In realtà Matthew Collins non è stato il primo ricercatore a trarre DNA dalle pergamene. Il vero ideatore di questo metodo di ricerca scientifico-letteraria è stato proprio quel Timothy Stinson, allora professore di inglese alla North Carolina State University. Frutto delle sue ricerche fu un articolo del 2009: con l’aiuto del fratello biologo, Stinson era riuscito a dimostrare che la sua teoria fosse possibile e la sua indagine applicabile su vasta scala, ma a causa dei mancati finanziamenti per la ricerca il professore non era riuscito a mandare in porto il progetto. Il carattere interdisciplinare dei suoi studi si è rivelato un ostacolo, in un mondo dove tutto va settorializzandosi inesorabilmente e sembra non poter esserci finestra di dialogo tra una branca e l’altra della conoscenza. Le uniche finestre di dialogo restano quelle dei social gossippari, dove tuttavia spesso si collabora a produrre non sapere, quanto disinformazione.

Appunti di Sir Isaac Newton

La scoperta di Stinson tuttavia non è stata dimenticata e, quando Collins ha ricevuto un grosso finanziamento dall’Unione Europea, lo scopritore dell’Università del North Carolina è potuto rientrare in gara con il suo gruppo di ricercatori puntando a nuovi obiettivi, quali raccogliere il DNA di scienziati come Newton che durante la sua vita ha riempito molti quaderni di appunti, ancora tutti da analizzare. I manoscritti hanno bisbigliato al team di ricercatori di Collins anche bizzarre piste da seguire: il DNA dei vermi che hanno corrotto le pagine – persino quello è stato d’aiuto! – per i  Vangeli di Luca è servito a stabilire che il libro fu realizzato in una zona dell’Europa settentrionale, scartando l’ipotesi consolidata che provenisse dal meridione del vecchio continente. Il risultato delle analisi del DNA infatti indica che il verme corruttore fosse l’Anobium punctatum, una specie di coleottero tipico della Gran Bretagna e dei paesi scandinavi, ecco dunque la pista da seguire.

Stephen Blair Hedges, biologo evolutivo della Temple University di Philadelphia e membro della squadraCollins ha spiegato che “Il DNA dei vermi ci fornisce indizi relativi alla data e il luogo di origine dei manoscritti e dove e come sono stati trasportati”. Il nuovo modo di interrogare i manoscritti è di fatto qualcosa di davvero affascinante. Sembra non si arrivi mai a toccare un fondo, la profondità verticalizzante verso cui risucchiano i manoscritti-cavia non ha ancora un aspetto definito. Si tratta di una metodologia di ricerca senza precedenti nella storia dell’archeologia biomolecolare e neppure nella storia letteraria, da dove tutto questo nasce.

Nessuno aveva mai guardato ai testi antichi come ad un palinsesto di così vasta portata, cui se si presta orecchio si può ascoltare l’eco delle donne e degli uomini che ci hanno preceduti nei secoli, il muggito dei bovini di cui le pagine sono costituite, la vertigine delle infezioni e delle pestilenze passate e forse, se si fa attenzione, anche lo scricchiolio del coleottero che divora gli angoli dei fogli, la cui percepita umidità al tatto ricorderà con più empatia, al lettore di oggi, la commozione di chi ha già letto quelle storie, così che il manoscritto, involto nella sua aura, tutta benjaminiana, diventa fonte zampillante di conoscenza al quadrato.