Il popolo ha incominciato a votare in modo sbagliato, quindi ci si trova di fronte a un grosso problema. Da quando, nel 2016, prima gli inglesi con la Brexit e poi gli statunitensi con l’elezione di Trump, gli hanno assestato un doppio schiaffone, fra i liberali sostenitori dell’impossibilità di qualsiasi alternativa al modello socio-politico attuale, circola una certa insofferenza per il suffragio universale che consentirebbe anche agli “irresponsabili” di decidere sulle sorti politiche del proprio Paese. C’è chi la prende alla larga, invocando provvedimenti contro la diffusione “dell’odio e del razzismo” da parte della propaganda populista, e chi, invece, non ha pudore di esprimere quello che veramente pensa della plebe che compie “scelte irrazionali e autolesioniste”.

Poco dopo lo shock per la sconfitta della beniamina dell’establishment Hillary Clinton, il giornalista e scrittore David Hersany scrisse sul “Washington Post” che

eliminando i milioni di elettori irresponsabili che non si prendono il disturbo di imparare i meccanismi più basilari della Costituzione, o le proposte e la storia del loro candidato preferito, forse potremmo riuscire ad attenuare le conseguenze della sconsideratezza del loro voto.

Nel suo “Against democracy”, il politologo e filosofo della “Georgetown University” Jason Brennan proponeva una forma di governo “epistocratica” in cui il diritto di voto andrebbe attribuito sulla base della conoscenza da valutare tramite appositi test. Una specie, insomma, di riedizione della Repubblica dei sapienti platonica, con i tecnocrati e i banchieri a fare da guida al posto dei filosofi che, si sa, a furia di pensare, possono farsi venire in mente idee strane e sovversive. In Italia, il sindaco piddino di Bergamo Giorgio Gori, dopo il referendum sulla Brexit, aveva espresso il suo disappunto, dichiarando che

elettori disinformati producono disastri epocali. Per votare servirebbe l’esame di cittadinanza.

Chi scrive riflette da anni – ma sarebbe meglio dire fantastica – sulla possibilità di nuove forme elettorali, provando a immaginare un sistema che porti alle urne solo quanti siano in grado di farsi condizionare in misura minore dal pervasivo sistema di (in)formazione della nostra società dello spettacolo. Sono infatti i grandi media che, quale più quale meno, sono espressione di proprietà con interessi particolari, convergendo comunque tutti nella difesa del modello economico vigente, a rendere meno libera e consapevole la scelta degli elettori. L’ipotesi di esami di ammissione, di un costo minimo e di altri accorgimenti per selezionare gli elettori, escludendo quelli del tutto disinteressati che si recano al seggio solo per farsi la passeggiatina domenicale, alla fine ci pare però irrealizzabile, almeno in questo periodo storico. Le pur inani elucubrazioni del sottoscritto sono comunque finalizzate all’obiettivo opposto di quelle degli esponenti del pensiero egemone: noi vorremmo un cittadino meno influenzato dai centri di potere, loro vogliono che gli elettori gli ubbidiscano. Quando ciò non avviene, come negli Stati Uniti, dove non c’era un solo giornale a favore di Trump (parrebbe incredibile in quella “grande democrazia”) perdono la pazienza e vengono fuori al naturale: il popolo fa schifo, il thatcheriano TINA (there is no alternative) sia legge universale e perenne.

Il desiderio recondito dei liberali è quello di tornare al voto censitario, sostituendo al reddito elevato una presunta informazione come criterio di selezione dei votanti, sapendo che in non pochi casi le due caratteristiche si trovano congiunte nelle stesse persone. Facendo il giro dei vari talk show politici delle nostre televisioni (occorre uno stomaco adeguato) si nota che, a parte un paio di orientamento becero-populista, è tutto un dilagare di invettive contro gli ignoranti che si fanno abbindolare dalla propaganda dei capipopolo e dei demagoghi, non capendo in che modo si tutelano veramente i loro interessi. Una delle accuse più ricorrenti è quella di arretratezza culturale, partendo dal presupposto che chi esprime forti dubbi sull’immigrazione clandestina di massa, il modello europeo, la globalizzazione, l’aborto, l’adozione da parte degli omosessuali, le teorie Lgbt, non li possa avere concepiti sulla base di una valutazione razionale, ma solo perché ancorato a una mentalità arcaica. 

Ma chi sono questi dotti che proclamano tale fatwa antropologica? Sono i mezzi colti che si rivolgono al loro pubblico di riferimento. Un paio di esempi esilaranti: il perito odontotecnico Nicola Zingaretti il quale afferma che “in Inghilterra ha vinto la destra becera e ignorante di Boris Johnson che, da parte sua, è laureato in Lettere classiche ad Oxford, ha scritto un saggio su Roma antica, recita a memoria in greco antico alcune parti dell’Iliade e, da sindaco, ha reintrodotto il latino nelle scuole pubbliche di Londra, una scelta difficilmente definibile come demagogica. Non male pure il capo-sardina Lorenzo Donnoli il quale, incalzato dall’immancabile Vittorio Sgarbi che gli chiedeva quali fossero i suoi riferimenti politici e culturali, premettendo i suoi essere Gramsci, Gobetti, Einaudi, se la cavava indicando il totem Liliana Segre. Sfugge, quali prospettive, a parte la riproposizione (ossessiva) della propria memoria, possa avere ispirato la signora a uno dei leader di un movimento accreditato della capacità di rinnovare la politica italiana. 

I mezzi colti sono i clienti privilegiati dell’industria culturale di massa; il cinema è il primo riferimento culturale del loro immaginario collettivo, soprattutto, ma non solo, fra i giovani: un’indagine Findomestica/Doxa ha rilevato che, nel 2017, solo il 6% dei 18-24enni non aveva mai assistito a una proiezione. Personalmente, ci è capitato, in una conversazione da bar, di avere ammesso di non sapere chi fossero alcune delle, devo credere, più celebri star attuali: sono stato guardato non tanto come un ignorante, ma come un pazzo o un marziano. Ovviamente, si tratta quasi sempre di cinema di stampo hollywoodiano, un genere di spettacolo pensato per soddisfare i gusti di quel pubblico: può pure mettere in scena dilemmi e inquietudini apparentemente laceranti, ma corrispondono comunque allo spirito del tempo e in tale forma vengono proposti. Il mezzo colto alla televisione, tornata di moda come strumento culturale, dopo un periodo in cui gli intellettuali engagé la disprezzavano, sceglie i “programmi intelligenti”, sul tipo di quelli di Fabio Fazio, dove i protagonisti lo confermano nelle sue opinioni, fornendogli elementi per rafforzarle.

Sebbene le classifiche dei libri vedano costantemente fra i più venduti manuali di cucina e autobiografie di gente dello spettacolo, il sapiente di massa dei nostri tempi concede la possibilità di scalare la vetta anche a romanzi “difficili” come quelli di un Erri De Luca. L’emaciato scrittore napoletano, con la sua tormentata biografia e le sue pose da eremita nel deserto, esprime al meglio l’ “anticonformismo” del mezzo colto, sorprendendolo con travagli interiori e vicende inusitate che non aveva considerato, ma era del tutto pronto ad affrontare grazie alla sua “formazione culturale”. Provassero una volta a leggere Celine se vogliono provare brividi autentici…   La pop-politica è talmente dominante che il Festival di Sanremo è diventato un evento anche politico, con le polemiche sulla partecipazione della “femminista” Rula Jebreal e della sovranista Rita Pavone (!).  

Con queste considerazioni, non intendo certo proporre una visione elitaria per la quale solo chi ha letto migliaia di ponderosi volumi può sfuggire all’accusa di ignoranza: in fin dei conti, pare che Schopenhauer possedesse solo 800 libri e Kant non più di 300. Mi fanno ridere quelli che nei dibattiti invitano l’interlocutore a “rileggere” questo o quell’altro autore, come se fosse scontato avere letto tutto. Solo che, sapendo socraticamente di non sapere, respingo la pretesa di quanti possiedono una vasta cultura pop – che è ben diversa dalla cultura popolare che, al suo sorgere, è sempre frutto di una rielaborazione della tradizione e dell’esperienza comunitaria, mentre la prima è un prodotto industriale – di attribuire ad altri patenti di ignoranza e di volerli escludere per indegnità dalla partecipazione politica. Che poi la musica, massima espressione della cultura pop, oggi, diversamente che tra la fine degli anni sessanta e il decennio successivo, quando riusciva in parte ad esprimere una indipendente controcultura giovanile, ha perso gran parte della sua carica innovativa e della sua creatività. Nell’epoca delle boy band costruite a tavolino dalle Major discografiche per soddisfare le aspettative anche estetiche del pubblico, è impensabile il successo di un visionario genio lisergico come Jimi Hendrix.

Personalmente, ho un mio metodo per capire se una persona è politicamente insipiente, ovvero quando usa l’aggettivo fascista non nel suo contesto storico, ma per squalificare una persona o un partito; vale anche per comunista, ma è infinitamente meno diffuso nella comunicazione mainstream. Purtroppo, non posso pretendere che lo si adotti come criterio per accedere alle urne. Rimango però convinto che una persona di studi e letture modeste, in una condizione economica poco agiata, che preferisce imbottirsi di calcio e quiz alla televisione al posto di guardare i talk show, non abbia meno capacità di discernimento politico dei mezzi colti. Il primo quando paga le bollette e fa la spesa è possibile che qualche riflessione “spontanea” sulla situazione economica generale se la faccia, l’altro invece non sa dove stia di casa il pensiero critico.