C’era una volta una principessa è il classico esordio di qualsiasi favola che si rispetti, ove il lieto fine, con tanto di promozione a regina del reame, è d’obbligo. Per questo forse Emanuele Filiberto di Savoia ha deciso: sua figlia Vittoria, la maggiore, di 16 anni, sarà regina. Una notizia che ridona all’opinione dell’aristocrazia italiana un certo peso, quanto a dispute e contestazioni. Con questa dichiarazione l’erede di casa Savoia scombussola lo scacchiere politico e sociale di un’Italia che è Repubblica dal 2 giugno 1946. Di fatto dunque il principe sta prendendo decisioni a proposito di un regno che non esiste più.  

Sarà un caso che la sua dichiarazione spunti fuori proprio ora che i due temerari e irresponsabili duchi di Sussex, Harry e Meghan, scelgono di lasciare la Royal family e salpano alla volta del Canada? Sogno disperato di due non più Altezze reali che scappano a divertirsi sotto le spoglie di anonimi borghesi, come due bimbi viziati che fuggono nottetempo al Luna Park.

Harry e Meghan

Di fronte alla delusione della sapiente Elisabetta d’Inghilterra, Emanuele di Savoia risponde, poiché si sa: l’Italia, benché spesso non voglia ammetterlo è tradizionalista. Ma le implicazioni della sua virata sono sottili e molteplici. I Senatori del Regno, destatisi da un lungo letargo, non possono che dissentire: l’apertura del Savoia è disdicevole, innanzitutto perché si fa beffe dell’antica legge salica che stabilisce l’ereditarietà solo in linea maschile. Una legge di mille e cinquecento anni fa, scritta ai tempi di re Clodoveo, intorno al 495 d. C. 

Secondo il Duca di Aosta questa legge sarebbe immutabile. “Solo nell’esercizio effettivo dei loro poteri e nell’ambito di una nuova Costituzione la Corona e le legittime Rappresentanze degli italiani potrebbero procedere a eventuali modifiche dello Statuto” ricorda la Consulta. Il riferimento è allo Statuto Albertino del 1848 che confermava la legge in questione. Una regola ferrea che, come ricordano i Senatori del Regno, aveva confermato Umberto II nel suo esilio di Cascais, in Portogallo (1960):

Tale legge io, 44esimo capo famiglia, non intendo e non ho diritto di mutare.

Ma il principe Emanuele Filiberto dissente, poiché si tratta, a suo dire, di una “Legge di altri tempi ormai superata, provvedimento anacronistico”. Sembra che le teste coronate d’Europa abbiano deciso di dare una svolta, in un senso o nell’altro, alla propria condizione. Così mentre Harry e Megan perdono la corona, sono sbeffeggiati poiché i canadesi non vogliono pagare le tasse per la loro sicurezza e li paparazzano liberi, dal momento che a differenza del Regno Unito, in Canada non esiste una legge che tuteli la loro privacy, Emanuele Filiberto fa di tutto per guadagnare una corona perduta.

Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto di Savoia

Vittoria sarà sua erede designata, dichiara il principe, mostrandosi indifferente anche nei confronti del cugino che, in quanto appartenente al ramo cadetto, avrebbe diritto al titolo di re, a dispetto delle figlie femmine di Emanuele di Savoia. Balzando fuori dal libro di fiabe, scartando missive cartacee, sigilli di ceralacca e distinti ambasciatori a cavallo, i nobili prendono a duellare su Facebook: “La titolarità della Reale Casa di Savoia spetta ai suoi successori dinastici” rivendica il principe Amedeo, ma Emanuele Filiberto ribatte piccato: “Quando il ramo cadetto vuol prendere il posto del tronco… può solo rompersi”. 

Un vero smacco nei confronti delle antiche leggi dinastiche e dei suoi familiari. Ma Emanuele Filiberto è figura inquieta e lo si sa. C’era d’aspettarsi un suo ennesimo colpo di testa sin dall’annuncio choc del novembre 2019. Il principe andò in onda su Canale 5 e sulle altre reti Mediaset – dopo aver postato un video sui social – nel quale esordiva così: “Buonasera a tutti gli italiani, ho il dovere di annunciare ufficialmente il ritorno della Famiglia Reale” e aggiungendo “È tempo di tornare a respirare la tranquillità, la fiducia e l’eleganza di cui abbiamo bisogno oggi più che mai”. Il discorso si concludeva con una dichiarazione sibillina:

Guidata da un forte senso del dovere, la Famiglia Reale si pone l’obiettivo di tutelare i cittadini per guardare al futuro con rinnovato ottimismo. Grazie a tutti. I reali stanno tornando.

Questo annuncio fece gran scalpore, destando curiosità e diffidenze negli italiani e non fu subito chiaro se si trattasse di una semplice iniziativa promozionale o d’altro. Ma sembra ormai evidente che il desiderio di un successo da influencer del momento è ciò a cui aspirano i reali, che siano rossi e spavaldi figli illegittimi di una principessa e di un ufficiale di cavalleria che si accompagna a un’attrice o gli eredi di un Vittorio Emanuele III che negli anni venti del Novecento perse il controllo della situazione, lasciando le redini del paese a Mussolini per poi voltargli faccia nel ’43 e fuggire.

Ma chi è davvero questo Emanuele Filiberto che cerca a tastoni nella stanza buia di una monarchia defunta, il sogno di una corona scintillante da porre sul capo della figlia Vittoria? Condannato all’esilio fino alla sua morte, è salvato dalla legge costituzionale del 23 ottobre 2002 che gli ha permesso di varcare il confine. Svolta di cui i media nazionali possono andare più che fieri, poiché con scandali, inadeguatezze, scelte inappropriate e poco lecite stravaganze Emanuele Filiberto ha costruito il proprio profilo principesco.

Con la sua aria da bonaccione ha inaugurato il tunnel delle cadute di stile più scioccanti del secolo: nel 2010 riuscì a strappare il secondo posto nelle classifiche di San Remo insieme a Pupo e Luca Canonici con il brano Italia amore mio. Ha venduto pasta Made in Italy ai passanti di Los Angeles, girovagando felice col suo furgone-cucina, avventura che ha il sapore di un reality show. È stato ospite di diversi programmi televisivi, quali Quelli che il calcio, come tifoso ufficiale della Juventus, ha discusso con Fabio Fazio a Che tempo che fa, ma ha anche mostrato di essere il danzatore modello di Ballando con le stelle. Infine, per citare il famoso proverbio della padella e della brace, ha partecipando all’isola dei Famosi e, dulcis in fundo, ha interpretato se stesso nel film-spazzatura “Vacanze a Cortina” con Christian de Sica. 

Nel 2012 poi, non potendo più tornare indietro, ha creato su Cielo il reality Il principiante – il lavoro nobilita (dal cui titolo riecheggia il noto Arbeit Macht frei, forse involontario richiamo). Ma Emanuele Filiberto non poteva certo rischiare di offendere qualcuno e respingere l’invito ad apparire a Tale e quale show, il successone indiscusso di Carlo Conti e, secondo la stessa logica, non poteva perdersi due piroette sui pattini a lama in Notti sul ghiaccio. È il ritratto di un principe che cerca di arraffare tutto quel che può quanto a notorietà e fama da bar, nel reame del grottesco. Caricatura e star del trash, amato perché compatito, è incapace di guardare negli occhi di sua figlia e negarle un capriccio. Sogno adolescenziale di tutte le sedicenni è diventare regine. Ma non è realizzabile quando le condizioni storiche e politiche sono cambiate. Non realizzabile dopo una vita di padre spesa ad infangare il proprio nome già messo in ombra dai predecessori. La sua è una coreografia di passi falsi all’epoca della defunta monarchia.  

Nel suo video dello scorso anno, Emanuele parlava di fiducia ed eleganza, quelle che certo sembrano mancare ad una famiglia reale che non sempre è stata all’altezza del proprio ruolo. L’Italia, nella sua lunga storia, che affonda le radici ad un periodo molto anteriore allo stesso medioevo è paese frammentato, una koiné culturale variegatissima considerando la sua esigua estensione. Ha subito invasioni da parte dei popoli più diversi, è stata capace di assorbirne usi e costumi senza perdere i propri, ma anzi tramandando ai posteri tradizioni e segreti, riti e archetipi. È stata centro di un’impero, divisa in ducati e principati, sezionata e tagliata, contesa e vinta. Ed ora ha bisogno di certezze che non sempre le sono garantite politicamente. 

Emanuele Filiberto forse desidera che una monarchia possa ancora salvare lo stivale? Quel che è certo è che le maestà attuali, sia entro i confini che all’estero, sono ben lungi dal rammentare la classe e la serietà che si conviene ad un monarca attorno al quale il popolo possa stringersi e sentirsi protetto. È vero che le colpe dei padri non debbano necessariamente ricadere sui figli, ma i figli dovrebbero mostrarsi all’altezza dei propri tempi, anziché sguazzare nello stagno della malinconia o darsi ad attività circensi. Il rischio oggi è che i reali, specie in via di estinzione, per guadagnarsi la simpatia del popolino, scendano dal trono e prendano il posto del buffone di corte. Quanto all’Italia, a volte ingrata, dimentica gli entusiasmi sorti nel 1861, quando nacque il Regno che sotto di sé, come una chioccia, riunì i frammenti di un paese in pezzi.