Che tu possa vivere in tempi interessanti. Sembra che l’antica maledizione cinese ci abbia colpito, perché la pandemia di Covid-19 è l’evento più interessante degli ultimi vent’anni. Sul piano sociale, geopolitico, economico, senza dubbio, ma anche sul fondo di tutte le cose: un formidabile assalto esistenziale che travolge i confini della nostra identità di occidentali moderni. Il virus rappresenta, per i millennial e la generazione Z, ciò che sono stati il terrorismo politico e la guerra mondiale per le generazioni precedenti: il primo incontro collettivo con la morte. Nonostante la letalità della malattia rimanga tutto sommato contenuta, lo shock appare tanto più profondo quanto la nostra tarda modernità, con il suo scientismo e il suo pacifismo, è un perpetuo, superstizioso scongiuro finalizzato ad esorcizzare la morte. O, nei termini di Jean Baudrillard, “un sistema che vive dell’esclusione della morte, che ha eretto a ideale l’azzeramento della morte, la zero-morte”. Eppure il Coronavirus non è un’entità aliena, indecifrabile: ci ricorda soltanto la verità più antica del mondo, cioè che moriremo. Spesso da vecchi, ma a volte anche da giovani: per caso, violenza umana, decreto divino, intrico dell’evoluzione, quel che sia.

 

Non solo: la morte ci definisce in contrasto col resto dell’universo. “Gli uomini mortali che la triste morte attende” per Tolkien, per Borges gli unici animali a morire davvero, perché gli unici che sanno di dover morire. Oscurato questo nucleo di identità, lo spazio del dicibile si impoverisce; dunque, prima che si attuasse la quarantena fisica, il tentativo di applicare al virus una quarantena psicologica: l’aperitivo di Zingaretti, la narrazione di una storia che riguarderebbe solo gli anziani, o magari i cinesi che “mangiano topi vivi”. Comunque gli altri, perché la nostra morte personale – quella che “ci accompagna dal mattino alla sera” – non abbiamo più strumenti non tanto per affrontarla, ma anche solo per pensarla. Qui sta la contropartita pretesa da Mefistofele: il nostro tempo ci offre tutta la scienza necessaria a ritardare la morte, tutto il piacere che serve a riempire l’attesa; ma, quando infine il Mietitore arriva, ecco che restiamo abbandonati, nudi, senza spiegazioni. Scrive Martin Heidegger:

Un’interpretazione pubblica dell’esserci dice: “Si muore”; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma dei Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io. […] Questo movimento di diversione dalla morte, coprendola domina a tal punto la quotidianità che, nell’essere-assieme, i parenti più prossimi vanno sovente ripetendo al morente che egli sfuggirà certamente alla morte e potrà far ritorno alla tranquilla quotidianità del mondo di cui si prendeva cura. […] In realtà ciò non vale solo per il morente ma altrettanto per i consolanti.

Ed è significativo come proprio la morte, rimossa, sia diventata il problema intrattabile della modernità: nella prima lettera ai Tessalonicesi Paolo rassicura i fedeli promettendo che, il giorno della venuta di Cristo, sarà annullata la differenza fra vivi e morti; Sergio Quinzio, invece, registra che “dopo duemila anni i morti non sono risuscitati, e lo spazio per la fede è mostruosamente diminuito”. Innegabile, l’affermazione del teologo ligure, e angosciante: perché anche i surrogati novecenteschi della fede sono infine falliti. Tace il grido paradossale dei legionari spagnoli, “viva la muerte!”; naufraga, nella Russia degli oligarchi e delle Pussy Riot, il tentativo sovietico di creare l’uomo del futuro, capace di dominare “l’isterica paura della morte che offusca la ragione”, con le parole di Trotsky. Philippe Ariès, nella sua “Storia della morte in Occidente”, descrive icasticamente il contrasto fra la morte medievale e quella moderna. La prima evento collettivo, “addomesticato”, con il morente che si trova al centro di un rituale di commiato a cui partecipano anche estranei e bambini; la seconda divenuta tabù, una faccenda circoscritta alla tecnica sanitaria, che coincide con l’interruzione delle cure. 

Certo, lo stato governa i corpi, nei termini di Foucault: le misure attuate dai governi sono misure di controllo, e al servizio, dei corpi. Andranno valutate, infine, sulla base dell’efficacia: adesso, l’unica condotta saggia sul piano del giornalismo politico è sospendere il giudizio. Ma la quarantena e il Coronavirus passano, le criticità esistenziali che hanno evocato restano. Se osservo, con lo sguardo assolutamente personale di chi conosce la depressione, la nube di paura che sovrasta l’Italia, nel guazzabuglio dei sentimenti c’è anche un certo senso dell’assurdo. La depressione è, in qualche modo, una convivenza forzata con la morte, e ha almeno il beneficio di imporre quello che Camus, nel “Mito di Sisifo”, definisce il quesito fondamentale della filosofia: se valga o non valga la pena vivere, un dilemma che scioglie la paura acuta nell’angoscia cronica.

Per definire l’attuale irruzione del terrore nel quotidiano sono utili, allora, due citazioni letterarie, apparentemente in contrasto, ma in effetti complementari. “La paura è un lusso della felicità”, scrive Giuseppe Catozzella nel suo romanzo dedicato ai migranti africani, ed è vero che, come trionfalmente proclama il neoilluminista Steven Pinker, la società occidentale odierna è la più ricca e sicura di sempre. La morte, adesso incarnata dal Covid-19, minaccia proprio questa felicità materiale: abbiamo molto da perdere. Ma, al tempo stesso, la ricchezza è tutto quello che abbiamo, e non può sfuggire al “verme conquistatore”. Così, dalla direzione opposta tornano le parole di Dostoevskij:

Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo cosí stretto da poterci posare soltanto i due piedi, – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene cosí, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità –, anche allora avrebbe preferito vivere che morire subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!… Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l’uomo! Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco.

Nell’epoca d’oro della storia siamo comunque poverissimi. Il paradosso rimane insanabile, e non possiamo fare altro che guardarlo emergere da attentati ed epidemie, o magari scriverne. Solo, sullo sfondo, compare l’ombra rasserenante di un grande santo eretico e avversario della modernità, Ivan Illich, impegnato a decostruire le nozioni impersonali di vita e sopravvivenza in favore della priorità della persona. Illich, colpito da un tumore, rifiuta per coerenza le terapie più invasive e accetta la malattia come parte imprescindibile dell’identità umana: la chiama “mia mortalità”