“La storia dà torto o dà ragione”, cantava De Gregori. E questo angelo giudicante, armato di spada e bilancia, veglia sulla cultura occidentale da quando il cristianesimo ha codificato l’idea di un tempo irripetibile, che inizia e necessariamente procede verso il proprio esito. Con l’aiuto di Hegel, la professione di fede è filtrata tanto nel pensiero marxista quanto in quello nazionalista e fascista; ha segnato generazioni di uomini, convinti di militare dalla parte giusta della storia. Uno spettro, certo, che però infesta ancora il nostro presente, significativamente identificato come fine della storia: l’ultima escatologia rimasta, ora che abbiamo perso religione e ideologia.

E lo spettro scuote le catene anche intorno a dibattiti tutto sommato futili, come quello riguardante l’intitolazione di una via di Verona a Giorgio Almirante. Futile, perché la toponomastica non è agiografia, non si prefigge di santificare certi nomi e dannarne altri, altrimenti non si spiegherebbe la coesistenza, nel nostro paese, di via Gaetano Bresci e piazza Umberto I. La toponomastica è una negoziazione implicita fra la storiografia – che si occupa della rilevanza degli uomini e non della loro bontà – e la correttezza politica, che invece si preoccupa di evitare lo scandalo. La rilevanza storica di Almirante non si discute, e sarebbe ipocrita considerare scandaloso il suo nome oggi, se la Repubblica antifascista l’ha annoverato per quattro decenni fra i propri parlamentari.

Un comizio di Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, deputato per dieci legislature

Nella polemica è intervenuta anche Liliana Segre, e Avvenire ha commentato con un articolo dal titolo rivelatore: Segre è la storia giusta, Almirante il passato odioso. Certo, non era nelle intenzioni di Ferdinando Camon, ma il concetto di “storia giusta” è intrinsecamente totalitario. Nel momento in cui, dalla collinetta del presente, pretendiamo di guardare indietro e decidere quale storia è nostra e quale non lo è, quale passato portare nel futuro, allora siamo come l’imperatore Qin Shi Huang, che nella Cina del 212 a.C. bruciava i libri perché non esistesse niente prima di lui. Più che via Almirante, al centro del discorso sta il conflitto fra due idee opposte di storia. Un conflitto già individuato da Marc Bloch:

Per lungo tempo, si vide nello storico una specie di giudice degli Inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti. […] Vale più che mai la frase di Pascal: “Ciascuno crede di essere Dio, giudicando: questo è buono o cattivo”. […] Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo, per separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai reprobi? […] Malauguratamente, a forza di giudicare si finisce, quasi fatalmente, per perdere persino il gusto di spiegare.

Non è vero, come vuole il luogo comune, che la società contemporanea ha dimenticato la storia. Piuttosto ne ha persa la misura: la considera un lare domestico, una statuetta di bronzo alla quale offrire preghiere apotropaiche. Un atteggiamento esemplificato dalla levata di scudi, l’anno scorso, in difesa del tema storico agli esami di maturità: un mucchio di belle parole sul passato che illumina il presente, sull’importanza morale della storia. Insomma, quel curioso miscuglio di venerazione, mummificazione e romanticismo deamicisiano con cui i semicolti, nella definizione ampia di Gianfranco La Grassa, trattano la cultura.

Si diffonde, quindi, una sorta di moralismo storiografico, in nome del quale una manica di squinternati imbratta la statua di Indro Montanelli o, in America, si processa Cristoforo Colombo, giusto mezzo millennio fuori tempo massimo. Una furia iconoclasta che fa il paio con l’abbattimento dei monumenti sovietici in Europa orientale: ma da noi non c’è nemmeno la giustificazione del cambiamento traumatico di regime. C’è soltanto la guerra vigliacca dei liberal contro il passato, due volte antistorica: in primo luogo perché assolutizza “i criteri puramente relativi di una generazione”, per dirla con lo storico francese, e in secondo luogo perché non riflette nessuna emergenza presente, nessuna questione che sia vitale al di fuori del salotto. I guerriglieri della vernice rosa, oggi, al massimo rischiano una multa: tutt’altra faccenda rispetto al 1944, quando proprio Marc Bloch, ebreo e partigiano, venne fucilato dai nazisti.

Marc Bloch

Tutto questo virtue signalling, attività preferita di attivisti politici e intellettuali mediatici, è incompatibile con una riflessione onesta su ciò che è stato. Ancora parafrasando Bloch: almirantiani o anti-almirantiani che siate, per carità, diteci soltanto chi era Almirante.

Sembrano cadere in contraddizione coloro che esaltano l’erudizione storica e poi pretendono di ridurre un protagonista della Prima Repubblica al giornalista nemmeno trentenne che scriveva su La difesa della razza. È una contraddizione, però, solo apparente: perché non è la storia a interessare davvero, ma la memoria. Ovvero una lettura non storiografica della storia: la memoria è personale, parziale, a volte nostalgica, a volte ciecamente accusatoria. Non obbedisce, come la storia, a una deontologia interna, piuttosto impone agli eventi una morale che viene dall’esterno.

Liliana Segre, senatrice a vita dal 2018, è diventata un’icona mediatica del concetto di “memoria”

I giorni della memoria, quello internazionale del 27 gennaio e i molti che si provano a istituire per l’una o l’altra sciagura, sono, in fin dei conti, altrettanti esercizi di penitenza collettiva, grazie ai quali si esorcizza il passato. Lo si evoca non per capirlo, ma solo per ribadirne l’alterità: la mattina dopo siamo già uomini nuovi, senza il fardello del peccato. Ma la storia è un’altra cosa: non è una romanticheria commossa bensì una grigia ricerca; non serve a migliorare l’uomo, ma a spiegarne le azioni; non aspetta il sol dell’avvenire, ma accende una candela nella notte. L’angelo della storia non separa il torto dalla ragione, ma prova disperatamente a comprendere. Scrive Walter Benjamin in Angelus Novus:

L’angelo della storia […] ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.

Se, nonostante questo, riusciamo ancora ad amarlo, egli ci proteggerà dalla banale, asfissiante retorica degli aspiranti buoni.