Finalmente ho scoperto le porte d’Europa, l’estremo lembo della nostra terra. Immobile, con gli occhi al cielo, nel vento che spezzava il promontorio e polverizzava le onde dell’Atlantico, ho riconosciuto il respiro della Natura, l’unica in grado di dar forma alle nuvole. Arrampicato, quasi sospeso nel vuoto, ho percepito quella forza arcana che da Cabo da Roca, la punta più occidentale del continente europeo, trascina con sé il mito della nostra civiltà, fino alla steppa, e dal cuore dell’Asia ritorna a noi, eredi del Vecchio Mondo, con una gelida brezza leggera.

Al limite estremo della terra dei nostri padri ho trovato l’impetuosità selvaggia della natura e la solitudine dell’uomo, che in quelle rocce, a picco sull’immensità del mare, ha lasciato un faro per segnalare ai naviganti non la fine delle acque ma l’inizio della civiltà europea. Ho riconosciuto in quegli attimi quale fosse davvero il saldo legame che unisce i popoli di un unico continente, l’Eurasia, unione però sempre celata da limiti e confini geografici.

Statua di Gengis Khan

Stringevo tra le mani un libro magico, rivelatore di quell’oscuro legame identitario tra popoli e culture che la civiltà moderna, tecnocratica e consumista, ha sempre voluto negare o addirittura far scomparire sostituendo tradizioni e miti del passato con l’uniformazione planetaria, con l’appiattimento a regole e istituzioni sterili che oscurano secoli, se non millenni di storia.

Ho letto in silenzio “L’uomo col cappello” di Alexander Lernet-Holenia, e dalle spiagge portoghesi, da cui salparono i grandi navigatori spinti dal sogno di incontrare il Re del Mondo o il Regno del Prete Gianni, e mi sono ritrovato all’improvviso proiettato nel cuore della steppa, alle origini della nostra storia. Come il protagonista, Nikolaus Toth, ho incontrato un’altra dimensione della vita, riuscendo ad andare al di là della materialità dei luoghi. Sfogliando le pagine di un libro del 1937 (oggi ristampato da Adelphi) ho ritrovato un tempo mitico, che la vita mi aveva portato a cancellare. Irrazionalmente avevo dimenticato le nostre sacre origini e infilato in qualche anfratto del cuore la steppa e il mistero che essa da secoli cela. In quei momenti non ero affatto colpito dal dramma dello sconsiderato Toth – costretto a indebitarsi e a tentare di riscattare i suoi debiti al casinò di Budapest – semmai ero attratto dalla magia della parola evocatrice di sogni. In quel libro, tra leggende, magie, fantasmi e misteri, ho percepito il pulsare occulto di un’anima antica e immortale, che la modernità ha cercato di cancellare in nome del progresso e del dio denaro.

No, non ho avuto il coraggio di giocarmi l’anima ai tarocchi come Toth e il suo amico Clarville, ma ho seguito entrambi nel loro giuoco. Il loro ludere era incarnato dalla realizzazione di un immaginario e affascinante viaggio in un mondo simbolico, ma loro hanno osato anche andare oltre, partendo in cerca del sepolcro di Attila, il padre barbaro della civiltà euroasiatica.

Affascinato dal racconto, ho finito per smettere i miei panni di lettore e mi sono sentito un osservatore più attento, quasi una pedina voluta da Lemet-Holenia per completare il suo personale ritorno ai primordi, che però rappresenta il ritorno all’essenza della nostra civiltà per intere generazioni. Allora la mia immaginazione si è lasciata guidare da refoli di vento fino in Russia,

Dove la steppa è così vasta che… copre il mondo, o quantomeno la maggior parte di esso, e tutto ciò che esiste al mondo è venuto, dicono da quella steppa.

Mentre leggevo, ho atteso la fine dello scrosciare delle onde, immense cattedrali d’acqua, per riuscire ad ascoltare quel silenzio che dal mare giungeva fino alle pianure deserte della Russia meridionale.

Una steppa in sé non è nulla, ma da questo Nulla può derivare qualcosa di immenso, non dalle montagne, non dal mare viene tutto ciò che esiste, bensì dalla steppa, da questa immensità per eccellenza, che si estende azzurra, e al cui orizzonte cielo e terra diventano tutt’uno.

Steppa intermontana dei Saiani (Wikimedia Commons)

Per tutti – me lettore compreso – era ed è l’inizio e la fine, l’anima del mondo.

Oltre l’orizzonte, nelle distese fiorite durante la stagione delle piogge, lo spazio – come anche Lernet-Holenia sostiene – diventa tempo, e il tempo non esiste più perché si perde nell’immenso:

Non esiste più vicino e lontano, passato o futuro, ma solo un presente infinito. Perché Dio è molto grande sopra la steppa.

Allora, solo in quell’istante, mi sono reso conto che chi aveva chiuso l’Europa dentro un piccolo guscio di interessi, ha congiurato davvero contro la storia e la tradizione dei nostri popoli.
«Questo spazio potrebbe ancora vomitare, come un tempo, popoli su popoli, Germani e Sciti, Alani e Turcomanni, un novello Gengis Khan, un nuovo Tamerlano», mentre oggi lo spazio vitale della steppa rischia di essere divorato da colonne di cemento, vetri a specchio e gas di scarico. Anche secondo Lernet-Holenia, «è ancora attraverso questa steppa che l’Asia entra in Europa», ed è:

Ancora tutto un fluire e rifluire nell’aria, un tremolio sopra l’erba della steppa e le piante odorose, sopra i deserti di pietra gialla e di sale azzurro, un che d’invisibile, un aleggiare delle migrazioni di dèi e di uomini. Perché ogni cosa viene alla luce in Oriente e si compie in Occidente. Ma l’Oriente non dà soltanto, riprende anche indietro.

È la magia della terra incognita, la faccia nascosta dell’Occidente europeo. Il segreto dell’Uomo col cappello, infatti, non risiede nelle possibili sfaccettature dell’anima visionaria di Clairville, o nella lucida, ma al tempo stesso sognante, ricerca di Toth: è la nuova dimensione dell’uomo, dell’umanità intera rispetto al mondo. Seduto sulla roccia, allora ho scoperto un nuovo polo d’attrazione, una tradizione antica come la pietra su cui poggiavo. Era una nostalgia diversa, un vago percepire d’altri tempi, di cavalieri in lotta per l’onore e per la terra, per l’infinito spazio della steppa, terra da sempre percorsa «da un infinito all’altro» dal vento e dalle nuvole.

Attila – ho avuto questa sensazione – non era solo il «Flagello di Dio», era il guerriero che «ha scosso… il cuore dei popoli», era il discendente di Odino, e non dimenticavo che «Odino e i suoi fratelli, per primi, in tempi remotissimi, sollevarono la terra dalle acque, cioè crearono il mondo».

La distruzione dell’impero romano, Thomas Cole

E da lettore mi sono sentito come trasformato in attore, e il sospiro del mare ha cancellato per un istante la civiltà moderna, il denaro, le macchine: tutto svanito grazie a quelle pagine torturate dal vento e dal sale. Ho dimenticato il mio mondo perché sono stato proiettato in una terra fantastica, dove le fanciulle dormono nei prati ricoperte di farfalle e le ombre nascondono fantasmi. Come Toth,

Avevo l’impressione di essere riapprodato sulla superficie della terra dopo un sogno tormentoso che mi aveva condotto a viva forza tra le gole opprimenti degli abissi o nelle profonde voragini del cielo.

Sono diventato dunque un viaggiatore eterno, capace di volare fino alla fine del mondo.
Devo confessare di non essermi preoccupato quando ho scoperto che Toth e Clairville non avrebbero mai trovato la tomba di Attila, né sono rimasto impressionato quando entrambi hanno trovato il sepolcro dei Nibelunghi. Le ceneri di Attila è come se mi fossero arrivate addosso lo stesso, trasportate da un vento millenario.

Certo, il mondo non era più quello di prima… Le cose visibili erano rimaste le stesse, l’invisibile ormai era diverso. Dentro, negli uomini si era mutato il mondo che ora stava dissolvendosi e tramontando.

Solo allora, mi ricordai le parole dell’alfiere Herbert Menis, protagonista de Lo Stendardo, l’altro romanzo capolavoro di Lernet-Holenia. Anche lui faceva parte di quell’Impero condannato a crollare sotto il peso degli eserciti e della follia di quei criminali che hanno preferito cancellare, in nome del progresso, storia, secoli e tradizioni. Oggi, Toth, Clarville ed Herbert Menis, «ultimo alfiere di un tempo senza gloria», rimangono come monito per chiunque creda nella civiltà primigenia dell’Europa e dell’Asia unita, e con le loro gesta, seppur immaginarie, ci invitano a scrivere ancora la storia. Perché l’Eurasia non è un mito, è la radice profonda che lega l’anima alla steppa, è la terra consacrata dal sangue dei nostri avi.

Col sopraggiungere dell’oscurità dal mare, a Cabo da Roca, ho cercato la luce alle mie spalle e avevo ragione di farlo: l’Impero eurasiatico era ed è sacro e non tramonterà mai.