Artic Indigo era ancora immerso nella serie onirica scelta per il suo tempo di ricarica quando la sveglia cerebrale s’accese interrompendo il dreamgame. Gli attori virtuali dello sceneggiato di genere Egyptianpunk con cui stava interagendo si bloccarono all’unisono, congelati. Sopra le piramidi verdi del faraon*drag queen Setha e le cento sfingi aliene si accese nel cielo delle nove lune meccaniche la grande scritta, le cui parole furono scandite dalla voce profonda dell’eterno asessuato Osiry.

IT’S TIME TO GET UP, ARTIC INDIGO

Prima di aprire gli occhi, sullo sfondo nero, scorrevano i suoi dati personali aggiornati.

Nome: Artic Indigo

Cognome assegnato: Sfera_20_11_2070

Registrazione: 20 novembre 2070

Valore terreno: 3.223 E$Y doyuro [valore aggiornato al 19.20.2099. Variazione rispetto al giorno precedente: – 4%. Variazione rispetto al mese precedente: – 8%. Variazione rispetto all’anno precedente: – 1.592%]

Rating: C2

Merda, pensò Artic Indigo, il suo valore terreno stava scendendo giù, verso la tragedia. Il rating C2 lo preoccupava molto: aveva solo un ultimo C3 prima del baratro della D. C significava mediocrità assoluta con poche speranze. C2 significava mediocrità assoluta con ancor meno speranze. E pensare che due anni prima si trovava in B1! Vicinissimo all’A dei giusti; quasi l’aveva accarezzata la maledetta A. Poi aveva commesso quel grave errore di investimento alla borsa digitale Shenzhen TechIndex.

Buon anniversario di registrazione Artic Indigo!

Fu l’ultimo messaggio che il SistemaSogno gli inviò prima che Artic uscisse dal caricabatteria a muro. Ah, già, oggi è il mio anniversario di registrazione, pensò distratto, senza dare importanza alla cosa. Diede maggior peso al suo nome, Artic Indigo, che non sopportava … non gli piaceva proprio come l’avevano chiamato ventinove anni prima i soggetti 1 e 2 del nucleo genetico, dopo che la sua messa al mondo fu autorizzata dalla commissione nascite.

 

Artic Indigo, un nome neutro, valevole per qualsiasi sesso avesse scelto nel corso dell’esperienza life. Artic aveva deciso di rimanere maschio. Scacciò via quell’accenno di malumore, quell’inizio di rabbia. Era pericoloso arrabbiarsi. La rabbia era proibita, i sentimenti d’odio neanche parlarne, si rischiava di finire dritti nell’incubo di un rating D, e fine dei giochi. L’ER – Emotional Regulation installato nel suo sistema nervoso al momento della registrazione, connesso con la variabilità del battito cardiaco HRV – Heart Rate Variability, non commetteva sbagli. Le emozioni degli esseri umani erano monitorate; dopo una certa soglia si incappava nella procedura di controllo con conseguente multa. Era la soluzione definitiva alla collera umana, alla violenza, alla ribellione, alla guerra.

No more anger, no more hate, no more war era lo slogan del progetto che ormai coinvolgeva quasi tre quarti della popolazione mondiale, escludendo i soggetti più obsoleti, nati prima dei nuclei genetici e delle commissioni nascite. Bisognava rimanere sereni, ottimisti, sorridenti.

Dopo i 45 secondi consentiti di doccia con acqua sterilizzata, l’uomo salì in strada, nudo, come ogni giorno. Tutti erano nudi, donne, uomini, vecchi, bambini, transgender, intersex people, queer, questioning, two-spirit, extra-mammal, various species, new quadrupeds, reborn cat, emasculating, white castrates, black interchange, mini pony, three tits, AM androgyny-misogynist, fat mamba, multiple angels, happy slave e tutti gli altri.

L’uguaglianza era ora giusta e assoluta, grazie alla regola equal naturism di 20 anni prima del conglomerato NBO No Borders Organization, che gestiva il pianeta Terra. Tutti completamente nudi con la sola eccezione dei plantari in carbonio fissati sotto i piedi, o sulle ginocchia e i suoi palmi delle mani per i new quadruped, i reborn cat, i mini pony e gli happy slave. Le alte temperature terrestri dell’estate perenne permettevano l’assoluto abbandono di vesti arcaiche e antidemocratiche. Il nudismo era la soluzione sostenibile, l’unica.

In coda da Starbucks, ordinò la colazione. Sopra la sua testa, s’illuminò il suo credito residuo di 3.223 E$Y doyuro in cifre verdi. Il lettore Starbucks gli fece scendere il credito a 3.211 E$Y con le cifre che scendevano rapide in lampi rossi e rumore di monetine che tintinnano e ding! di cassa. Transazione eseguita. Ecco la tua colazione, Artic Indigo, buona giornata da Starbucks e buon anniversario di registrazione! Esclamò Starbucks e immagini di fuochi d’artificio esplosero sulle spalle del cliente per un paio di secondi. Dietro di lui, una ragazza gli lanciò un’occhiata di disprezzo e un sorrisetto maligno: aveva visto il suo misero valore terreno di 3.223 E$Y. Quando toccò a lei ordinare, il valore che le apparve sopra la chioma di fibra in platino indicava in cifre verdi ben 857.500 E$Y doyuro. Caspita, beata lei pensò Artic con invidia, doveva essere almeno una A3, quasi una A2!

La sua preoccupazione era di guadagnare doyuro e di conseguenza risalire di rating. Soldi! Al cyclettedrome che fungeva da biocentrale elettrica prese posto su una delle cinquecentomila cyclette. Più si pedalava, più energia si produceva, e maggiore era il guadagno. Assieme a lui, un esercito di pedalatori sudava frenetico sui sellini, lingua a penzoloni, tutti con gli occhi fissi davanti all’importo dei doyuro guadagnati. Artic pedalava e pedalava; lo sguardo incollato sul suo valore terreno in lenta crescita. 3.350. 3.500. 3.840. 3.900. 4.000! Coprì quasi settanta chilometri virtuali quel giorno, poi, intorno ai 4.700 doyuro, avvertì un bruciore al petto, la vista si annebbiò, perse l’appoggio sui pedali, cadde da fermo; tutto un tremito nudo, un’anguilla in terra colle gambe contratte in spasmi muscolari.

Spiral heads series, Pavel Tchelitchew (1950)

L’unità medica si prese immediatamente cura di lui, addebitandogli però 200 E$Y. Non era andata bene. Claudicante, quasi strisciante, entrò nel centro Perruque. Si fece tosare a zero e vendette i capelli per 154 E$Y; una miseria, ma la sua chioma non arrivava a cinque centimetri di materiale di bassa qualità. I suoi capelli erano troppo grassi, gli disse la voce del centro Perruque. Non andò meglio con lo sperma: l’ufficio Liquidi Organici disse che l’aveva debole e di cattivo sapore. E neppure alla centrale per la raccolta deiezioni solide ottenne qualcosa di più che qualche misero spiccio. La sua merda, povera di fibre e vitamine, appariva di pessima consistenza e considerata prodotto discount al momento della pesa. Alquanto sconsolato, guardò con invidia la coda di venditori all’Emporio Reni. Un buon rene poteva arrivare a valere 100.000 doyuro, una fortuna. Ci aveva già provato, ma l’avevano scartato, la sua merce non era buona.

Artic Indigo si disperava rannicchiato sul marciapiede, ma cercando di rimanere sorridente; era evidente che quel giorno in superficie, di esperienza life reale, non gli avrebbe portato nulla di buono. L’ultima possibilità di riscatto sociale e di crescita si trovava nell’altro mondo, quello virtuale del SistemaSogno. Tornò sotto la superficie, verso la sua stanza. Prese una doppia dose di gocce per dormire e si infilò nel sarcofago caricabatteria a muro. Entrò nel SistemaSogno.

Di nuovo apparvero i suoi dati aggiornati. Il SistemaSogno gli consigliò inoltre di fare qualche acquisto: era da tempo che non ne faceva; Artic Indigo, un buon consumatore è un buon soggetto, chi consuma alza il rating! Pensa al tuo futuro sociale, compra, soddisfa le tue esigenze, fatti felice e cresci con noi!

Artic Indigo obbedì al consiglio e si diresse verso i grandi magazzini AmazWorld. Spese più di mille doyuro per una piovra per massaggi alla schiena, uno spremiagrumi per pompelmi sintetici, una tinta color turchese per peli pubici all’ultimo grido, e poi serie tv interattive, dreamgames, bicipiti e pettorali nuovi di zecca per le sue serate di gala nel social network Sleepbook dove l’apparenza era importante, era molto molto importante se si voleva mantenere un giusto livello sociale con buone relazioni con gli altri miliardi di dreamers registrati e paganti.

In Sleepbook si fece un giro nel Lounge bar al quattrocentesimo piano di un grattacielo malese all’ora di un tramonto nucleare; a bordo piscina ordinò cocktails fantasmagorici coi colori intermittenti e piatti alla moda come ufo da cui spuntavano rami e angoscia, fece lo scemo con due gemelle siamesi disperate e in cerca di facili avventure social che condividevano lo stesso profilo per ragioni di costi. Il suo credito residuo scendeva a volo d’angelo, lampi rossi sopra la testa, incessante scampanellio di registratori di cassa. Artic esagerò con i cocktail marziani; anche se si trovava nel mondo virtuale e onirico del SistemaSogno, l’esperienza sensoriale alcolica iperrealista lo faceva sentire ubriaco. Valore terreno 3.100 doyuro, in discesa costante. Quando scese sotto i 3.000 si ricordò la ragione per cui era entrato prima del previsto nel SistemaSogno, e schizzò in orbita raggiungendo in un battito di ciglia il Planet Casinò; pagò l’ingresso, scelse le sale dedicate al poker Texas hold ‘em, prese posto ad un tavolo con sedia libera. Cambiò 1.000 doyuro, e ordinò un anfetaminico Vodka Pervitin. Non fu scelta saggia: andò in all in con tris di sirene, un altro giocatore aveva scala sanguinaria.

Nei vicoli torbidi di Pusheropolis comprò mescal chewing gum, scarlet cocaine, opium-cola … E il suo valore terreno scendeva e scendeva. Lucignolo con le tasche bucate nel paese dei balocchi; Mangiafuoco lo scuoteva per i piedi per fargli cadere le ultime monetine. Tutto scombussolato, deambulante nell’universo artificiale della rete, concluse la sua gita disperata a Tinderville, dove usò gli ultimi suoi crediti per un orgasmo virtuale con tre techno-geishe nippo-sumere.

Fine dei giochi! Tutte le strade del SistemaSogno si fecero grigie, i milioni di icone sotto forma di stelle del creato online si oscurarono, le metropoli del consumo virtuale spensero le luci delle cattedrali. Limbo nero senza possibilità di uscita. Avviso ad intermittenza:

Valore terreno: 0 E$Y doyuro

 

Rating: D

Artic Indigo era spacciato. Presto l’avrebbero svegliato a forza. Gli avrebbero requisito la stanza e sarebbe finito all’Accademia dei difettosi. Non sapeva nulla di quel luogo, se fosse reale o virtuale, ma solo a sentirlo nominare gli venivano i brividi. La D era l’indicibile blasfemia del fallimento social e dell’insolvenza consumo-produttiva, i soggetti con rating D erano gli intoccabili, gli ultimi, gli scarti, i finiti, i paria antisocial. Artic rimaneva addormentato nel terrore, bloccato nello spaventoso, silenzioso e freddo game over definitivo.

Un bagliore improvviso, una cometa sfarfallante interferenze e pixel, passò davanti ai suoi occhi angosciati e persi nel deserto di tenebra; fu un lunga scia di codici in fiamme in dissolvimento informatico, delle fila alfanumeriche impazzite che corrodevano i confini dell’orizzonte interattivo esteso per un triliardo di yottabyte, aprendo una ferita nel SistemaSogno, uno squarcio che sanguinava cascate lampeggianti bit. Un’immane e magnifica anomalia apriva un varco inedito, una porta nell’ignoto. Artic corse verso lo squarcio accecante policromia furiosa e ne fu inghiottito prima che esso si chiudesse dalla manutenzione NBO.

Atterrò picchiando le ginocchia sul selciato di una piazza vuota all’ora di uno strano crepuscolo o di un meriggio sospeso nel tempo. L’orologio sopra il colonnato batteva le ore 25 di un mattino interdimensionale. Si trovava come al centro di un palcoscenico urbano arcano, con ai lati le sagome geometriche e porticate di due palazzi in ombra a fare da sipario aperto sulla scena inesplicabile, immobile nell’inconscio, un’istantanea dell’eterno. Era una scenografia di un luogo che non esisteva, di un’altra dimensione senza tempo, di un enigma. Il cielo sullo sfondo pallido sulla linea dell’orizzonte saliva d’intensità cromatica in altezza, diventava verde-blu con sfumature più scure verso l’alto, fino a diventare tenebra: l’ombra incombente di una notte eccentrica su una città misteriosa. Appariva un regno onirico svuotato dagli uomini che l’hanno eretto con la forza dell’immaginazione.

Come nella rinascimentale Città ideale, una nuova geografia veniva concepita in sogno, e prendeva forma in un quadro che voleva essere una finestra verso spazi inesplorati, possibili ma contemporaneamente impossibili, come un gioco dell’universo che straccia regole della storia e della fisica diventando meta – diventando l’oltre: metafisica, oltre la fisica. Artic Indigo si trovava in una gigantesca, sconfinata, eterna, grandiosa, allucinazione. Che cosa curiosa e inquietante, un’allucinazione nel sogno, uno scherzo dell’immaginazione dentro l’universo onirico. Il sogno nel sogno.

Ma adesso, per la prima volta nella sua vita, si sentiva libero. Non era più navigante in quel programma di controllo, di vita fittizia, scientificamente organizzata, monitorizzata e monetizzata durante il sonno degli esseri umani, e costruita nel sistema informatico globale e totale per gestire produzione e consumi al di là della vita reale e desta: produzione e consumo perenni, sempre e ovunque, sia da svegli che da addormentati, senza più confini né limiti. Adesso Artic non viveva in un mondo artefatto, ma parallelo per davvero. La marionetta aveva tagliato i fili. Si era risvegliato nell’oltre. Da una mezzaluna d’argento sospesa sopra una torre rossa, una figura scorreva veloce come su uno scivolo celeste. La figura atterrò ai piedi di Artic. Era un uomo buffo vestito con un appariscente costume da torero. Non sorrideva ma non per questo dava l’idea di una persona poco gradevole, al contrario, sembrava persona anziana e bonaria. L’espressione era placida, quasi serafica. Assomigliava molto vagamente al regista Alfred Hitchcock. La faccia gli cascava un po’ e aveva due segni marcati di borse sotto gli occhi. Sotto il naso, un accenno di baffi radi. I capelli bianchissimi erano pettinati con una decisa riga che gli portava il ciuffo candido a cadere sulla sinistra del volto.

La porta socchiusa sopra la notte aveva la solennità sepolcrale della pietra smossa sulla tomba vuota del resuscitato. Bisogna scoprire il demone in ogni cosa. Bisogna scoprire l’occhio in ogni cosa. Disse il bizzarro torero ad Artic, e prima di lasciarlo gli porse uno strano oggetto che gli confidò chiamarsi libro. Mentre cercava di capire quelle parole enigmatiche e che diavolo fosse quell’insieme di fogli della medesima grandezza, pieno di scritte e tenuto assieme da una sorta di raccoglitore di carta spessa e colorata, il buffo torero scomparve nell’ombra di un portico lungo come tutto l’equatore.

Artic maneggiò l’oggetto chiamato libro, capì che conteneva molte informazioni seppure non fosse un apparecchio tecnologico; o forse era di una tecnologia mai vista, talmente avanzata da sembrare fantascientifica, del futuro. Era solido, i fogli di carta scorrevano con un semplice movimento del pollice lungo il bordo. Sul davanti c’era scritto: Ernst Jünger – TRATTATO DEL RIBELLE. Aprì l’oggetto e lesse.

“Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà”

“C’è qualcuno che non ha smesso di cercare una possibile breccia della corazza dei moderni Leviatani”

“La tirannide diventa possibile soltanto se la libertà è stata addomesticata e ormai ridotta a vuoto concetto”

“Unire la libertà e il mondo in una nuova armonia. Quando l’opera d’arte riesce a darle forma, la paura accumulata non può che dissolversi come nebbia ai primi raggi del sole”

“Qui non si parla più di destini, qui ciascuno è solamente un numero. Se avere ancora un proprio destino o essere considerato un numero: è questa la decisione che oggi sta di fronte a tutti, ma che ciascuno deve prendere da solo”

“Noi a questo luogo abbiamo dato il nome di bosco”

“Si può anche dire che nel bosco l’uomo dorme. Non appena aprendo gli occhi riconosce il proprio potere, l’ordine è ristabilito”

“I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo”

“Immaginazione e poesia appartengono di diritto al passaggio al bosco”

“Chiamiamo questa svolta passaggio al bosco e l’uomo che la compie Ribelle”

“Sia con la sua opera sia con la sua vita, il poeta manifesta l’enorme superiorità del regno delle Muse su quello della tecnica, e aiuta l’uomo a ritrovare se stesso: il poeta è Ribelle”

“Le nuove luci, i nuovi soli sono protuberanze fuggevoli che si staccano dallo spirito, e mettono alla prova l’uomo sul suo assoluto, sul suo mirabile potere”

“Il Ribelle conosce una nuova solitudine introdotta dalla malvagità che si è accresciuta in modo satanico – non a caso l’alleanza di questa con la scienza e con la meccanica, pur non introducendo alcun elemento nuovo, ha dato origine a diversi nuovi fenomeni storici”

“Oggi conosciamo moltissime persone che nella loro vita hanno attraversato i centri dell’ingranaggio nichilistico, gli abissi più profondi del maelstrom. Costoro sanno che lì il meccanismo si rivela sempre più minaccioso; l’uomo si trova al centro di una grande macchina ideata per distruggerlo”

“Il vero problema è piuttosto che una grande maggioranza non vuole la libertà, anzi ne ha paura. Bisogna essere liberi per volerlo diventare, poiché la libertà è esistenza – soprattutto è un accordo consapevole con l’esistenza, è la voglia – sentita come destino – di realizzarla”

“Inavvertitamente, il fenomeno del diseredato, del proletario, ha assunto tratti inediti: il mondo è gremito di nuove incarnazioni del dolore. Sono gli esiliati, i proscritti, i violentati, i milioni di esseri umani strappati alla loro patria e alla loro terra, o brutalmente respinti al fondo dell’abisso. Sono queste le catacombe di oggi che non vengono aperte se non per concedere, di tanto in tanto, il voto ai diseredati: essi sono chiamati a decidere in che modo la burocrazia debba amministrare la loro miseria”

“Dove esiste l’immortalità o anche soltanto la fede in essa, sappiamo che ci sono dei punti in cui nessun potere, nessuna potenza terrestre, per grande che sia, può ghermire, colpire o meno che mai distruggere l’uomo. Il bosco è un santuario”

Artic Indigo alzò la testa dalle pagine del libro. Guardò il panorama. Davanti gli si apriva alla vista uno spettacolo al crepuscolo. Al centro di una piazza deserta e silenziosa – uno spazio quasi rurale, né città né campagna ma luogo ibrido – si ergeva un grande edificio merlato, provvisto di solo quattro finestre irregolari e una soglia ad arco senza porta. Era una torre medievale di colore rosso sbiadito dai secoli. Nulla si intravedeva guardando le finestre e l’uscio: erano di nero pece; dentro era buio pesto. Come se la notte reclusa nella torre volesse affacciarsi verso la luce del giorno morente.

Artic varcò la soglia della Torre Rossa. Si ritrovò dentro una sala illuminata da milioni di candele, così immensa che era difficile scorgere i soffitti e le pareti. Centinaia, migliaia di possenti colonne si alzavano come colossi verso un’altezza indefinibile. Sotto quel labirinto di colossi, ai piedi di una sterminata selva di colonne le cui cime sembravano non aver fine, Artic si sentiva piccolo come il più insignificante dei granelli di sabbia, ma al contempo sentiva scorrere nelle vene un’energia inedita, una nuova forza pulsante e inarrestabile. Artic Indigo, microscopico gigante Ribelle. Si avvicinò a una delle colonne, notò che non era formata da pietre, ma da innumerevoli oggetti simili a quello che il torero gli aveva donato prima nella piazza deserta. Libri, un’infinità di libri diversi l’uno dall’altro erano impilati nella colonna, fino a dove lo sguardo poteva permettere di arrivare.

Tutte le colonne all’interno della Torre Rossa sembravano avere la medesima caratteristica: contenevano libri, a miliardi, forse più. Tutti i volumi scritti dall’uomo, fino al tempo in cui gli fu concesso scrivere, erano raccolti in un’unica sconfinata biblioteca. Vide altri uomini e donne liberati che timidamente si avvicinavano tra loro. Anch’essi, risvegliati liberi, Ribelli.

Artic Indigo udì il suono di un tamburo di guerra scandito con un ritmo marziale: era il battito del suo cuore. Era venuto il momento di aprire gli occhi.