Cominciamo da Walter Benjamin: “Ciò che viene meno nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte è la sua aura. […] La tecnica della riproduzione, così si potrebbe formulare la cosa, sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione. Moltiplicando la riproduzione, al posto del suo esserci unico essa pone il suo esserci in massa”. L’intuizione del filosofo tedesco è folgorante: cosa può dirsi davvero opera d’arte nell’epoca in cui tutto è perfettamente riproducibile in infinite copie? A scomparire è l’aura, il qui ed ora dell’opera, quella misura di separazione, a volte inaccessibilità, che la qualifica come irripetibile. Benjamin, marxista parecchio eterodosso, prosegue riflettendo sul significato politico di un’arte massificata, ma la sua categoria di riproducibilità tecnica è una lente perfetta attraverso cui leggere tutta la modernità, e soprattutto la nostra tarda modernità. Perché questo è il tempo del numero: macchine fabbricano altre macchine, si aggiungono alla vita umana altri anni, o magari repliche a oltranza di un solo giorno di vecchiaia.

Le vittime del Coronavirus vengono pesate, misurate, reificate. L’ansia di quantificare, disincantare, ogni cosa è la solita nevrosi del positivismo, aggravata dal delirio di onnipotenza delle scienze fisiche: vecchia storia, narrata in molteplici linguaggi dalla Scuola di Francoforte, dalla destra tradizionale, da Ivan Illich e Zygmunt Bauman. Proprio Bauman ha scritto un libro intitolato Amore liquido e sottotitolato, significativamente, “sulla fragilità dei legami sentimentali”. Di amore è ancora necessario parlare, ma non perché torni buono a sostituire la rivoluzione politica, come suggeriscono i cosplayer del Sessantotto e gli autoproclamati avversari dell’odio. Piuttosto, perché è l’ultima fonte di significato universale sopravvissuta allo sterminio dei significati. Senza religione, senza ideologia, senza arte, senza guerra, l’amore romantico rimane quanto di più simile alla trascendenza la maggior parte degli occidentali potrà sperimentare. Immagine della trascendenza, forse surrogato, se adottiamo la prospettiva dei mistici: comunque sia, è ciò che abbiamo.

Parliamone, allora, all’estremo della riproducibilità: le app di incontri. Nella terra perduta di Uqbar, ci racconta Jorge Luis Borges, vige questo principio: “gli specchi e il sesso sono abominevoli perché moltiplicano il numero degli uomini”. Tinder, tanto per citare il capostipite della categoria, è appunto un’esperienza di specchi e sesso. Soprattutto specchi, però: gli altri che appaiono nel vortice sono specchi a cui domandare, ancora una volta, chi sia il più bello del reame. La risposta è minimalista: una crocetta o un cuoricino, la ditata a sinistra o a destra, sommersi o salvati. Con ferrea logica staliniana, quando gli esseri umani sono tanti tutto diventa statistica, e così si accumulano cuori e frattaglie varie sul bancone. Poi ci prendiamo quello che capita, un tanto al chilo. Il meccanismo, se uno sta a pensarci, diventa presto alienante, persino orrorifico: infinite persone piuttosto carine, bontà dei filtri, sostanzialmente indistinguibili l’una dall’altra, scorrono senza soluzione di continuità – la folla che attraversa la nebbia in una città irreale, per dirla con il T.S. Eliot della Terra desolata.

Per quanto ne sappiamo potrebbero essere morte, potrebbero persino non essere mai esistite: ci sono algoritmi di intelligenza artificiale in grado di generare volti umani dal nulla. A guardare gli altri così, nella piccola scatola della app, viene da temere che gli altri ci guardino così nella grande scatola del mondo: sui testi di Ortega y Gasset l’uomo-massa, svuotato di solitudine e intimità, è un concetto filosofico, su Tinder è un’esperienza di pancia.     

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Il mercato degli incontri in rete è variegato, spazia dalla semplicità onnivora di Tinder alla grottesca precisione di Academic Singles e Amicizie Cattoliche. In fin dei conti, però, la logica è sempre quella dell’uno vale l’altro: che l’utente medio abbia un PhD, sia credente o si dichiari, Dio ce ne liberi, “persona solare che ama la vita”, non ne sappiamo comunque nulla. L’elemento che unisce questa particolare tecnica dell’amore alla più ampia modernità è, appunto, l’eclissi dell’umano. L’amore rimane senza contenuto, senza aura, diventa la nostra copia personale di un bene prodotto in serie. Come si può desiderare l’amore prima di essere innamorati di qualcuno in particolare? Scrive Bauman:

Le connessioni sono relazioni virtuali. A differenza delle relazioni di un tempo sembrano fatte a misura di uno scenario di vita liquido-moderno in cui si presume e si spera che le possibilità romantiche si susseguano a ritmo crescente e in quantità sempre copiosa, facendo a gara nel superarsi a vicenda.

Sarebbe facile, presa questa rincorsa, sfrecciare verso il moralismo passatista. Facile e stucchevole. Per quanto Bauman individui lucidamente le caratteristiche della relazione moderna, possiamo spingere la nostra riflessione anche oltre la prospettiva temporale. Ogni epoca, in fondo, ha la sua modernità: non cronologia, ma quella parte di storia e anima ammalata di grettezza, razionalismo, edonismo. A un certo punto scatta la trappola, e la trascendenza dell’amore viene ricondotta al servizio dell’utile. Gli utenti di un sito di incontri pensano che l’amore sia “al primo posto nella loro agenda di vita” – ancora Bauman – perché convinti dall’immagine pubblicitaria della normalità, non perché stiano sperimentando la forza totalizzante del sentimento; ma, allo stesso modo, gli emigrati in Australia che cercano moglie per corrispondenza nella commedia di Alberto Sordi obbediscono a una norma sociale, non a una vera chiamata interiore. La stabilità forzata dei matrimoni d’interesse – vantaggio economico, investimento d’affetti per la vecchiaia o garanzia di continuità genetica – è solo apparentemente diversa dalla liquidità delle relazioni fragili: che l’imperativo sia devi procreare oppure devi godere, l’amore diventa comunque accidente in una narrazione già scritta, invece di raccontare la propria storia irripetibile.

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Ed ecco che, da una parte, i progressisti, squinternati come sempre, si interrogano sul potenziale femminista di Tinder; dall’altra, il reazionario d’ufficio Diego Fusaro frulla neoliberismo, gender studies e Hegel nella sua superficiale critica al “nuovo ordine erotico”. Miopia bipartisan da cui basterebbe a guarirci Michail Bulgakov con Il Maestro e Margherita: nel romanzo si intrecciano la Mosca sovietica e la Gerusalemme di Gesù, ma sopra entrambe, sulla materia e sullo spirito, sul presente e sul passato, vola – letteralmente, come una strega – Margherita, a dimostrare che esiste davvero “un amore autentico, fedele ed eterno sulla terra”.

Per avvicinare le nostre analisi al loro oggetto, bisogna riconoscere che l’amore, se aspira a diventare trascendenza, non è nel tempo, ma è il tempo. Solo così possiamo rifiutare il nulla di oggi senza esaltare il nulla di ieri o sperare nel nulla di domani. Pier Paolo Pasolini accende un faro quando dice che non è il mondo a migliorare, ma che i miglioramenti avvengono metastoricamente, se qualcuno afferma la verità o compie un atto di coraggio – proprio come l’amore.