Il titolo di venerato maestro risulta inadatto per descrivere un guastatore ironico e raffinato del calibro di Alberto Arbasino, giunto alla fatidica soglia dei novant’anni. Ecco perché il migliore omaggio per il militante enfant terrible del Gruppo 63, oltrepassando le semplici agiografie tipiche di certe ricorrenze, potrebbe consistere in un viaggio immaginario attraverso i vizi e le virtù di questa nuova Italia, sotto lo sguardo vigile e sornione del celebre scrittore lombardo. 

La casalinga di Voghera, nata durante il boom economico degli anni Sessanta, fu portata alla ribalta dallo stesso Alberto Arbasino, attraverso le colonne periodiche dell’Espresso, come emblema di un solido buon senso lombardo e di una praticità popolare ormai svanita nell’Italia industrializzata prefigurata già da Pasolini. La paternità dell’espressione fu inoltre contesa e perfezionata dal critico letterario e televisivo Beniamino Placido che nel 1985, all’interno della rubrica A parer mio tra le pagine di Repubblica, trasformò la casalinga della provincia di Pavia in una superstar portatrice del gusto nazional-popolare e spettatrice dei primi talk show.

Alberto Arbasino nel 1976

Eppure anche la televisione e i consumi hanno subito una vera e propria trasformazione di varietà e generi nell’ultimo decennio degli anni Duemila, provocando un drastico cambiamento nelle abitudini della casalinga di Voghera. Come testimoniato dallo stesso Arbasino:

Tanti anni fa la casalinga di Voghera concentrava in sé tutto ciò che di arretrato e di piccolo borghese c’era in Italia. Da qualche tempo s’è aggiornata. Vive di provocazioni e di trasgressioni. È impietosa, irriverente, dissacrante. Ma rimane più piccolo borghese che mai, rappresentando le mutazioni del gregge cui appartiene. Potrebbe partecipare a un raduno di no global, di no tav, di sì tav. Sarebbe in prima fila. Con accessori griffati. Se si apre una nuova boutique, la neo-casalinga è in prima fila a comprare le cose più stronze.

La casalinga di Voghera ci accoglierebbe in grembiule nella propria umile dimora mentre si interroga sul clamore mediatico delle Sardine, friggendo contemporaneamente alici da aggiungere ad un buon piatto di orecchiette alle cime di rapa – uno sposalizio di gusto tra mari e monti estrapolato da Lino Banfi e che avrebbe scontentato Renzo Arbore. La nuova casalinga di Arbasino viene coccolata ritmicamente dal Biscione Mediaset: allestisce le tavolate dei pranzi domenicali in compagnia della D’Urso e scalda la cena disquisendo sul Quarto Grado dei salotti della tv del dolore in programma su Rete 4. Invoca le piazze forcaiole di Paolo Del Debbio e Mario Giordano ma si intenerisce dinanzi agli amori defilippiani: abbandonerebbe infatti la comodità del divano di casa solo per partecipare al Trono Over di Uomini & Donne. Un palinsesto televisivo ben distante dai programmi intellettualmente pacati di Arbasino e Angelo Guglielmi, altro celebre protagonista del Gruppo 63 ed ex direttore di Rai 3.

L’idolo delle casalinghe

La nuova casalinga di Voghera ritrova la propria praticità soltanto attraverso i tutorial televisivi di Detto Fatto. Il gran ritorno presso Mamma Rai è previsto invece in occasione del rispolvero annuale dell’Ariston e del Festival di Sanremo: la casalinga di Arbasino invoca la ghigliottina per il conduttore Amadeus, pur vivendo nell’ombra e nelle retrovie da una intera vita. L’evoluzione della casalinga di Voghera 2.0 non può non presupporre la creazione di un profilo Facebook, dispensando così aforismi mattutini e ricette. Il complottismo social fa sempre breccia nel cuore e nella mente della nostra faccendiera, allarmata per l’imminente arrivo del virus cinese dal mercato di Wuhan. La casalinga di Voghera ‘posta’, condivide, commenta e critica senza disdegnare il narcisismo di Instagram e l’euforia del neonato Tik Tok. L’iperconnessione ha finalmente emancipato le guardiane del focolare domestico

Se le abitudini private possono non sorprendere il disincanto di Alberto Arbasino, la condizione del settore pubblico e politico confermano una degenerazione in atto già da diversi decenni. Lo stesso Arbasino ha avuto modo di constatare lo stato di salute della politica italiana durante gli anni da parlamentare (1983-1987) in qualità di esponente del Partito Repubblicano: 

Me lo chiesero due fior di personaggi come Giovanni Spadolini e Bruno Visentini. La cultura, oggi come allora, non interessava a nessuno. Nella graduatoria dei dicasteri ambiti dai partiti, il ministero dei Beni culturali giaceva al penultimo posto. Era l’Alcatraz dei trombati. Così ai Beni culturali mettevano chiunque, con spiccata preferenza per i politici in disgrazia. 

Riforme varate e partiti presenti oggi in Parlamento risultano essere frutto di un ‘pasticciaccio’ post-ideologico, espressione tanto cara all’ingegnere Carlo Emilio Gadda (poeta amato da Arbasino).  

Nel 1963 Alberto Arbasino pubblicò la prima edizione del romanzo Fratelli d’Italia, opera accuratamente revisionata nel 1967 e infine nel 1991: Arbasino risulta infatti sempre pronto a riscrivere tutto ciò che ha già scritto per renderlo più vivo e nuovo. Ecco perché il romanziere lombardo rifugge proprio dal luogo comune e dal predefinito. Angelo Guglielmi in una sua nota critica al romanzo Fratelli d’Italia affermò che: 

Tutti i personaggi di ‘Fratelli d’Italia’ sono in realtà un unico personaggio.

Oggi di quel romanzo di giovani ed estive avventure intellettuali e picaresche, attraverso le storture del boom economico e le metamorfosi della società e del paesaggio, non resta che il solo nome di un partito presente in Parlamento: Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. 

Così, mentre il dibattito politico risulta afflitto dal dilemma e dalla scelta tra un sistema elettorale proporzionale o un sistema maggioritario, l’Italia reale sembra essere ostaggio di un maggioritario ‘casalingo’ e ‘vogherese’: un Paese senza identità – parafrasando un’altra importante opera di Arbasino – e sempre alla ricerca di un leader: dai plebisciti berlusconiani, passando per le rottamazioni renziane fino ad approdare ai balconi e ai citofoni salviniani e leghisti. L’Italia di Arbasino è anche la nostra Italia di oggi. Un Paese senza sogni e senza realtà. L’Italia è un Paese senza letteratura:

Nei libri dello Strega di quest’anno non mi viene in mente nulla che valesse l’aggravio della lettura. Con i libri di Umberto Eco invece laureati e laureandi scoprivano la complessità dell’esistenza in maniera abbastanza semplice. 

La nostra Italia non è la Bella di Lodi, raccontata nell’omonimo romanzo di Alberto Arbasino, ma una bella addormentata.