È forse difficile trovare, almeno in Italia, un libro che muove critiche più profonde allo stato di cose esistente nella musica contemporanea e nel business musicale di “La scomparsa della musica”, edito da NovaEuropa e scritto da Antonello Cresti e Renzo Cresti, rispettivamente agitatore culturale e musicologo (a dispetto del cognome non sono parenti). “Musicologia col martello”, dice il sottotitolo ricalcante la “filosofia del martello” di nietzschiana memoria, che colpisce su tutti gli aspetti del fenomeno musicale contemporaneo senza risparmiare né la musica mainstream né quella colta, pur molto amata dai due, né tantomeno i metodi odierni di insegnamento della materia.

Il libro è costruito sotto forma di dialogo tra il filosofo e musicista Stefano Sissa e i due Cresti. Sissa pone loro una serie di domande sullo stato della musica e su come trattare vari problemi ad esso collegati. La discussione comincia a partire da una riflessione sul concetto di qualità nella musica, e su come essa sia decaduta: a parere degli autori, nella musica popolare è avvenuta una perdita di complessità – fatto in fondo evidente a chiunque – e la semplicità comunicativa, non più funzionale alla trasmissione di una profondità di intenti, è diventata fine a se stessa. Banale è diventato anche il messaggio trasmesso.
Le cause del problema sarebbero da rintracciare non tanto nella questione della riproducibilità tecnica in massa del prodotto musicale, che pure come sosteneva Walter Benjamin più di 80 anni fa è causa della perdita di auraticità nell’opera d’arte, quanto nella convenienza del sistema dominante a mantenere basso il profilo estetico dell’espressione artistica. Per dirla con Renzo Cresti, che così riformula un concetto di moda oggi: «è un analfabetismo voluto, funzionale ai padroni del mercato e della politica».

Renzo Cresti

Più avanti, Antonello Cresti scrive:

Se il rock anni Sessanta e Settanta, anche quello engagé, era sicuramente legato anche al mondo degli affari, manteneva comunque una forte indipendenza creativa; dagli anni Ottanta in avanti la creatività, che pur esiste, viene sempre più indirizzata dagli esperti di comunicazione di massa, che creano tendenze effimere subito bruciate in nome di una nuova moda.

Sempre Antonello Cresti, in un’intervista, in maniera ancora più esplicita così descriveva il processo di controllo in atto: «I discografici odierni pensano di saper interpretare la gioventù e vogliono decidere cosa va e cosa non va in base alle loro teorie sul mercato», e proseguiva: «Questi novelli Marchionne della discografia stanno distruggendo una visione umanistica della società». Abbiamo qui dunque un primo spunto politico di tutta l’analisi: mentre dal basso le proposte musicali innovative continuano a circolare, l’alto seleziona solo quelle più adatte ai propri scopi e pilota il mercato, che dunque si svilupperebbe in maniera tutt’altro che spontanea.

La musica è dunque “scomparsa” perché chi ha le possibilità di dominare il mercato ne fa circolare una tipologia che non richiede alcun impegno riflessivo. L’effetto psicologico sugli individui è devastante: il risultato di questo processo è che, anche per via dell’abbassamento del livello musicale, avviene su tutta la popolazione un’enorme riduzione della capacità di attenzione su pensieri complessi, moltiplicata dalla modalità imperante dell’uso dei social network – strumento principe anche per la fruizione musicale – già di per sé dispersiva. Il paradosso è però che al tempo stesso di musica ne circola tanta. Siamo bombardati da materiale sonoro che ambisce sostanzialmente a null’altro che a fare da sottofondo – una tipologia sonora che gli angloamericani chiamano muzak, termine spesso usato in maniera dispregiativa – ma la musica vera è scomparsa.

Antonello Cresti

Il dibattito prosegue analizzando varie questioni collegate al problema di fondo precedentemente esposto: l’estrema frammentazione delle comunità musicali e la perdita del ruolo generazionale della musica; la tecnica musicale delle produzioni di oggi, ridotta alla mediocrità – in merito a questo aspetto si potrebbe, rileggendo Marx e i situazionisti francesi, affermare che l’uso eccessivo e sbrigativo di sintetizzatori e la riduzione della musica materialmente suonata abbassi il contenuto di lavoro nelle opere e ne abbassi di conseguenza anche il valore d’uso, mentre per qualche inspiegabile “magia” il valore di scambio tende all’infinito; discorso che potrebbe essere valido per qualunque tipo di arte, se pensiamo alla banana di Cattelan – la mancanza di comunicazione tra cultura “alta”, persa nelle proprie elucubrazioni e destinata a élite distaccate dalla maggioranza della popolazione, e la cultura “bassa” con cui pure si dovrebbe interagire al fine di innalzare il livello e la sensibilità di chi ne usufruisce; la cultura dell’immagine, la quale porta a esaltare cover band e talent show che nessun arricchimento apportano alla vera arte; una globalizzazione che, anche in campo musicale, appiattisce tutto sullo standard deciso dai padroni mondiali del mercato piuttosto che aprire a una varietà di proposte musicali di varia estrazione etnica e culturale di cui si avrebbe bisogno come l’aria.

Per fortuna l’esercizio critico dei Cresti non è fine a se stesso. Analizzando il sistema educativo musicale, fanno infatti alcune proposte su come il panorama culturale delle sette note potrebbe migliorare.
La prima e fondamentale proposta è fatta da Antonello Cresti su un piano individuale: l’invito è quello di dedicare alla musica una parte anche piccola della propria giornata, senza contemporaneamente fare altro, come spesso si è invece portati a fare dalla routine quotidiana. Negli anni ’70 si arrivava ad ascoltare in gruppo e in religioso silenzio anche album di durata superiore all’ora: se proprio non si riesce ad arrivare a tanto, Cresti suggerisce che lo si faccia per almeno 10 minuti al giorno (e chissà, magari gradualmente aumentare l’impegno, aggiungiamo noi).

Una tale attitudine potrebbe far tornare la musica un evento importante per la propria vita, e non solo un sottofondo per altre attività, così da spingere anche alla ricerca di prodotti artistici di qualità, che possano migliorare costantemente la propria cultura e il proprio spirito. Ancora di più, si potrebbe arrivare per questa via a ritrovare «sensazioni proprie… quasi spirituali» per recuperare «una forma di protagonismo nelle dinamiche generali dell’esistenza», citando ancora il libro. Cresti ritiene questo aspetto fondamentale, perché con il giovanilismo imperante è venuta meno la gioventù, e con essa il coraggio del cimento che la caratterizza. «Frequentare l’infrequentabile» è infatti l’invito che si trova spesso a fare.

Per quanto riguarda il DAMS, Antonello Cresti arriva a suggerire che lo si riconfiguri lungo «una linea filosofica e culturale» che possa dare la giusta dimensione speculativa alla musica. Sempre per Cresti il recupero di una progettualità musicale forte non si potrà che ottenere rendendo le periferie delle nostre città protagoniste di eventi culturali importanti, magari specializzando ogni territorio con un particolare tipo di genere; tutto ciò al fine di spostare l’attenzione dai grandi nomi, chiamati principalmente per fare cassa, alle nuove proposte.

Renzo Cresti invece preferisce fare proposte agli artisti. «Creare smagliature impreviste all’interno del sistema sociopolitico, cortocircuiti che accendono scintille e creano nuove energie di scambio fra arte e mondo»; fare «una proposta seria, una progettualità che riguardi il senso di una civiltà», e ancora «incunearsi nei meandri dell’omologazione, nel combattere piccole battaglie, come anche noi stiamo facendo con questo libro». In sintesi, prendere coscienza del proprio ruolo nella società.

Sfera Ebbasta, noto trapper italiano, recentemente giudice nel talent Sky “X Factor”

Quali sono i principali risvolti politici che emergono da tutta l’analisi? In primo luogo la critica alla trap fa emergere una decisa critica all’ideologia di questo tempo, il neoliberismo. «Il ruolo dei trappers è infatti quello di compiere il cosiddetto “lavoro sporco” per conto del mercato», e la loro rivolta, scrive Antonello Cresti:

Non è affatto contro il mos maiorum, bensì contro i “vecchi”, incapaci di concepire nella piena interezza la negazione etica di cui essi si fanno portatori.

Come può allora la musica irrompere nella politica?

Un brano, una canzone non “divengono” politici in virtù del testo che li accompagna… basta tornare indietro negli anni Settanta per imbattersi in un mondo fatto di scelte, provocazioni estetiche, radicalismo sonoro alla massima intensità e quasi mai concessioni alla retorica di facile presa e comprensione.

Cresti in tal senso fa l’esempio degli Area, storica band della tradizione del rock progressive italiano. Il suo parere è che una musica che affronti la politica in maniera sloganistica non sia destinata a lasciare traccia. La musica potrebbe dunque porsi proprio in chiave antagonista agendo – in una maniera che trova maggiore riscontro nella letteratura gramsciana che in quella marxista – sulla sovrastruttura culturale del presente, allo scopo di cambiare la struttura neoliberista? Certamente sì, ma definire meglio il compito spetterà agli artisti stessi, come proponeva Renzo Cresti. Rimane però inevasa nel libro una questione che pure vi viene posta: come sarà possibile unire sperimentazione artistica e passione popolare, così da far passare il messaggio rivoluzionario desiderato a quante più persone possibili? Come sarà possibile farlo in una maniera diversa dal pur glorioso passato? In questo senso segnaliamo due nostri punti di discordia rispetto alla tesi di Antonello Cresti.

In primo luogo ricordiamo come per Fabrizio De André fosse determinante il testo per il tipo di messaggio da inviare all’ascoltatore, nel suo caso incentrato sull’attenzione per gli ultimi e la rimozione del giudizio verso le loro scelte, spesso espresso attraverso una rilettura sorprendente della tradizione biblica.

Ma forse un passo ancora più audace verso la politica lo ha fatto, in tempi recentissimi, Giovanni Truppi, che con il suo ultimo disco Poesia e Civiltà (il primo pubblicato con una major dopo una lunga gavetta indie) non ha solamente aggiornato il messaggio di Claudio Lolli in Borghesia scrivendo un brano dallo stesso titolo, che apre il suo lavoro:

Truppi è arrivato addirittura a porre il problema quanto mai attuale della redistribuzione della ricchezza, in particolare nella traccia di chiusura Ancient Society

E in questo disco, oltre alla scelta di non ancorarsi a un solo stile musicale negli arrangiamenti dei brani, è proprio la profondità dei testi a colpire l’ascoltatore. Truppi è un felice caso, a nostro avviso, di artista vero che poco a poco si sta ritagliando uno spazio “fuori dal ghetto”.

Non basta insomma la sola provocazione estetica e strumentale per propagare un messaggio di rottura politica con l’esistente; è necessario che il messaggio venga esplicitato nei testi, perché possa arrivare ancora meglio. La sola sperimentazione sonora rischia di non essere compresa ai primi ascolti, e di venire ingiustamente scartata. In fondo nemmeno gli stessi Area trascuravano questo aspetto:

Per quanto riguarda la questione degli slogan nella musica eminentemente politica, ricordiamo che se l’azione politica è davvero rivoluzionaria l’arte che ne sarà ispirata sarà sempre di alto livello, seppure ricca di riferimenti anche troppo contestuali. In questo senso ci piace riportare alla mente del lettore le esperienze sudamericane della Nueva Trova, emersa a Cuba durante i tempi migliori dell’epopea castrista e ben simboleggiata dalla musica di Carlos Puebla:

Ma anche della Nueva Canción Chilena, i cui esponenti erano legatissimi all’esperienza di governo di Salvador Allende e diventarono molto famosi anche in Italia (alzi la mano chi non sa chi siano gli Inti Illimani!). Ecco dunque che, se un movimento politico saprà essere all’altezza della situazione storica e capace di modificare davvero la struttura della società, saprà attrarre a sé un’ottima cultura artistica, seppure sloganistica. Sarà compito degli artisti decidere come arrivare a tali obiettivi per mezzo della loro potenzialmente infinita creatività, ma certamente, come indicato dai Cresti, una svolta nel contesto istituzionale e più precisamente nei metodi educativi e della promozione musicale potrà collaborare a tale scopo.

Per le prossime edizioni, raccomandiamo agli autori e agli editori di questo importante libro di provvedere a una schematizzazione degli argomenti trattati (che qui abbiamo riassunto) all’interno dell’indice, così da poter più agevolmente rintracciarli e favorire così una più veloce consultazione. Questa piccola pecca non toglie comunque nulla all’impulso che hanno voluto dare a una possibile rinascita artistica italiana.