Attraversare generazioni di ascoltatori e quarant’anni di vita italiana comporta, tra la massa enorme di fatti e conseguenze sviluppatisi in otto lustri, la comprensibile possibilità di veder dimenticate parti importanti del proprio lavoro, sommerse dalla polvere del tempo e dalla sbadataggine del consumatore. D’altro canto 49 album pubblicati dal 1969 significano ore e ore di canzoni, frammenti chilometrici da ricomporre con un’attitudine paziente all’ascolto difficile da trovare nel tempo dello streaming. E’ però un peccato, perché la carriera di un’artista può esser letta- e dunque apprezzata- compiutamente soltanto considerando l’interezza del lavoro svolto, seguendo l’evoluzione di anni lungo le voluttuose spirali del vinile.

Francesco De Gregori  è per la gran parte degli italiani l’autore de La donna cannone, punto. Volendo ricercare qualche altro brano, i calciofili possono aggiungere La leva calcistica della classe ’68 soltanto per il stranoto rimando al timore di tirare un calcio di rigore, mentre i più mielosi hipster con pretese intellettualoidi possono citare una Buonanotte fiorellino dedicata tra sussurri e imbarazzi. Generale e Rimmel completano il quadro della cinquina, ma siamo già oltre il livello medio certificato da Spotify.

Naturalmente De Gregori non è solo queste cinque canzoni, ed anzi verrebbe da dire che in realtà l’originalità dell’artista va rintracciata in altre esperienze musicali, quando la strutturazione delle caratteristiche del “cantautore” (le virgolette non sono casuali) romano erano ancora in divenire e la giovane età permetteva esperimenti coraggiosi e a volte visionari. Pur non negando la validità dei successivi album, per chi scrive gli anni Settanta costituiscono la fase-chiave del principe, immerso a fondo nella fase migliore della musica italiana del Novecento e del tutto organico al meraviglioso clima artistico della RCA di Via Tiburtina. Pezzi dimenticati, melodicamente scarni e forse imperfetti dal punto di vista tecnico che però consegnano all’ascoltatore ancora oggi un universo di immagini suonate impareggiabile.

 

Dolce signora che bruci– Theorius Campus (1972)

La premessa alla carriera di Francesco De Gregori e Antonello Venditti è un album poco noto, dal nome particolare e dall’ancor più originale insieme dei brani. Ad essere onesti, i 47 minuti del disco sono in larga misura dominati dalla presenza vocale e dal pianoforte di Venditti, più maturo rispetto al partner. De Gregori però si difende bene con la chitarra e con la penna, scrivendo Dolce signora che bruci. E il testo e il minimo arrangiamento danno già la cifra del modo di scrivere di Francesco: la vena è stata scoperta, tocca ora estrarre il materiale prezioso.

 Buonanotte fratello- Alice non lo sa (1973)

Molto più velocemente di Simon&Garfunkel, i Theorius Campus si sciolgono nel breve volgere di un anno. Nel 1973 la IT produce il primo album solista del nostro, aperto dall’intimo flusso di coscienza in musica di Alice. Di quell’essenziale 33 giri De Gregori riproporrà in seguito pochissimi altri brani- ed è un peccato visti i risultati– considerandoli acerbi. Frutto della sensibilità di un ventiduenne, Buonanotte fratello immortala la fase di distacco artistico da Venditti con un giro di chitarra aggressivo e avvolgente che supporta la constatazione della finita adolescenza.

A lupo- Francesco De Gregori (1974)

Con la bulimia artistica dei vent’anni, De Gregori sforna nel 1974 il cosiddetto “album della pecora”, dall’emblematico dipinto posto in copertina. L’ultimo posto di Alice a “Un disco per l’Estate” ha rafforzato l’ego dell’artista, capace di firmare 11 pezzi estremi. Il suono dei pochi strumenti utilizzati oltre alla chitarra è cupo, l’atmosfera plumbea, i testi onirici e sognanti. Il presunto ermetismo è portato ai massimi livelli in canzoni come Cercando un altro Egitto e Bene, brano talmente intimo da non essere mai stato riprodotto dal vivo. A Lupo si inserisce appieno nell’album, disegnando una storia surreale a partire dalla figura di un personaggio, Lupo, a cui Quasimodo aveva per scherzo dedicato la strofa “perchè non giuri più/ sulla sua bambina”. Per gli amanti del De Gregori “totalitario” questo è sicuramente IL disco, e non è certo un caso che sia stato ristampato di recente su vinile.

Le storie di ieri- Rimmel (1975)

Rimmel segna lo spartiacque della carriera del Principe. Oltre mezzo milione di copie impongono De Gregori sulla scena, realizzando una felice identità tra i temi dell’album e i desideri del pubblico. Dal punto di vista tecnico il disco mostra una notevole crescita musicale, sospinta da poderosi strumentisti e dall’intervento nascosto di Lucio Dalla (Pablo). Il lato B però si apre con una canzone, Le storie di ieri, che sintetizza al meglio la classe cristallina dell’autore. Accompagnato dal magistrale sassofono di Mario Schiano e aperto dall’introduzione di contrabbasso di Roberto Della Grotta, il brano affronta il tema del Fascismo con delicate pennellate di poesia. La propaganda e la retorica restano fuori dal quadro, nonostante la plumbea cappa di quegli anni. Non a caso il relatore della tesi di laurea (mai conseguita) di Francesco era tal Renzo De Felice…

 Disastro aereo sul canale di Sicilia- Bufalo Bill (1976)

“Dopo Rimmel che fu un successo avrei potuto fare una seconda puntata, invece scrissi Bufalo Bill con echi, riverberi e un suono diverso. Ma questo ha fatto sì che anche il pubblico si rigenerasse. Una parte l’ho presa, una parte l’ho persa.” Bufalo Bill è la dimostrazione in note del modo di pensare la musica di De Gregori. Altri (quasi tutti) avrebbero continuato sul filone fortunato di Rimmel, ripetendo le stesse cose con le medesime melodie. Lui no, e per fortuna. L’album risulta musicalmente mirabile, forse il migliore per arrangiamenti e scelta dei temi stilistici. A partire dall’omonima traccia di apertura, infatti, l’ascolto si fa sempre più godibile, spiazzato in continuazione dal cambiamento di tempo e di stile dei e nei pezzi. Scegliere un brano nel tripudio californiano era complicato, ma Disastro aereo sul canale di Sicilia consegna nella maniera a nostro avviso corretta lo spirito dell’album.

La campana- De Gregori (1978)

L’album di Generale chiude simbolicamente la prima fase della carriera degregoriana. Nell’estate successiva l’epocale tournée di Banana Repubblic insieme a Lucio Dalla suggellerà l’apice di un’epoca felice e irripetibile per la musica d’autore italiana. Le premesse di quel meraviglioso disco live abitano già nel vinile del 1978, in cui alla paternità dell’autore (Raggio di sole) si affiancano spietati affreschi generazionali. Il ’77 è dietro l’angolo, e di converso il reflusso s’intravede già all’orizzonte degli anni Ottanta: La campana sintetizza l’agonia delle utopie rivoluzionarie nell’intimo spleen di un uomo sul cammino dei trent’anni.

Banana Repubblic, probabilmente il punto più alto della musica d'autore italiana

Banana Repubblic, probabilmente il punto più alto della musica d’autore italiana

Per quanto possano contare le selezioni musicali, in conclusione, le pillole qui selezionate vogliono riportare alla luce frammenti oscuri, perle grezze obliate dal peso degli anni e dal gusto del pubblico. Nessuna spiegazione, nessuna interpretazione.

Del resto ognuno vede nella sciarada delle note e nella fantasia delle parole ciò che vuole: alla fine non c’è niente da capire