Nessuno, fino ad oggi, aveva mai dedicato un fumetto a Yukio Mishima: lo ha fatto, per la prima volta nel mondo, una casa editrice italiana. E’ la Ferrogallico, che nella collana “Biografica” ha recentemente pubblicato una straordinaria graphic novel la cui sceneggiatura, firmata dal giornalista e scrittore Federico Goglio, è stata mirabilmente illustrata dalla matita dell’artista veneziano Massimiliano Longo.

Come scrive nella prefazione Mario Vattani (che del Sol Levante ne sa moltissimo, avendoci tra l’altro vissuto diversi anni in qualità di esponente del Corpo diplomatico italiano ivi stanziato),

in Giappone il racconto è qualcosa che non solo si legge, ma si contempla. La scelta quindi di raccontare Yukio Mishima unendo il disegno alle parole è particolarmente adatta al protagonista

E il fatto che il progetto sia stato pensato e realizzato in Italia

è per certi versi un bel modo di chiudere il cerchio”, perché Mishima “non solo conosceva bene la cultura italiana, ma addirittura ne viveva le espressioni con estrema passione.

La stessa passione che emerge da ognuna delle oltre 200 pagine dell’album di Ferrogallico quanto sia ai testi, sia alle tavole che, scrive ancora Mario Vattani,

donano una tonalità alle parole, creano un’atmosfera onirica che avvolge, attorno al coraggio, il velo della nostalgia. Il risultato è un percorso visivo che acquista le sfumature della memoria che non è più soltanto giapponese, perché penetrando attraverso le ombre dell’inchiostro, nonostante la distanza nello spazio e nel tempo, riesce a diventare anche la nostra.

Presentato lo scorso 20 ottobre a Pietrasanta nel corso di Libropolis alla presenza dell’autore dei testi e di Giampaolo Rossi, l’album – per realizzare il quale, spiegano gli editori, c’è voluto un lavoro di ricerca storico-biografica, di paziente studio iconografico della casa di Mishima e di disegno durato due anni – comincia con il racconto della notte del 24 novembre 1970.  

Dopo una cena di addio consumata insieme ai quattro membri del Tatenokai (l’Associazione degli scudi) con cui il giorno seguente avrebbe portato a termine il suo eclatante suicidio pubblico, Mishima fece una breve ed apparentemente ordinaria visita ai suoi genitori. Quindi rientrò a casa e raggiunse il suo studio.

Ebbe così inizio – si legge nella quarta di copertina del volume – l’ultima notte del più grande scrittore giapponese del Novecento, dell’uomo che poche ore dopo sarebbe diventato definitivamente l’ultimo, autentico samurai. Una notte di ricordi, fantasmi e tormenti”.

Una notte in cui si ripercorrono, in un viaggio straordinario e profondo, i momenti essenziali della vita di un artista dalle mille sfaccettature (fu scrittore, attore, poeta, regista e molto altro) e soprattutto di un Uomo che alla fine del suo percorso terreno ha dimostrato nei fatti di essere uno degli ultimi Guerrieri dell’antico Sol Levante.

In un alternarsi di sogni e ricordi, Mishima stesso accompagna il lettore sul set di “Patriottismo” (film da lui scritto, diretto ed interpretato), in una palestra di kendo (la scherma tradizionale giapponese), in un’assemblea di studenti universitari di sinistra che lo contestavano (ma con i quali si è senza problemi confrontato), tra le colonne dell’Acropoli di Atene, sulle pendici del monte Fuji durante l’addestramento dei membri del Tatenokai, alla seduta spiritica in seguito raccontata nel suo “La voce degli spiriti eroici”.

Il percorso del genio nipponico termina, nelle ultime due parti della graphic novel, con il racconto estremamente preciso di quanto avvenuto la mattina del 25 novembre 1970, conclusasi con il seppuku di Mishima descritto con queste evocative parole:

Nell’attimo in cui il coltello gli squarciava le carni, il cerchio di fuoco del Sol Levante esplose dietro le sue palpebre.

Si compì dunque così il destino di un Uomo che aveva scelto la morte come estrema testimonianza del suo amore per il Giappone, che ha sacrificato la vita – queste le sue intenzioni – per restituire al Paese, annientato nelle sue fondamenta dalla sconfitta militare (e dalle sue conseguenze spirituali) subita nella Seconda Guerra mondiale, il suo vero volto. Quello più puro, quello della tradizione imperiale.

A completare, integrandola mirabilmente, la graphic novel, c’è un’edizione riveduta ed aggiornata di “Danzando nel cratere del vulcano”, il libro uscito nel 2015 che Federico Goglio ha dedicato all’universo eroico di Mishima. Un libro che rappresenta un condensato di energia, frutto della riflessione consapevole, matura e maturata compiuta dall’autore. Che nel farla ha legato tra loro la corposa e multiforme produzione artistica del genio nipponico e la sua parabola esistenziale.

Particolarmente rilevante, sotto questo aspetto, il rapporto tra Mishima e i personaggi da lui creati. Che non sono, scrive Goglio, “il frutto di una proiezione autobiografica intellettualoide dell’autore, una trasposizione delle sue quotidiane debolezze, paure, sensibilità, inadeguatezze” ma un  prodotto plasmato dalle aspirazioni, dagli ideali, dai desideri più alti” di colui che li ha creati. Ovvero “rappresentazioni ideali di forza, sacrificio, purezza. In loro, nel messaggio di bellezza del quale si facevano portatori, Mishima trovò un paradigma al quale tendere”. 

Si tratta dunque di eroi che, in quanto tali, indicano la via da seguire, nell’arte e nella vita, per giungere

alla perfetta sovrapposizione tra l’ideale e il reale”, che “diventa così più simile ad un’ascesa proibitiva, ad una vera e propria scalata, sofferta, tormentata, dolorosa, sempre al limite estremo delle proprie possibilità

Questa ascesa, espressione massima dell’idealismo di Mishima, si fonda sull’unione di anima e corpo entrambi tesi verso uno sforzo continuo di perfezionamento fatto di volontà, sacrificio, amore in tutte le sue forme, dolore, tradizione, guerra. Ma anche individuo e “noi” in cui il singolo acquista forza, unità di pensiero e azione, disprezzo per un mondo in cui domina l’assenza di valori. Vita e forse soprattutto morte, da intendersi come espressione di coerenza con i precetti eterni della Via del Guerriero.

Mishima poco prima di compiere il seppuku – l’ultimo atto, la manifestazione più perfetta del suo universo eroico – ha subito l’enorme delusione di vedersi criticato ed offeso dai soldati radunati ad ascoltare il suo discorso, con il quale sperava di ridestare i loro spiriti. Nell’attimo finale però, scrive Federico Goglio,

quando nonostante tutto e tutti, grazie alla spada conficcata nel fascio dei muscoli del ventre, un fiore vermiglio è affiorato sulla sua pelle e ha infuocato i suoi occhi, la realtà è tornata ad essere meravigliosa e perfetta

Come si legge nell’Hagakureil solo bicchiere di sakè che conta nella serata – metafora essenziale della vita – è l’ultimo. Quello del commiato”. Quello, per Mishima, “del fiore vermiglio, della volontà e della bellezza. Ed è solo questo – conclude Goglio – quello di cui conservare ricordo, quello che conta veramente”.