Dino Buzzati è noto soprattutto per Il deserto dei tartari, romanzo di autentica bellezza e struggimento, se si immagina che tutti noi siamo il tenente Drogo perso nell’attesa che qualcosa succeda. Più carnale e più torbido è Un amore, anch’esso tormentato, ma nel pensiero di quanto in basso possa finire un essere umano in balìa di quel sentimento inafferrabile. Perché l’amore è sublimazione, è contemplazione, partecipazione, cura, ma è anche una cosa sordida, insozzata da gelosie e cattiverie, inquinata da vendette e costrizioni. Buzzati ci mostra una storia di ordinario amore, comune, quasi banale – proprio per questo forse la storia di tutti gli amori possibili – e dispiega tutte le capacità del degrado sentimentale, tutte le abiezioni cui un uomo si riduce.

Di cosa parla Un amore? Quasi strano a dirsi per un romanzo psicologico del Novecento: esiste una trama. È la storia di Antonio Dorigo, uomo di mezza età, che si innamora perdutamente di Laide, giovanissima e conturbante prostituta d’alto bordo. Lei diventa la sua mantenuta, purché non vada con altri uomini: Antonio la possiede e corteggia contemporaneamente, cercando di strapparle affetto. Il dramma si consuma quando Antonio pretende di ricevere da Laide le attenzioni e le corrispondenze che si dedicano al proprio amante e non a un protettore, quale lei lo considera. Ovviamente non è un innamoramento felice, sempre sospeso tra elevazione e lordura, e lungo il corso degli eventi si dipana l’evoluzione psicologica del maturo Antonio alle prese con l’acerba e incomprensibile Laide.

Più volte il tema dell’uomo maturo con la giovinetta è stato squadernato da scrittori di razza – su tutti Nabokov con Lolita e Roth con L’animale morente – ma qui non si fa caso al tormento dell’amore impossibile tra due persone che l’esperienza di vita rende così distanti, né Buzzati si sofferma sul tempo perduto e ritrovato grazie alla ragazza. Come in una matrioska, si estraggono nel romanzo tutte le sottigliezze psicologiche fino a scoprire la bambolina più interna, nulla più che la relazione marcia tra un uomo e una donna, e le devastanti conseguenze. Proprio per questo il libro è tanto interessante, perché i patimenti di Antonio sono i patimenti di tutti gli innamorati, perché almeno una volta nella vita a chi abbia provato l’amore è capitato di pensare almeno uno dei pensieri di Antonio.

Grande capacità di Buzzati, come dimostrato pure nel Deserto dei Tartari, è quella di investire di significati possibili vaste aree dell’agire umano, senza fossilizzarsi sull’oggetto principale del racconto. Ecco allora che il Deserto è un romanzo sull’attesa, ma non solo, e Un amore ne è uno sull’amore, e su molto altro. C’è chi ha visto i due romanzi come un dittico centrato sull’attesa e sullo scacco ma, a mio modesto parere, Un amore ancor più che sull’attesa si incunea nel tema dell’autodistruzione, in quel concetto che Bataille sviluppò anni prima sotto il nome di dépense (tradotto a volte come dispendio). Quel perdersi nell’esistenza abbandonando pezzi di sé lungo il tragitto; quella furia autodistruttiva e profondamente energetica (tanto che nulla è più vitalizzante dell’amore) che accende l’animo per condannarlo a orbitare in cerca di un centro di gravitazione che non esiste; quell’accettazione della necessità di squarciarsi dentro, di sacrificarsi sull’altare di una causa superiore senza risparmiarsi, anzi, donandosi di più quanto minore sarà la ricompensa.

“Lolita” (1997)

Tutto questo è l’amore di Buzzati, la consapevolezza estrema del dolore sentimentale che troppo spesso è taciuto da quei narratori imbevuti della retorica per cui amore, gioia e bellezza vanno a braccetto. No: girato l’amore appare il volto tetro della morte. “L’amore gli aveva fatto completamente dimenticare che esisteva la morte”, ci dice Buzzati quando Antonio ormai è rassegnato all’impossibilità di comprendere appieno l’oggetto del suo desiderio. L’amore è antidoto contro la morte, non è certo una scoperta dello scrittore di Belluno, ma è curioso notare come l’amore lascia dimenticare la morte solo quando esso è forsennato, quasi egocida, e pretende così tanta energia da lasciarne poca alla consapevolezza di sé. Quando si è sereni, ecco allora che la morte torna a fare capolino e l’attesa del rintocco finale, ossessione di Buzzati, ricomincia.

Ma Un amore è anche un romanzo sulla menzogna. Tutta la storia si regge sulla menzogna e su quel gusto perverso che Laide prova nel nascondersi e mentire a prezzo dell’infelicità di Antonio e nel disprezzo viscerale della sua dipendenza da lei. Libertina e spregiudicata con i soldi di lui, mutualmente dipendenti su due binari che mai si incontrano e terminano nell’incomprensibilità e nella cattiveria. “Lui ha perso la testa e questo a lungo andare le dà un terribile fastidio”, comprensibilissimo, visto che un uomo che sacrifica la propria dignità difficilmente piace alle donne. E allora Laide si diverte a mortificarla quella dignità, a calpestare Antonio senza che lui reagisca, perché è così innamorato da reprimersi. Ci prova, a stabilire la sua valenza di uomo con cui si intrattiene una relazione, ma ogni volta si ritira, per paura di perderla. Fa una pena Antonio, a leggere di quanto è consapevole di essere un giochino nelle mani della bambina capricciosa che lui crede di aver educato. Percepisce le menzogne, odora il complotto, ma “è così dolce crederle. Adorabile viltà”.

Dorigo è il classico esempio di sospensione della realtà, di rimozione dell’evidenza quando questa è troppo dolorosa: meglio l’ignoranza che l’amara conoscenza. Come quei cornuti che sanno di esserlo ma preferiscono non indagare per paura di vedersele sul serio crescere in capo, le corna, così Dorigo preferisce mortificarsi e stare al gioco delle cattiverie di Laide. Cosa che fanno in molti: quanta abnegazione nelle coppie per lasciare spazio al partner. Buzzati però affonda ancora di più il coltello, inserendoci quel gusto da mantide di una donna che gode nel vedere l’uomo che stramazza folgorato dall’amore, che elemosina considerazione.

Per completare la famosa triade, che oltre al sesso e al sangue vuole i soldi, Un amore è anche un romanzo in cui sono tutti ossessionati dal denaro. Perché Laide si prostituisce, se non per denaro? Tutte le pagine suscitano la sete sfrenata di soldi che Laide e le sue amiche rivendicano con orgoglio: il desiderio di possedere pellicce e calze di seta e potersi sempre truccare con cura e cenare nei migliori ristornati, loro che sono popolane cresciute nell’invidia per le signore e che ora vorrebbero sedersi accanto a loro in pari dignità, nella Milano che cresce e si popola e straborda di aziende e ciminiere e uffici che macinano denaro e mai che se ne veda un po’, se non a suon di marchette, colpendo la borghesia meneghina nel suo punto più debole: l’ossessione oscena per il sesso facile e professionale che la prostituta garantisce, non certo la signora. Imperversa il potere pazzo del denaro, che assicura a chi lo possiede un alloggio ai piani alti della società, seppur praticando il più disdicevole dei mestieri e mancando di quella classe connaturata alle donne di gentili origini, circostanza che tradisce profondamente l’apparenza di queste ragazzotte.

Nessun facile moralismo, però, Buzzati non scenderebbe tanto in basso. Infatti tesse una delle più memorabili descrizioni del desiderio per la prostituzione.

La prostituzione forse lo attraeva proprio per la sua crudele e vergognosa assurdità. (…) La donna era sempre per lui una creatura di un altro mondo, vagamente superiore e indecifrabile. All’idea che una giovinetta di diciott’anni, per guadagnare quindicimila lire, andasse in letto, senza preamboli di sorta, con un uomo mai visto né conosciuto, e si lasciasse godere l’intero corpo, partecipando anzi con slanci lussuriosi più o meno simulati, a questa idea Dorigo provava un moto di incredulità e di rivolta. (…) Da questo pensiero aspro e dolente, da questa incapacità di ammettere, nasceva però il desiderio. Una donna per bene, che fosse andata in letto con lui per amore disinteressato, gli sarebbe piaciuta infinitamente meno.

Il denaro dunque finisce per essere un passe-partout che apre tutte le porte della società, non basta mai e più se ne ha e meglio è. Anche se Antonio è uno stimato e benestante scenografo, arriva a farsi prestare la spider da un suo amico per farsi vedere, patetico e infantile, con la macchina sportiva e costosa. Si fa tutto per lei, tutto quel che serve, a volte anche di più e spesso le cose sbagliate. Come considerarla qualcosa che si compra a suon di regali, cene e alberghi. Non si contano le volte in cui si sente dire (anche da noi stessi) che il fisico atletico, il vestito alla moda, i locali più piacenti e la possibilità di scialacquare bastino per fare conquiste. Pensiero sciocco e patetico, ma comune un po’ a tutti, che tradisce l’incapacità di essere affascinanti e la necessità di ricorrere alla ricchezza (vera o simulata), per rendersi attraenti. Mancando di savoir faire, lanciare l’esca del denaro e della moda. Se questo è vero allora, per citare uno slogan di certi berlusconiani, siamo tutti puttane. In Un amore, ancora di più, la donna accetta di farsi mantenere ma nel disprezzo di quel che lui può garantirle, come per il rigetto post-trapianto, ne approfitta finché può e mantiene il suo di stile di vita, lussurioso e individualista.

Alla fine si potrebbe dire che quel che conta è lo stile, il denaro è un di più ben voluto ma non indispensabile.

Una cosa ridicola. Quel supplicare un po’ di dolcezza di bontà solo perché le mollava un cinquanta alla settimana!

E certo Antonio appare ridicolo, pensa di poter comprare l’amore di Laide banconota su banconota. Ora ciascun lettore (o lettrice, il discorso vale per entrambi i sessi, a parti invertite) pensi a quella volta che ha perso mezzora a scegliere i vestiti da indossare per uscire con lei, a quella volta che l’ha portata nel ristorantino di classe, a quando le faceva regali che sapeva apprezzati, a quando si sistemava con eccessiva cura i capelli e si spruzzava ettolitri di profumo, lavava la macchina prima di andare a prenderla e si dispiaceva se questa era una banale utilitaria. Ebbene, è solo Antonio a essere ridicolo? No, lo sono tutti gli innamorati. È l’amore a fare di una persona seria e compita un bambinone ridicolo e spacciato, che si guarda allo specchio e quasi si vergogna della sua inadeguatezza, che ora disprezza tutte quelle cose di cui si è volentieri circondato ma che sembrano inadatte a lei, eppure si piace comunque perché la causa è giusta e la pulsione è forte.

Separazione (Edvard Munch)

E a tutte le armi ricorre l’innamorato, anche all’apparenza più vana, al tentativo di acquisto più becero, pur di non lasciarsi scappare l’oggetto dei propri sentimenti. Solamente non è un mistero che se bisogna ricorrere a tali e tanti espedienti per tenersi stretta l’amata (o l’amato), questa è la persona sbagliata. E arriva, come una doccia gelata, l’amara consapevolezza:

Guarda, non potevi sbagliare di più.

E che cosa avrei dovuto fare, allora?

Niente. Non c’era niente da fare. Purtroppo il mondo è fatto così.

Concludiamo su un altro grande mistero dell’amore: chi può mai decidere se una persona è giusta per l’altra, nel gioco delle corrispondenze sentimentali, quando questa ne è profondamente innamorata? Poiché se n’è innamorata si conclude che sia la persona giusta, per definizione, anche se le procura sofferenze indicibili. Un meccanismo molto più forte di un calcolo costi-benefici governa l’amore:

Antonio era interamente succhiato da lei, da quella vertigine, ed era un patimento era una cosa terribile, ma lui aveva girato con simile impeto, mai era stato così vivo.

Forse che ci sia un gusto crepuscolare nell’ammirare le proprie sofferenze, forse che il dannunziano motto “Non chi più soffre ma chi più gode conosce” non è del tutto vero, forse che il terribile patimento per la persona amata riempie di orgoglio e ostinazione… Certo è che in fatto di amore non ci si risparmia mai, che anche il più parsimonioso dissipa a piene mani quel che ha da offrire, incurante del rischio di scottarsi le dita. Tanto che mai un innamorato si pente di quel che ha dato e ha fatto per la persona amata. “Io ho quel che ho donato”, fece scrivere il Vate, e anche l’innamorato che ha perduto e per sempre la persona amata, quand’anche la detesti ormai e serbi rancore per gli strazi che ha subito, non ricorda se non con un velo di tenerezza tutto il bene e la generosità che ha concesso, perché lì c’era l’amore, e se anche l’oggetto ne è cancellato, il sentimento è tanto sublime da non richiedere approvazione, basta a se stesso. Questo è l’amore, questo è Dino Buzzati.