Una volta G.K. Chesterton osservò, a proposito di Robert L. Stevenson, come l’estrema «versatilità e destrezza artistica» fu per lui una sorta di maledizione: «non perché riuscì abbastanza bene nei generi più diversi, ma perché, nei generi più diversi, riuscì troppo bene. Capace di realizzare il proverbiale miracolo d’essere in cinque posti ad un tempo, portò gli altri a ritenere ch’egli fosse cinque persone diverse». Forse il solo Edgar Allan Poe, tra gli scrittori del XIX secolo, si applicò in modo così meritevole ai progetti più disparati, spaziando dal racconto giallo a quello grottesco, dalla letteratura dell’orrore a quella marinaresca. 

E lo stesso Stevenson, noto ai più per aver scritto Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886), si dedicò con successo, fra le altre cose, alle narrazioni oceaniche, compiendo, sotto questo versante, anche più dello stesso Poe: se quest’ultimo si era “limitato” a dedicare alle distese marine alcuni dei suoi più grandi capolavori letterari (oltre al romanzo Gordon Pym si devono ricordare i racconti Una discesa nel Maelstrom e Manoscritto trovato in una bottiglia), Stevenson si spinse oltre, consegnandoci i suoi spacci dei viaggi Nei Mari del Sud del biennio 1888-89 — un testo ad oggi indispensabile per comprendere al meglio la psicologia collettiva e l’anima di quei popoli indigeni dell’area Pacifica che appaiono, allo sguardo del lettore contemporaneo, sempre più lontani non solo cronologicamente e spazialmente ma anche ontologicamente da questo mondo moderno che avanza; un imperdibile concentrato di osservazioni da esploratore ed etnologo, senza tralasciare la possibilità di trarre dei parallelismi tra un mondo che scompare (il loro) e un altro (il nostro) che già agli occhi attenti di Stevenson, più di un secolo fa, sembra inevitabilmente destinato, nel giro di pochi decenni, a seguirlo nel baratro della globalizzazione selvaggia.

«Una bambina come questa e poi la morte. Tutti i Tanaka muoiono. E allora più»Ici pas de Kanaques, confidava in francese a Stevenson una giovane donna delle Isole Marchesi, protendendo la sua bimba in direzione dell’interlocutore con entrambe le mani. «E in una prospettiva di secoli», rivela l’autore, «io vidi la loro sorte simile alla nostra, la morte salire come la marea, e il giorno, di già fissato, in cui non sarebbero più esistiti né Britanni né altre razze né opere letterarie né lettori». Se il pensiero ossessivo della morte e della decadenza fu centrale nella letteratura europea dell’Ottocento (si pensi, oltre al già menzionato Poe, al decadentismo francese, al Dorian Gray di Oscar Wilde, o ancora alla grande letteratura russa di Tolstoj e Dostoevskij), gli sperduti arcipelaghi dei Mari del Sud non facevano certo eccezione, pur avendoci lasciato le loro personale ossessione tanathica per mezzo delle testimonianze di antropologi ed esploratori, e non tramite epocali romanzi di formazione, perturbanti racconti dell’orrore o caleidoscopici componimenti poetici, come è accaduto invece nelle nostre lande europee. «Il corallo cresce, la palma s’apre, l’uomo scompare», dice il Marquesano.

«Il pensiero della morte è dominante nella mente dei Marquesani», scrive Stevenson. «A vederla nessuna razza sembra più vitale; e intanto la morte la falcia a piene mani». Le razze e le culture morenti del Pacifico appaiono così a Stevenson come avanguardia del mondo che verrà, per le popolazioni indigene dei più recenti possedimenti dell’Impero Britannico così come per noi stessi, popolo nativo europeo. Così l’autore, vagando da isola a isola, da arcipelago ad arcipelago, testimonia gli ultimi vagiti della cultura tradizionale dei Mari del Sud, passando con disinvoltura dalla descrizione degli apparati socio-politici tradizionali, che man mano con il passare degli anni si sfaldano sempre di più a favore dell’influenza britannica, alla collezione di leggende e credenze «superstiziose», che parlano di demoni, spiriti irrisolti ed entità misteriose dimoranti in dimensioni ignote che, secondo gli indigeni, in caso di mancato rispetto dei tabù e delle prescrizioni rituali, sarebbero in grado di accedere al nostro mondo, portando il caos e la disgrazia.

R. L. Stevenson

Ma la questione della morte e della decadenza della cultura nativa va ben oltre la mera considerazione della stessa come superstizione o ingenua credenza — aspetto, questo, che Stevenson, similmente a Rudyard Kipling con riguardo all’India e al Brasile, ebbe il merito di comprendere con lo sguardo dell’antropologo, prestandosi a riportare i racconti tradizionali riguardanti le più disparate deità e i fantasmi anche laddove questi siano stati raccontati da individui estremamente eccentrici, che fanno quasi venire in mente, per il modo in cui l’autore li descrive, i giullari delle corti regali dell’Europa medievale. Come inquadrare, si chiede Stevenson, la tragica questione della disintegrazione quasi istantanea, in seguito all’arrivo dei coloni europei e dei missionari, delle tradizioni locali? «Dove c’è stato minor numero di cambiamenti importanti o non importanti, salutari o dannosi, ivi la razza sopravvive», chiosa.

Dove ce ne sono stati molti […], la razza perisce. Ogni cambiamento, anche se di poca importanza, aumenta la somma delle nuove condizioni alle quali la razza deve abituarsi. […] Il cambiamento di abitudini è più sanguinoso di un bombardamento».

Ciò nondimeno, persino quando il sistema tradizionale sembra prossimo a implodere su se stesso, ormai in procinto di scomparire definitivamente dinanzi all’inderogabile avanzare del cosiddetto “progresso”, le antiche credenze più o meno superstiziose non scompaiono del tutto: e, tra queste, quella che maggiormente occupa la mente dei popoli nativi dei Mari del Sud è, come detto, quella della morte, e quindi dei fantasmi e delle entità spiritiche che a questa riescono in qualche modo a sopravvivere, portando il terrore tra i loro discendenti clanici. Se infatti le mummie dei bambini morti prematuramente vengono conservate all’interno delle case stesse dove avevano trascorso la breve esistenza, «conservate gelosamente e portate da atollo ad atollo nelle peregrinazioni della famiglia», i cadaveri delle persone adulte passate da poco a miglior vita devono essere vegliati per notti e notti al fine di evitare che nottetempo ritornino a cibarsi dell’anima di quelli che sono a loro sopravvissuti; credenza, questa, che trova il suo corrispettivo nella tradizione europea nella figura del vampiro. «Una razza cannibale può avere dei fantasmi cannibali», scrive Stevenson nel suo diario di viaggio. 

Infatti, nonostante la conversione superficiale di questi gruppi etnici al cristianesimo portato dai missionari europei,

su tutta la distesa dei Mari del Sud non c’è nessuno che possa biasimare il vicino. Meticci e purosangue, cristiani e miscredenti, intelligenti e stupidi, tutti credono negli spiriti, tutti combinano con il loro recente Cristianesimo la paura delle vecchie divinità isolane

Gli spiriti appaiono soprattutto, similmente ai fairies della tradizione europea, nelle zone boschive delle varie isole, e in particolar modo laddove si trovano i resti megalitici degli antichi templi sacrificali o delle pietre tombali dei clan, le marae e i paepae, luoghi tabù per i vivi, che se ne tengono avvedutamente a debita distanza, in quanto tali luoghi «sono divenuti gli avamposti del regno dei morti». In altri tempi presso questi alti-luoghi si svolgevano le cerimonie sacre e i sacerdoti indigeni, in determinate notti prestabilite dal calendario rituale, avevano il diritto di dormirvi; ma ad oggi essi sono abbandonati, e la vegetazione tropicale cresce copiosa sulla loro superficie rocciosa, che un tempo veniva mantenuta lucida con applicazioni periodiche d’olio.

Stevenson con la famiglia e alcuni amici a Upolu, Samoa

Gli spiriti dei morti, che talvolta si confondono similmente a quanto accade nella tradizione delle isole britanniche con le entità feriche, si mostrano spesso e volentieri ai viventi, sia in forma umana che zoomorfa, e persino in altre forme più bizzarre: come ad esempio «una forma luminosa, la testa rotonda e verdastra, il corpo lungo, rosso, con nel mezzo un fuoco più brillante», simile a una meteora sovrannaturale o al Will-o’-the-Wisp della tradizione inglese. Quando compaiono nelle loro fattezze umane, gli spiriti evitano di voltarsi, mantenendosi sempre di spalle, di modo che i viventi non si possano accorgere del principio di decomposizione che solca i loro volti e affligge le loro membra. Il più delle volte essi si manifestano con un suono sibilante, una sorta di «fischio aureo»; particolare, anche questo, che trova il suo corrispettivo fedele nella tradizione scoro-irlandese e nella letteratura fantastica ad essa ispirata, come per esempio nei racconti del gallese Arthur Machen, che di Stevenson fu tra l’altro, come ammise egli stesso, un grande ammiratore.

Altri spiriti della tradizione isolana, tuttavia, si distinguono sensibilmente dalle anime dei morti, con le quali non si possono confondere: è il caso, per esempio, di Mahinui, deità oceanica delle popolazioni native di Samoa che si configura «come un Proteo, dotato di trasformazioni illimitate», e che si riteneva capace di trasportare i sacerdoti indigeni «da isola a isola attraverso l’arcipelago», con una sorta di volo magico. Altre divinità acquatiche ricordano invece da molto vicino le varie Ninfe, Ondine, Nereidi e Silkies e Nixies della tradizione occidentale: donne bellissime che dimorano «nei vari stagni salmastri e nelle gore», «con lunghi capelli rossi», che appaiono di tanto in tanto intente a farsi il bagno; ma, timidissime, «al minimo rumore di passi sul corallo si rituffano di nuovo per sempre». Egualmente ai fairies della tradizione britannica esse «sono conosciute come un popolo vivente […] che abita un regno sotterraneo». Simili al popolo nascosto delle leggende europee sono anche i Vahinehae, «spiriti affamati dei morti, che […] stanno nascosti ovunque, invisibili [e] vanno a danzare, la notte, attorno al paepae della loro vecchia famiglia».

Ritratto di Stevenson, John Singer Sargent

Nondimeno, a fine Ottocento l’ossessione delle popolazioni native delle isole del Pacifico per la morte non interessava solo il folklore e le credenze mitiche, ma diede vita anche, similmente a quanto accaduto nelle Americhe, a veri e propri culti millenaristici, come la Ghost Dance nordamericana e le escatologie sudamericane della «Terra-Senza-Male». È il caso della confraternita tahitiana di Oro, divinità che Stevenson associò in un’ottica comparatistica «al Bacco degli antichi». I suoi seguaci «navigavano di baia in baia e d’isola in isola», venendo «ovunque ricevuti con festini», «cantavano, danzavano, davano rappresentazioni e spettacoli di destrezza e di forza, ed erano gli artisti, gli acrobati, i poeti ed i lenoni dell’arcipelago. La loro vita era pubblica ed epicurea, la loro iniziazione un mistero». 

E tuttavia, a dispetto di questa attitudine estremamente vitale, se non altro agli occhi dei profani, la loro setta prevedeva l’uccisione di tutti i figli che fossero concepiti all’interno della confraternita, con l’unica eccezione di uno dei figli della coppia chiamata per diritto di successione ad assumerne il comando, per garantire il proseguimento del culto. «Una libera massoneria, una setta di agnostici», commenta Stevenson,

«una compagnia di artisti di cui tutti i membri erano sotto il giuramento di non mantenersi casti e tutti con l’interdizione di lasciare una discendenza […]. La fame minacciava le isole ed il rimedio che faceva orrore veniva proposto all’anima indigena sotto quelle apparenze di mistero, di piacere e di parata».