di Daniele Zanghi

Robert Desnos nasce a Parigi nel 1900 e trascorre i suoi primi anni nel quartiere popolare delle Halles. I colori e la vivacità delle strade commercianti del primo arrondissement nutrono le sue fantasie di bambino, favorendo la formazione di un ricco humus immaginativo del quale si prevarrà in seguito la sua poesia. Vecchie fiabe, canzoni popolari, illustrazioni dei romanzi fantastici di Jules Verne, immagini casuali e pubblicità viste nei giornalini: il Desnos adolescente fa tesoro di tutti questi materiali grezzi, troppo spontanei ed ingenui per essere presi in considerazione dalla poesia colta. Prima di lui, Rimbaud aveva già compreso che nelle produzioni popolari vi è una vitalità straordinaria, e che il Verbo non deve vergognarsi di attingervi. Al contrario, questo universo non aspetta che l’intervento del poeta-alchimista, capace di far emergere dei rapporti nuovi tra vita, amore e sogno. Le conseguenze della rivalutazione della cultura popolare, considerata nella sua latente carica onirica, vengono portate all’estremo dal Surrealismo a partire negli anni 20. La parola viene liberata e, per raggiungere i suoi scopi, non teme di mischiare l’invettiva al lirismo, i classici al vernacolo.

È Paul Eluard a coniare il termine di poesia involontaria, in opposizione alla poesia personale. Contro una concezione della creazione artistica sclerotizzata, ancora dominante nell’Europa di inizio secolo che non riesce a disfarsi degli strascichi del Romanticismo, Eluard e Desnos difendono una concezione nuova. Mentre la poesia personale è la poesia dell’individuo che pretende dire la sua sul mondo fondandosi sulle sue particolari sensazioni, la poesia involontaria è invece la poesia dell’essere morale, che non ha un’intelligenza particolare, e che si situa tra la folla. La sua oggettività è cio’ che paradossalmente permette di capire che non esiste una realtà unica, ma solo un’infinità di modi di percepire un oggetto. Ogni tipo di linguaggio, da quello del poveraccio a quello dell’erudito, da quello del bambino a quello del folle, viene considerato valido; il compito del poeta è quello di ascoltare senza giudicare, senza nemmeno pensare, per scoprire l’elemento meraviglioso che attraversa questo sottobosco di parole.

Sin dai primi componimenti del 1919, Le fard des Argonautes e l’Ode à Coco, la volontà di creare una polifonia magica è chiara. Il verso è apparentemente di tipo classico: ma gli alessandrini hanno a volte qualche sillaba di troppo, altre volte manca un pezzo. Ai riferimenti mitologici si sovrappongono maliziose allusioni sessuali e parole dialettali. Desnos, malgrado il titolo di “profeta del Surrealismo” affibiatogli da André Breton, non cade nella trappola della santificazione, ed esce integro dall’esperienza avanguardistica, che alla fine degli anni venti cominciava ad esaurire la sua forza rivoluzionaria, optando sempre più per dei moduli fin troppo corrodati della scrittura automatica. L’oscillazione costante tra le forme tradizionali e l’espressione dei propri fantasmi si ritrova in tutti i suoi lavori successivi, senza che la sua poetica diventi banale e trita. Persino nelle raccolte per bambini Chantefable et Chantefleurs e Le parterre de Hyacinthe, nelle quali si possono ravvisare, benché adattate al destinatario, le stesse soluzioni formali delle poesie più celebri, le immagini riescono a sorprendere e a far giocare la mente.

Decisamente più impegnati, in senso politico e umano, gli ultimi componimenti: degni, coscienti, mai retorici. Desnos, che negli anni precedenti la guerra si era dato al giornalismo, alla diffusione radiofonica e alla critica letteraria e musicale, partecipa attivamente alla Resistenza, trasmettendo alle reti clandestine, da Parigi, informazioni ottenute grazie alla sua posizione all’interno della stampa. Nel 1944 viene arrestato dalla Gestapo, poi trasferito nel campo di transito di Royllieu, ed infine deportato a Theresienstadt. E qui che muore di tifo l’8 giugno 1945, quando ormai le truppe sovietiche avevano liberato il campo da un mese. Paul Eluard, nel discorso pronunciato durante la deposizione delle ceneri del poeta, nell’ottobre 1945, lo ricorda cosi: “la poesia di Desnos è la poesia del coraggio. Egli ha tutte le audacie possibili di pensiero e di espressione. Va incontro alla vita, all’amore, alla morte senza mai dubitare”.