Nell’estate del 1921 si celebrava a Mosca il III Congresso dell’Internazionale comunista. Tra i delegati accorsi nel paese dei Soviet v’era una folta delegazione italiana, capitanata da Umberto Terracini. Chiamato alla tribuna, il futuro presidente dell’Assemblea costituente si esibiva in un appassionato e durissimo discorso contro ogni deriva moderata, antirivoluzionaria e perciò traditrice delle conquiste dell’Ottobre. Terminato lo show, a un ancora accaldato Terracini si fece incontro il successivo oratore, compagno Vladimir Il’ič Ul’janov, noto ai più con lo pseudonimo di Lenin, zar rosso e terrore di tutte le pance capitaliste del mondo. Dipingendo sul suo volto aspro da orientale un sorriso, questi rivolse all’estremista italiano una battuta: “Plus de souplesse, camerade Terracini, plus de souplesse”.

Cronaca spicciola nel gran quadro della Storia. A cento anni di distanza, tuttavia, sarebbe impossibile immaginare una scena simile nel contesto di una qualsiasi formazione politica contemporanea, per il semplice fatto che non ci sarebbe bisogno di alcun invito alla souplesse. Perché? Perché non esiste più una critica radicale, e il belare uniforme del gregge sommerge qualsiasi discorso alla Terracini.

L’intervento di Lenin durante il III Congresso dell’Internazionale comunista (1921)

In questo mare magnum di bolse banalità, in cui nessuno è in grado di andare alla radice dei problemi, si raggiunge la vetta dell’assurdo nel disastrato mondo del lavoro: ogni giorno va infatti in onda la schifosa pantomima dei commedianti, con gli stessi copioni e le stesse faccione rivoltanti da trent’anni di onorata carriera parassitaria. Altro che rivendicazioni, solo e sempre genuflessioni ai padroni. D’altronde, offenderemmo l’intelligenza del lettore se dovessimo dedicare un’altra riga alla politica sindacale, ai commensali dei macellai della Repubblica, a chi per mestiere ordisce sulla pelle e alle spalle dei rappresentati. Basta. Per fortuna, di fronte a cotanto orrore ogni tanto si riesce a trovare un piccolo spazio di riflessione, un’uscita di sicurezza dallo sconforto. E’ il caso dell’agile pamphlet di Savino Balzano, Pretendi il lavoro! (Edizioni GOG), che fin dal titolo schiaffa un bel punto esclamativo sui servi e sugli imbelli. Imperativo categorico, quello di Balzano, che si aggancia a una tematica sempre discussa e mai affrontata, il lavoro, accompagnando il lettore lungo il piano inclinato che dallo Statuto dei lavoratori ha condotto alla barbarie del Jobs Act.

Vi aspettiamo alla presentazione a Roma!

Particolarmente convincente risulta la logica del discorso svolto nel saggio: dopo l’introduzione di Thomas Fazi, viene illustrato il senso profondo degli articoli della nostra Costituzione, in cui i costituenti hanno edificato un edificio sociopolitico ben diverso da quello che comunemente viene raccontato. Infatti la condizione fondamentale per l’esistenza della Repubblica è sì la democrazia, ma sociale, perché informata all’intervento costante dello Stato per rimuovere quegli ostacoli che nei fatti impediscono l’eguaglianza sostanziale: per far ciò è necessaria – pena la fine di ogni possibilità democratica – la partecipazione attiva e cosciente di ogni cittadino attraverso il lavoro, diritto fondamentale su cui è letteralmente fondata la Repubblica. In sostanza, la perfetta antitesi dei trattati europei e di tutta quella porcilaia che si usa definire democrazia (sic) liberale.

Da qui derivava la consapevolezza di dover realizzare un regime statuale in grado di offrire al maggior numero di cittadini le migliori condizioni possibili di impiego. L’apice di questo tipo di politiche lavoristiche si ha con la legge n. 300 del 1970, lo Statuto dei lavoratori firmato dal socialista Giacomo Brodolini a pochi giorni dalla morte. Savino Balzano ricostruisce i passaggi che conducono al 1970, illustrando come la precarietà nel e del lavoro fosse diventata res incognita durante l’arco di sviluppo della Prima Repubblica. Il contratto-tipo è quello indeterminato, le garanzie dei lavoratori sono tassative e mirano a rendere sempre più civili le condizioni di impiego avendo come meta “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 comma 2 della Costituzione, redatto da Lelio Basso). Purtroppo però la storia non è una scala ascendente, e conosce spesso schianti e rinculi.

 

Nel libro viene così delineata la via crucis della progressiva distruzione della stabilità e della civiltà lavorativa attraverso quella miriade infernale di riforme che hanno ribaltato i termini della vicenda, fino all’esautoramento del famoso articolo 18 e la totale liberalizzazione del licenziamento da parte del padrone. Il tutto viene trattato con notevole competenza, frutto dell’esperienza dell’autore come sindacalista, senza tuttavia cadere nel tecnicismo e nel freddo inverno delle espressioni giuridiche.

La lettura di Pretendi il lavoro! costituisce così un doloroso percorso di consapevolezza, necessario perché propedeutico alla ricostruzione delle cause e all’individuazione dei motivi di fondo dell’attuale massacro sociale in cui agonizzano i lavoratori d’Italia. Nulla avviene per caso, e la precarizzazione nel e del lavoro risponde a logiche padronali che mirano, oltre alla massimizzazione dei profitti, al totale asservimento dei lavoratori e della loro umanità allo sfruttatore. Quanti sfruttati oggi baciano la mano di chi gli ruba giornalmente la vita? Chi riesce ormai a concepire il lavoro come un diritto fondamentalissimo e non una lotta miserabile tra poveracci per un tozzo di pane? Tutto ciò accade mentre le tecnologie e la digitalizzazione pongono le basi per paradigmi nuovi, in grado di poter offrire una realtà in cui si dovrebbe totalmente ripensare il tempo di lavoro, al fine di rendere la vita di ognuno più completa. Un esempio, come i tanti offerti nel saggio, che portano la critica al terreno decisivo dei rapporti di forza tra Capitale e Lavoro, tra denaro e vita.

Savino Balzano svolge un compito utile, perché pone dal piano economico a quello politico l’intera questione dell’occupazione, recuperando il vero terreno d’analisi di chiunque voglia abbattere lo scempio in cui ci troviamo immersi. Perché lavoro vuol dire dignità, e dignità significa consapevolezza di sé e degli altri, umanità. Un lavoratore dignitoso, consapevole, è la miccia che pone in discussione l’intera posta, cioè il potere. Per cui pretendere il lavoro significa oggi pretendere lo Stato, conquistare le istituzioni e sovvertire totalmente l’assetto sociale per ripristinare la Costituzione repubblicana e realizzare finalmente una società umana, fatta dall’uomo per l’uomo, senza più oppressi né oppressori. Pretendere il lavoro per riconquistare la vita.