Respiro letterario di viaggio. Diario di bordo con alveoli tra flora e fauna e sinapsi nei fumi della metropoli. Potremmo concepirla in questi modi la forma poetica definita haiku, che detiene un respiro lungo quattrocento anni e che affonda le proprie radici all’ombra dei giardini di ciliegio vegliati dai grattacieli: il Giappone. Un componimento immediato, essenziale, alimentato da tre versi simbolici, formati singolarmente da diciassette sillabe, chiamate more, in uno schema tradizionale di cinque, sette, cinque. I narratori-viaggiatori del macro-cosmo haiku indagano elegantemente sulle stagioni dell’uomo, che nella cultura nipponica diventano cinque rispetto all’Occidente: primavera, estate, autunno, inverno e il nuovo anno, il sacro momento della rinascita del corpo e dello spirito, in un ciclico rinnovamento del sé. 

Antonio Sacco, in un puntuale articolo pubblicato su Poesiadelnostrotempo.it, osserva come l’afflato minimalista di tale struttura espressiva «si presti bene allo studio della genesi dell’ispirazione poetica», per il fatto che «la stragrande maggioranza dei componimenti haiku sono redatti secondo la tecnica di giustapporre/collegare due immagini diverse in una stessa poesia haiku (toriawase)». Dare parola ai fotogrammi in movimento secondo la teoria fondante dei primi lirici del pianeta, gli ellenici del canone antico, ma aggiungendoci un tocco di sintesi che scaglia nel mondo comunicativo di Twitter o Instagram, inconsapevolmente.

Caso di studio emblematico nella diffusione della forma indagata sul territorio europeo è quello del poeta Maruyama Daizen, autore del volume Sulle note del vento (dei Merangoli Editrice, 2018). Bagliori di strada in punta di bacchette, gocce di vita che tintinnano sugli individui consumati da giornate infinite di lavoro. Partiamo dalla prima stagione, seppur già determinante:

dal nuovo anno

Indisturbati 

starnazzano per strada 

i primi corvi

Nelle corse soffuse tra la metropolitana zeppa e lo sguardo assorto del ristoratore al bancone del sushi, appaiono agli occhi assetati del poeta i corvi di una società di ardimentoso patriottismo, spinta altresì da imperanti desideri globalizzanti. Sono i nemici della gente umile, che tentano di avvantaggiarsi sulle spalle del bene comune. Il consumismo regala all’autore immagini sintomatiche che non avrebbe mai pensato di poter osservare vent’anni prima:    

Neolaureati

in fila da McDonald

per un panino

Secondo Diego Martina, già ricercatore di Letteratura Giapponese dell’Università di Tokyo e traduttore di Maruyama in Italia, dai versi distesi dal poeta «traspare non solo l’amore e l’incanto – quasi fanciullesco – per una “grande natura” motore di forti emozioni, ma anche il fascino per la metropoli, i cui grattacieli non di rado fanno da sfondo ai componimenti». Nella primavera del percorso terreno e spirituale non può mancare il volo dell’uccello, mimesi incessante della libertà di esprimersi agognata dai giovani giapponesi.

da primavera

Si libra in volo

il nibbio solitario – 

risplende il vento

Il nibbio eremita, che avvolto da necessaria solitudine cerca la sua strada incrociando un vento splendente, fonte rigogliosa d’ispirazione nei paesaggi del Sol Levante. Franco D’Intino, professore ordinario di Letteratura Contemporanea de l’Università La Sapienza di Roma, tesse le lodi della dolcezza lessicale e sintattica di Maruyama, evidenziandone l’impatto energico:

Non si può non rimanere stupefatti dalla sottile delicatezza con cui l’autore suscita nell’animo del lettore una sorta di sospensione: sotto la superficie sempre uguale e quasi ovvia delle cose fermenta una calma e invisibile energia trasformatrice, che riesce a cambiare di segno il dato iniziale, a fondere gli opposti. 

La stagione più attesa, l’estate, è vissuta dal viaggiatore in un semplice giorno di sensazioni inaspettate, descritto con una metafora malinconica, nella quale il quotidiano si trasforma in una “tempura calda di ricordi”, ovvero un piatto di frittura di verdure e pesce in pastella, che ricuce cicatrici passate con impeto organolettico, proiettandolo in un futuro da non farsi sfuggire. 

da estate 

Giorno d’estate –

una tempura calda

di bei ricordi

Chiacchierando con Maruyama, vengono alla luce la sua concezione delle stagioni nell’ultra-contemporaneità, che confluiscono in un’unica e letale stagione, un’analisi personale sull’esplosione oltre il Pacifico del fenomeno haiku, il suo rapporto con i grandi padri della letteratura nipponica. Un osservatore ricco intellettualmente e avvolto da un alone di mistero intrigante, infatti in pochissimi sostengono di averlo visto in viso e nell’immaginario collettivo di Tokyo non esiste una sua fotografia. Non ama il canto seducente dei riflettori ed è beffardo nell’ironia delle piccole cose: l’incompatibilità con la letteratura italiana e con lo scrittore occidentale lo rende intrigante.

Nella società consumistica d’oggi che peso hanno e come cambiano le stagioni dell’uomo?

Non sono sicuro che le stagioni dell’uomo, nell’odierna società consumistica, cambino davvero. Forse resta l’illusione della rotazione stagionale, scandita dai saldi invernali o da quelli estivi. È come se il consumismo abbia introdotto una sola, lunghissima, interminabile stagione, che abbraccia l’uomo alla nascita e lo lascia andare solo al momento della morte (o forse nemmeno allora). Nell’uomo non vi è più la pazienza di maturare, di voltare stagione un giorno per volta; in questa società ogni cosa è veloce, frenetica, vertiginosa. I vostri futuristi avevano intuito tutto.

Il linguaggio poetico haiku sta conquistando il mondo, secondo lei quali sono le motivazioni di questo exploit?

La brevità della forma potrebbe essere uno dei motivi. Le immagini cantate negli haiku giungono subitanee: non serve rincorrere le parole, è già tutto lì, racchiuso in appena diciassette sillabe. Lo sforzo che richiede la lettura di una poesia haiku è sicuramente differente da quello richiesto da un sonetto, o da un poema epico. Un altro dei motivi potrebbe essere la “nazionalità” di questa forma di poesia. Come per il made in Italy, dire che una cosa proviene dal Giappone crea maggiore interesse, diverse aspettative. Proprio qualche tempo fa un amico mi ha fatto notare: “Pensi che lo haiku avrebbe avuto uguale diffusione nel mondo se fosse nato in uno stato dell’Africa o dell’Asia centrale?” È una bella domanda, a cui non sono certo di sapere rispondere. 

Quali sono i suoi rapporti col compianto Mishima e col vivente Murakami?

Mishima è sicuramente compianto: la bellezza delle sue opere non ha eguali. Murakami è uno scrittore fortunato, in termini di pubblico e di vendite, ma trovo non abbia scritto grandi romanzi dopo quello d’esordio. Mishima rappresenta la tradizione, Murakami il nuovo. Lo haiku è una forma di poesia tradizionale, eppure riesce ad aprirsi bene anche all’innovazione. Direi dunque che la mia posizione, in quanto haijin (poeta di haiku), sia idealmente collocabile a metà tra questi due scrittori.

Ma è nella stagione più fredda è complicata dell’uomo, l’inverno, che il poeta estrae la sua sciabola rigenerante da ninja letterario. Si confondono/ tra le stelle eremite/ gli occhi del gufo, in un gioco di scambio di luci agli antipodi che porta a immergere i bagliori degli astri nei fanali di sentenza del volatile più temuto, che a sua volta vede regnare il suo sguardo nel cielo terremotato. Maruyama narra un tempo in continuo divenire, che non vede la coda e si stabilizza veloce su una sequenza di continue e interminabili attese. Come aspettare un sogno sulla corsia preferenziale del sakè:  

Sorseggio sakè 

prima di andare a letto –

la via dei sogni 

Il necessario flirt con la natura, il crogiolante barcamenarsi tra errori d’individuo inserito: tutto in tre versi, tutto in diciassette sillabe. Uno stile poetico del Seicento, nato sulla spalla sinistra del mondo, rappresenta il modus più calzante di elevare la comunicazione sfiammante dei social network. I poeti haiku i nuovi travel blogger o influencer di viaggio? Una sottile provocazione o perché no un maieutico esperimento tra gli utenti: meno slogan, più avventure bucoliche.