George Moore la definì a literary Cindarella, sua sorella Charlotte criticò aspramente il suo ultimo romanzo considerandolo un vero e proprio errore. Offuscata dalla fama di Wuthering Heights e Jane Eyre, Anne Brontë riesce e risiedere sui troni dei grandi immortali solo a distanza di duecento anni dalla sua nascita. Nel suo The Tenant of Wildfell Hall, le ipocrite facciate della classe borghese vengono abbattute, stracciato il romanzo sentimentale e posti al centro dell’universo letterario, non tanto la donna, a dispetto di quanto possa affermare la critica femminista, ma la ribellione di fronte ad un’etichetta sociale che andava contro ogni verità del reale.

Nel 1848 la giovanissima Anne Brontë dava alle stampe il più scandaloso dei romanzi del XIX secolo: The Tenant of Wildfell Hall. L’opera si discosta da ogni canone del novel didascalico tanto amato dal pubblico dei cosiddetti letterati e irrompe sulle scene editoriali provocando lo sdegno della classe borghese che viene completamente ribaltata, o meglio, spogliata dalle apparenze conformiste e mostrata in tutta la sua natura. È la stessa autrice a spiegare l’intento del romanzo: dal linguaggio esplicito e dalle brutali descrizioni sui vizi e gli abusi, Anne Brontë descrive un male, non sotto la luce “meno cruda”, ma mostrandone il vero volto.

Charlotte, la sua evil fairy, nell’analisi a The Tenant of Wildlfell Hall stronca sull’immediato il romanzo, gettando le basi per le future critiche agli scritti della sorella minore:

La scelta del soggetto fu completamente sbagliata. Non si poteva concepire nulla di meno congruo con la natura dell’autrice.

Nata il 17 gennaio 1820 a Thornton, nello Yorkshire, Anne è l’ultima di sei fratelli, la cui istruzione si divide tra la Roe Head School prima e l’insegnamento privato di Charlotte dopo. La morte prematura della madre e quella delle sorelle maggiori e il trasferimento a Haworth dove il padre era vicario, portano le tre sorelle, Charlotte, Emily ed Anne a scrivere per trovare una via di fuga e sopprimere la desolazione dello Yorkshire. Così nel 1845 viene pubblicata la loro prima raccolta di poesie sotto pseudonimi che, apparentemente maschili, potevano suscitare forti dubbi sull’indirizzo del sesso. 

Nella prefazione a Wuthering Heights e Agnes Grey si legge: 

Contrarie a esporci personalmente, nascondemmo i nostri nomi sotto gli pseudonimi di Current, Ellis e Acton Bell: la scelta ambigua fu dettata da uno scrupolo ad assumere nomi inequivocabilmente maschili, pur non amando dichiarare il nostro sesso perché, anche se allora non sapevamo che il nostro modo di pensare e di scrivere era ben lontano da quello femminile, avevamo la vaga impressione che alle autrici si guardasse con pregiudizio: avevamo notato che la critica usa, per condannarle, l’arma della personalità e, per lodarle, una lusinga che non è vero apprezzamento.

Ma è solo nel 1847 con la pubblicazione di Agnes Grey che Anne riesce a trovare l’approvazione da parte del pubblico. Il suo primo romanzo che racconta le vicende di un’istitutrice, viene inserito in un’opera in tre volumi dall’editore Thomas Newby, di cui i primi due dedicati a Wuthering Heights di sua sorella Emily e uno solo contente Agnes Grey. Subito dopo Charlotte offuscherà la fama di Anne con il suo Jane Eyre.

Anne Brontë

Poco si conosce della vita di Anne, la cui figura non basterebbe a realizzare una biografia completa se non inserendo i membri della sua famiglia, che hanno lo sfortunato compito di ridimensionare l’interesse verso quella che è stata la più rivoluzionaria delle sorelle Brontë. Il 1848, anno che precede la morte di Anne, viene stravolto dalla pubblicazione di The Tenant of Wildfell Hall, opera sicuramente più realistica rispetto ai precedenti Wuthering Height e Jane Eyre

The Tenant narra gli abusi e i maltrattamenti subiti da Helen Huntingdon da parte del marito Arthur, libertino e amante della vita mondana londinese. Helen, convinta di riuscire a redimere il marito, si chiude così in un matrimonio in cui viene dapprima tiranneggiata e poi abbandonata e tradita, costretta a subire in casa la presenza delle amanti di Arthur. Solo quando si rende conto che Arthur sta mettendo contro di lei il figlio educandolo all’alcol e alla violenza gratuita, decide di abbandonare il tetto coniugale andando contro ogni legge morale e sociale. È proprio questo il punto cruciale in cui la Brontë concentra l’opera sui problemi dell’era vittoriana, dalla custodia dei figli fino al tema del divorzio.

Il romanzo è diviso in tre parti: la prima costituita dalle quindici lettere di Gilbert Markham indirizzate al cognato Halford a cui svela il diario di Helen, divenuta ora sua moglie, e che costituisce la parte centrale della trama, e infine altre nove lettere scritte da Gilbert al quale è affidata la conclusione del romanzo. La Brontë propone così due punti di vista che sfidano la convenzione del romance sul campo contenutistico in quanto si discostano dagli amori idilliaci narrati in altri romanzi, come avviene nello stesso Jane Eyre. L’autrice porta il lettore all’interno della contraddizione dell’atto narrativo, immergendolo prima nei dubbi dell’uno e poi nella verità dell’altro, attraverso la tecnica della scomposizione prospettica e della ricostruzione dei fatti e della memoria. La Brontë apre le porte ai retroscena della vita coniugale vittoriana, fatta di silenziose colazioni in cui è possibile percepire i suoni dei respiri, la solitudine dei personaggi e il rumore meccanico di bicchieri urtati, inserendosi perfettamente in quello che sarà il genere del moderno realismo. 

Anne, Charlotte e Emily Brontë, di Branwell Brontë

La tensione spirituale di Helen riflette l’esperienza con la parola biblica dell’autrice stessa che ne fa uso frequente come sottotesto o citazione esplicita, senza mai diventare discorso moraleggiante. La questione tra bene e male si fa spazio all’interno della trama, così come il lavoro di autocoscienza che mette in scena personaggi prismatici e fallibili. La mancata riuscita di salvare il marito, la stoica sopportazione delle vessazioni e i continui tradimenti non fanno perdere la ragione che accompagna Helen per l’intera vicenda. In tal senso The Tenant differisce radicalmente rispetto ai romanzi delle sorelle: se Charlotte ed Emily avevano elaborato per i loro personaggi una redenzione, Anne nega ad Arthur questo dono. Huntingdon è condannato all’incapacità di mutare, tanto che Helen attuerà un secondo atto rivoluzionario presentandosi al capezzale del marito ormai morente non per pietà, ma per vendetta sull’oppressore, a dimostrare la sua libertà a dispetto della condanna di lui.

Anne si inserisce perfettamente nel gruppo di intellettuali dissidenti dell’era vittoriana che si ribellano all’ipocrisia dei ceti altolocati e all’asservimento del perbenismo borghese. Non solo, la giovane Brontë riesce ad andare ben oltre, bruciando i tempi e rimanendo attuale ancora nel XXI secolo. E se da una parte Anne si conformava agli altri eretici autori nell’analisi del sociale e nell’incessante contatto col pubblico, dall’altra stravolge lo stile narrativo, stilistico e contenutistico del romanzo vittoriano, abbandonando il narratore onnisciente che accompagna con commenti morali e didascalici i suoi protagonisti, e scrivendo in prima persona con l’utilizzo di più voci narranti tra le quali oscilla con grande intelligenza. 

Charlotte Brontë

Nel suo Autobiography, Anthony Trollope definisce i compiti che uno scrittore deve assolvere alla sua funzione pedagogica. Trollope ammette nella sua lunga digressione che gli intrecci sentimentali rendono certamente un romanzo avvincente, ma possono causare strani pensieri nelle menti dei giovani, perciò un vero romanziere deve sempre fare una netta distinzione tra bene e male. Ed ecco che ancora una volta Anne Brontë sconvolge le linee guida del maestro, scegliendo una protagonista anticonvenzionale che sin dalle prime pagine afferma di essere padrona delle proprie scelte – «I take the liberty of judging for myself» – e di un destino che risulterà macchiato da una storia che esclude il romanzo sentimentale, ma che sarà compiuto nella piena libertà dalla società benpensante. Tale libertà le viene concessa dalla stessa autrice che non si innalza a elargitrice di dogmi, ma lascia Helen libera di esporre, senza censure, la realtà che si cela dietro il moralismo della famiglia vittoriana. 

Anne Brontë indaga l’universo interiore della coscienza, così come faranno James Joyce e Virginia Woolf; anticipa la realtà oggettiva proposta da Emile Zola e il Verismo di Verga, dimostrando una superiorità intellettuale rispetto a Charlotte ed Emily. The Tenant of Wildfell Hall non è solo un romanzo sulla violenza domestica, ma l’emblema di una ribellione alla società stessa. Il genio di Anne sta proprio nel superamento di ciò in cui le sorelle hanno fallito, ovvero la creazione di ambienti e personaggi privi di censure e portatori di puro realismo. Il suo sguardo non si rivolge, come quello dei suoi contemporanei, ai bassifondi della società, alle workhouses e agli slums, ma rimane fermo a quello che era il cancro londinese, vale a dire il convenzionalismo borghese di famiglie la cui morale e preservazione delle apparenze le costringevano a nascondere vizi e corruzioni all’interno della sfera privata.

Anne mantiene la promessa, a differenza di Charlotte ed Emily, di portare alla luce una verità che le procurerà l’aspra critica letteraria e la negazione del suo intelletto. Questo perché la precorritrice del romanzo moderno realistico scava nei bassifondi dello spirito vittoriano riuscendo a toccare gli abissi delle coscienze di ogni singolo uomo. L’intuito di Anne sta nell’aver creato una voce autentica durante uno dei periodi più artefatti della storia inglese e che a distanza di duecento anni risulterà la più veritiera tra le ipocrite urla del perbenismo borghese. Perciò, per riprendere il pensiero di Derek Stanford, è arrivato il momento di togliere la pietra che Charlotte pose sulla tomba della sorella e finalmente ridarle il posto che le spetta di diritto tra i grandi della letteratura mondiale.