«Perché vuole scrivere un libro su di me?» Questa la domanda rivolta a Emmanuel Carrère da parte di Eduard Veniaminoviç Savenko, meglio noto come Limonov. Ecco come Carrère, oggi considerato uno dei massimi scrittori francesi viventi, descrive la sua reazione a quella domanda:

Sono colto di sorpresa ma rispondo, con sincerità: perché ha – o ha avuto, non ricordo più il tempo che ho usato – una vita appassionante. Una vita romanzesca, pericolosa, una vita che ha accettato il rischio di calarsi nella storia.

E così nasce il libro Limonov, una biografia romanzata di quell’Eduard Savenko che così tanto ha vissuto dall’alto dei suoi attuali 76 anni: delinquente nell’Unione Sovietica, poeta in Francia, prima barbone e poi domestico negli Stati Uniti, combattente nei Balcani, fondatore, insieme a Aleksandr Dugin, del Partito Nazional-Bolscevico nella Russia post sovietica, prigioniero in carceri di massima sicurezza.

È stato – è vero – un piccolo delinquentello nelle strade di Charkiv, in Ucraina, dove è cresciuto. Suo padre era membro dell’NKVD, antenato del KGB, ma la strada di Limonov era destinata a non incrociare quella dei suoi genitori. E così, tra una rapina e una rissa, Limonov trovava il tempo di scrivere e recitare poesie. In breve è a Mosca, dove inizia a frequentare un gruppo di letterati underground, costretti alla clandestinità dal duro regime sovietico. Fin qui, si potrebbe dire, una vita poco movimentata, certo già sui generis ma non ancora degna di essere raccontata.

Con la compagna del tempo, Tanja, si trasferisce a New York. È il 1975. Di loro due, Limonov e Tanja, circola in rete una foto che li ritrae in una posa singolare, lui in piedi, lei ai suoi piedi, nuda e gracile. Scrive Carrère:

Quella foto Eduard l’ha sempre conservata (…) se l’è portata dietro dappertutto, e l’ha appesa come un’icona alla parete di ogni suo alloggio di fortuna. Quella foto è il suo talismano. Quella foto dice che, qualsiasi cosa accada, per quanto in basso possa cadere, un giorno lui è stato quell’uomo. E ha avuto quella donna.

A New York, però, dopo i primi tempi di euforia i due si lasciano, Limonov non ottiene la notorietà che si aspettava, al diavolo il sogno americano! Cade in disgrazia, inizia a vagabondare e ad avere alcune esperienze omosessuali in cerca di un po’ di affetto. Diventa il domestico di un ricco imprenditore, poi riesce a pubblicare un libro. Ci siamo, è il momento! Il libro è Ja, Edicka (“Io, Edicka”, in inglese “It’s me, Eddie”, circolato anche con il nome “Il poeta russo preferisce i grandi negri”). Lo scandalo è proficuo, ottiene il risultato sperato. Si parla di lui.

Va a Parigi nel 1980, ormai è piuttosto famoso. Diventa una firma de L’Idiot International, che si può considerare un antenato di Charlie Hebdo, irriverente fino alla volgarità, urtante e politicamente scorretto. Non può che trovarsi a suo agio in quell’ambiente di scapestrati, licenziosi, spregiudicati e dissoluti redattori. Ancora Carrère:

Si cominciava a bere vodka alle dieci del mattino e si finiva all’alba del giorno dopo. […] Nella vita, pensava Eduard, bisogna avere un gruppo, e a Parigi non ce n’era uno più vivace.

Ma in quegli anni succede anche qualcos’altro: Mikhail Gorbachev diventa segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, presidente del Soviet Supremo dell’URSS. E’ più morbido con l’Occidente, avanza aperture, diventa presidente dell’Unione Sovietica nel 1990, traghetta il paese verso un cambiamento drastico, fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica stessa. Limonov è libero di tornare a casa sua.

Mikhail Gorbachev

Emmanuel Carrère riporta nel suo libro l’incontro di Limonov con un regista teatrale francese a Mosca.

A ogni visita [in Unione Sovietica, poi Russia] (…) si ritrova a pensare che qui ci sia la vita vera: seria, adulta, con tutta la sua pesantezza. I volti, dice, sono volti veri, scavati, affilati, mentre in Occidente si vedono soltanto facce da bambini. In Occidente, tutto è permesso e nulla è importante, qui invece è il contrario: nulla è permesso, tutto è importante.

Questo è esattamente lo stesso pensiero di Limonov, che disapprova i cambiamenti in corso nel suo paese natale, vorrebbe che i russi facessero ancora paura agli occidentali, ma constata che piano piano questo timore sta passando e se ne rammarica.

La sua necessità di appartenere a un gruppo diventa impellente anche nella nuova Russia. Sì, è un poeta, un romanziere, un letterato, ma vuole di più, non si accontenta di una vita simile. È così che una sera conosce Aleksandr Dugin, un personaggio singolare, un omone tutto barba e filosofia, un pensatore che ancora oggi – anzi, soprattutto oggi – fa parlare di sé anche in Italia. Ecco come Carrère parla di Dugin:

Dugin dichiara senza remore di essere fascista, ma Eduard non ha mai conosciuto un fascista come lui. Quelli che ha conosciuto erano dandy parigini che avevano leggiucchiato Drieu la Rochelle ed erano fascisti perché la consideravano una cosa elegante e decadente, o individui grossolani come l’organizzatore di quella cena, i cui discorsi sono così pieni di paranoia e barzellette antisemite che bisogna veramente fare uno sforzo per starlo a sentire. Eduard ignora che fra i piccoli stronzi affettati e i grandi stronzi scurrili ci fosse una terza categoria, una varietà di fascisti di cui in gioventù io ho conosciuto alcuni esemplari: i fascisti intellettuali, ragazzi di solito fervidi, esangui, imbranati, molto colti, che con le loro grosse cartelle sottobraccio frequentano piccole librerie esoteriche e sviluppano fumose teorie sui templari, l’Eurasia e i rosacroce, e non di rado finiscono per convertirsi all’Islam. Dugin appartiene a tale categoria, con la differenza che non è un ragazzo gracile e imbranato, ma un orco.

Insieme, Limonov e Dugin fondano il Partito Nazional-Bolscevico, quasi una provocazione ma decisamente un progetto serio che i due portano avanti con perseveranza. Da quel momento in poi Limonov si dedica alla politica. Limonka diventa l’organo ufficiale del partito, un giornale perlopiù di satira politica, irriverente come L’Idiot International, la vera controcultura nella Russia post-sovietica.

I riferimenti culturali sono molteplici, da Yukio Mishima a Che Guevara, senza dimenticare Ernst Jünger, Julius Evola, Lao-tzu, Lenin, Mussolini e Hitler, Rosa Luxemburg, Guy Debord, Jim Morrison e finanche Charles Manson. Il partito, però, viene messo fuori legge nel 2005, non prima che Dugin fuoriuscisse dalla sua stessa creazione per divergenze caratteriali e in parte anche ideologiche.

Nel frattempo Limonov partecipa a diversi conflitti nei Balcani, specialmente alla guerra bosniaca, schierandosi al fianco dei serbi. Celebre, anzi famigerata, la clip in cui spara con un mitragliatore contro la città di Sarajevo, il tutto registrato dalle telecamere durante le riprese di un documentario. Era il 1992. Stava sparando in aria e non contro obiettivi civili, ha sostenuto poi Limonov. Carrère scrive:

[Quella clip] mi ha raggelato al punto che ho abbandonato questo libro per più di un anno. Non tanto perché vi si veda il mio personaggio compiere un delitto – in effetti, non si vede nulla del genere –, ma perché Eduard vi fa una figura ridicola. Un ragazzino che si atteggia a duro in una sagra di paese.

Fatto sta che fra il 2001 e il 2003 Limonov è imprigionato dal governo russo, detenuto in carceri di massima sicurezza. Terrorismo, sovversione, tentativi di destabilizzazione, e chi più ne ha più ne metta. In carcere impara a stare al suo posto, matura caratterialmente, intellettualmente e spiritualmente, come lui stesso ha poi dichiarato. Quel luogo, la prigione,

E’ diventato per lui accogliente come il convento per un monaco. I tre appelli quotidiani erano le sue funzioni, la meditazione la sua preghiera, e il cielo, una volta, si è aperto per lui […] una liberazione autentica, eterna.

Limonov. Eroe? Qualche volta, dipende dalla situazione. Criminale? A tratti. Ma mai cattivo, mai malvagio, mai disonesto. Dietro l’aria da duro, che tutto è tranne che una posa, nasconde un’indole gentile, la volontà di stare sempre dalla parte dei deboli, degli sconfitti, degli ultimi. Prosegue Carrère

Ho pensato che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Il romanzo Limonov è edito in Italia da Adelphi e continua a vendere bene, a riprova del fatto che sì, la storia personale di un uomo singolare, eroe o carogna che sia, dice qualcosa della nostra epoca con tutte le sue contraddizioni.

Limonov di Emmanuel Carrère è una vera e propria avventura contemporanea, ma calcata sul modello dei romanzi classici, quelli del passato, dove l’eroe vive un’avventura dopo l’altra e impara sempre qualcosa dall’esperienza precedente. Forse sarebbe esagerato parlare di romanzo di formazione: di formazione c’è poco, Limonov commette spesso azioni indegne e riprovevoli. Eppure sembra rimanere in equilibrio sopra l’abisso senza mai entrarci, ma sempre lì lì per cadervi. Questo precario equilibrio è ciò che attira il lettore, che lo tiene incollato alle pagine, che lo invoglia a proseguire la lettura e, una volta conclusa, a cercare su Google la continuazione, gli anni che vanno dal 2009 ad oggi, per sapere come prosegue il romanzo che romanzo più non è, ma cronaca, gossip, insomma vita vissuta.

Punk, fascista, comunista, nazional-bolscevico, sempre all’opposizione e mai al potere. Limonov è tutto e il contrario di tutto, una figura ermetica e affascinante, capo carismatico e uomo d’azione, eterosessuale e occasionalmente anche omosessuale, entusiasta della vita in tutte le sue sfaccettature. Questo libro parla di lui e anche di noi, del nostro tempo. Carrère offre a Limonov e a noi lettori un romanzo meravigliosamente denso e coinvolgente, un vero e proprio ritratto alla stregua dei quadri di nobili o aristocratici dei tempi andati, dove però la profondità psicologica è portata all’estremo e dove anche gli scandali e le vergogne del diretto interessato vengono a galla in tutto il loro disagio, senza dissimulare alcunché. Un classico contemporaneo.

E oggi? Eduard Limonov è leader del partito politico L’Altra Russia, diretto erede del Partito Nazional-Bolscevico. L’Altra Russia è stato fondato nel 2010 ma mai riconosciuto ufficialmente dalle autorità. Limonov rimane un prolifico scrittore. È bene segnalare la recente pubblicazione in Italia di Zona industriale (Sandro Teti Editore, 2018), in cui attraversa gli avvenimenti più importanti della sua vita a partire dalla scarcerazione del 2003 fino ad oggi – una sorta di continuazione del romanzo di Carrère.

Vale la pena concludere questo breve scritto con le stesse parole di Carrère, l’ultima pagina del libro. Quale finale per una figura come Limonov? Quale conclusione per quella vita? Bisogna solo immaginarla, s’intende, Limonov ancora è fra di noi, ma ecco che Carrère rivolge quella domanda al diretto interessato: “Come immagini la tua fine?”

Conosce l’Asia centrale? (…) Di tutti i luogo del mondo, continua Eduard, l’Asia centrale è quello in cui si trova meglio. In città come Samarcanda o Barnaul. Città schiantate dal sole, polverose, lente, violente. Laggiù, all’ombra delle moschee, sotto le alte mura merlate, ci sono dei mendicanti. Un sacco di mendicanti. Sono vecchi emaciati, con i volti cotti dal sole, senza denti, spesso senza occhi. Portano una tunica e un turbante anneriti dalla sporcizia, ai loro piedi è steso un pezzo di velluto su cui aspettano che qualcuno getti qualche monetina, e quando qualche monetina cade non ringraziano. Non si sa quale sia stata la loro vita, ma si sa che finiranno nella fossa comune. Sono senza età, senza beni, ammesso che ne abbiano mai avuti – è già tanto se hanno ancora un nome. Hanno mollato tutti gli ormeggi. Sono dei relitti. Sono dei re. Questo sì che gli piace.