Marco Pirillo non è un poeta di professione, ben lontano dalle corone d’alloro sintetico di coloro che sono intenti a camminare sulle acque col vezzo del verso. L’autore di Liberi Pensieri, edito da Controluna, è un lavoratore nei meccanismi asfissianti della grande distribuzione, originario di una città struggente, quella Crotone sfregiata dalle iniezioni di rifiuti. Ha trentadue primavere ed è esponente anonimo dei figli di una generazione condannata al fallimento prima ancora di tentare di essere migliore. I suoi graffi in punta di penna vogliono rappresentare, senza pretese ma con conati di liberazione, il megafono di uomini e donne costretti a vedere scorrere la sequenza temporale dell’esistenza sentendosi prigionieri in una gabbia dalla quale il successo sembra l’unica fessura di libertà.

In Brandelli di destino, il poeta-non-poeta ricostruisce attraverso un mosaico melanconico le fasi di un giovane costernato dall’ansia di spiccare il volo con ali che gli sono state attaccate alla schiena da un padre capace di emulare Dedalo, e come Dedalo incapace di evitare che il figlio Icaro si avvicinasse troppo al sole, precipitando in mare con le ali liquefatte.

Vedo giovani come me

derubati del futuro,

lasciati alla deriva

a inseguire sogni,

a catturare brandelli

di destino

senza riuscire a sfiorarlo.

Vedo giovani come me

illusi dalla società,

dai padri e dai notabili

che gli avevan

promesso il cielo,

per poi chiuderli

in una pozzanghera […]

Vedo giovani come me

rinchiusi nelle prigioni

della mente,

governati da paure e rimpianti

ormai incapaci di vedere fuori

le sbarre della loro cella.

L’autore vive direttamente le inquietudini che denuncia, osservando come la propria generazione esprima due esemplari che viaggiano ad altrettante velocità: il disadattato e l’inserito. In particolare, il secondo individuo si rende protagonista di tattiche furbesche per scalare ossequiosamente la scala gerarchica, con l’aspirazione di diventare il visir del potente di turno, schiacciando, durante la salita, membri di altre classi che poco tempo prima erano suoi compagni d’intenti ed emozioni. La piramide gerarchica tiene saldamente gli schiavi nel sotterraneo, riservando loro condizioni sociali differenti rispetto agli antenati che hanno eretto le piramidi, ma comunque giuridicamente alienanti e psicologicamente logoranti. Il Disadattato, sovente, è liquidato dagli ingranaggi del meccanismo come l’ennesimo pazzo di cui non c’è bisogno:

Mi credono pazzo,

idiota o magari solo un illuso,

perché non sono come loro,

perché non spasimo come loro

per le stesse ragioni,

per possedere, accumulare,

cose, denaro e considerazione

in ordine sparso,

perché non m’ingegno,

truffando, circuendo o compiacendo,

alla ricerca del profitto, del piacere,

di quella droga chiamata reverenza,

ma finché a schernirmi sarete voi,

sfruttati che sognano di essere sfruttatori,

che adornano la cella della loro prigionia,

devoti alle regole di questa inumana società,

disposti a vedere il fratello

affogare nel proprio sangue,

sperando un giorno d’elevarsi,

non più preda ma predatore…

La deriva dell’inserito, o dell’aspirante inserito, secondo il poeta-operaio che ammaina i versi, è tangibile nella quotidianità meccanica e didascalica che accoglie beffardamente un’intera generazione in uno schema di rapporti vacui che dalle stanze vuote dei social scattano verso il consumo attonito di notti vaporose: alcool di seconda mano, sessioni brutali di sesso, l’inseguimento di un lusso low cost. I pomposi richiami della nuova Gioventù vengono denudati fino all’osso nel componimento più sintomatico dell’agile raccolta:

Gioventù dissoluta e degenerata,

infiacchita dai fasti e dai lussi pomposi

che un tempo i tuoi avi generarono,

come una barca senza remi conduci una rotta persa,

in balia del vizio, di decadenti costumi,

di bramosia di beni, di sesso e d’emozioni,

in perenne equilibrio tra un drink in una mano

e uno smartphone nell’altra,

quanta superficialità, che intelletti parchi,

dediti solo alle frivolezze,

privilegiando la forma alla sostanza,

l’eros al candore purificatore dell’amore,

e mai sfiorati dal mondo, mai interessati alla vita,

ma piuttosto si vivono addosso, trascinandosi,

giorno dopo giorno, in un dolce oblio,

addolcito da sbronze, strisce e coiti selvaggi,

alla continua ricerca di una ragione d’essere,

cresciuti e beneducati al meglio,

resi bigotti, opportunisti e avidi,

in ossequio alla società borghese e a suoi ipocriti codici […]

ti scrutano, ti osservano

come un esotico animale,

e sorridono della tua totale alienazione

alla loro fede fatta di brands, brunch e top class,

ma finché leggerò nel loro volto

questa spocchia da cani di paglia,

sorriderò al mondo,

perché saprò di essere sulla strada maestra.

Un lupo dell’Aspromonte che si frappone inesorabilmente ai “cani di paglia” dagli occhi di “esotico animale”. Nella copertina di Liberi Pensieri, l’autore lascia defluire dalla provata mente i fumi corrosivi dei demoni che lo attanagliano a una sedia, con l’obbligo di incidere graffi sul foglio accompagnandoli a un Lamezia o a un Melissa. La trasfigurazione solerte di un disagio inestinguibile, parafrasando un letterato principesco del romano impero, Orazio: «Nunc vino pellite curas – Affogate nel vino gli affanni».