La dinamica è ormai tristemente standardizzata, il palcoscenico è sempre lo stesso – sarebbe a dire i social network – lo scopo è avvilente e banale. Scorrendo la barra principale di Facebook e non solo, capita giornalmente d’imbattersi in questo genere di post con le seguenti caratteristiche: foto pseudo-artistica con reconditi significati filosofici che immortala paesaggi o contesti ispiratori; un’alba su una spiaggia; un bosco; un lungomare caratteristico; una finestra in stile retrò che dà su un quartiere storico. All’interno di questa immagine normalmente domina un soggetto umano, che, se di sesso femminile, spesso ha pochi vestiti addosso e sembra proprio voler mostrare tutto tranne la propria disobbedienza. Ma vi sono anche soggetti maschili, nella maggior parte dei casi impegnati in pose plastiche, al fine di sottolineare il duro lavoro in palestra, accentuate dall’utilizzo di abbondanti dosi di oli e creme, manco fossimo a Mister Olimpia negli Usa. A conclusione di questi buffi affreschi vi è la pietra dello scandalo, talmente avulsa dal contesto da far sobbalzare dalla sedia ogni uomo di buonsenso: l’aforisma di genere letterario con profondi riferimenti esistenziali.

Charles Bukowski

Ora, considerando che verosimilmente le principali letture di questi naviganti del web si riducono alle riviste di gossip e ai quotidiani sportivi, salvo darsi una botta di cultura una volta all’anno (che di più nuoce alla salute) decidendo d’entrare in una libreria per acquistare l’opera prima dello youtuber di turno, famoso per le ricette di cucina o perché campione rionale di giochi da tavolo, tali post potrebbero essere semplicemente catalogati tra le sciocchezze partorite da menti parche, che vogliono darsi un tono da anticonformisti, da ribelli, e che vorrebbero far credere di essere in una fase di ricerca del proprio Io. Ma il peccato capitale è racchiuso nell’infausta scelta dell’autore citato, un personaggio sicuramente fuori dagli schemi e certamente alienato dalla malefica società del finto benessere, che proprio per questo motivo avrebbe calorosamente schernito questi superficiali stupidelli, apostrofandoli con termini degni dei torbidi locali da lui giornalmente frequentati, definendoli in conclusione come zucche vuote degne di un bancone del mercato. Ovviamente, l’autore in questione è Charles Bukowski.

Charles Bukowski ha rappresentato nella letteratura del ‘900 una ventata di innovazione totale, dalle tematiche trattate alla tipologia di scrittura, tale da trascendere il solo campo letterario per arrivare a essere un punto di riferimento culturale, una vera icona. Con la sua scrittura, definita “realismo sporco”, così vera, nuda, senza filtri e soprattutto senza limiti dettati dalla morale, egli ha descritto meravigliosamente un’esistenza – la sua – ma soprattutto un contesto sociale, quello consumista di stampo americano, estremamente decadente, e mantenendo sempre un giudizio fortemente critico, polemico e fin troppo schietto in merito a tutto ciò che lo circondava.

Dalle opere di Bukowski traspare tutto il disincanto del sogno americano, che non è altro che un incantevole specchietto per le allodole, utile a spingere la povera gente a conformarsi alle regole del gioco, promettendo loro una dose di felicità che invece alla fine, osservando attentamente, sembra una prerogativa solo di una ristretta cerchia di privilegiati. I suoi romanzi trasudano una forte irrequietezza, figlia di uno straniamento totale dalla comunità, che lo ha spinto, dopo una fase giovanile di frustrazione, a reagire in maniera veemente al raggiungimento dell’età adulta, decidendo di vivere secondo i propri canoni, rischiando tutto e accettando una vita difficile, sacrificata, ma comunque autentica e animata dal suo più grande desiderio, diventare un autore. Tutta questa rabbia e questo dolore hanno trovato il loro sfogo in sbronze colossali, epiche, a cui spesso seguivano sessioni notturne di scrittura nel chiuso di una stanza in fitto nei sobborghi lugubri di Los Angeles.

La fortuna di Bukowski è stata quella di dire, con le sue opere, con un linguaggio semplice e accessibile a tutti, ciò che la maggioranza della massa pensa, perché ne vive la stessa avvilente condizione, ma non ha il coraggio di dire per paura di essere ghettizzata. Per questo motivo il buon Hank, nome del suo alter ego letterario, Hank Chinaski, è stato ampiamente rivalutato dalle nuove generazioni, ma se ciò ha rappresentato da una parte una fortuna in termini di notorietà e introiti, da una parte ha generato un triste fenomeno emulativo, che ne svilisce il messaggio.

A questi pensatori in assenza di una mente, bisognerebbe spiegare che è inutile citare riflessioni di tal genere:

Come cazzo si può pensare che sia divertente svegliarsi alle sei e mezzo con la suoneria, saltar giù dal letto, vestirsi, ingoiare qualcosa di malavoglia, cacare, pisciare, spazzolarsi denti e capelli e buttarsi nel traffico per arrivare in un posto dove essenzialmente si facevano un sacco di soldi per qualcun altro ed essere anche grati a chi ti dava la possibilità di farlo?

Se poi nella vita reale costoro accettano di lavorare in condizioni degne di Oliver Twist, senza la benché minima intenzione di reagire?

Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Non esiste sensazione altrettanto bella… Fallo, fallo, fallo. Fino in fondo, fino in fondo. Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta. È l’unica battaglia giusta che esista.

Non ha senso riempire la propria bacheca con frasi come questa, se poi anche il cambio di gestore telefonico genera paranoie.

“Panino al prosciutto”, di Charles Bukowski (1982)

Appare quindi chiaro che questi lillipuziani dell’intelletto non hanno mai letto un’opera di Bukowski, anzi, probabilmente non hanno mai letto un libro della cosiddetta controcultura, ma seguono semplicemente un certo filone social secondo cui è molto trendy dichiararsi anticonformisti, ma solo nell’etere, giusto il tempo di beccare qualche like, qualche commento d’approvazione, tutte cose molto utili per alzare il proprio ego già sufficientemente vicino alla vetta.

Traspare ovviamente in tutto ciò un’incoerenza disarmante. E’ inutile pubblicare lo stravolgimento dei costumi, se poi la vita reale è totalmente omologata e incasellata negli schemi che la società ha preimpostato; ma l’antidoto a questo morbo esiste ed è alla portata di tutti: la soluzione a quest’imbecillità è la lettura. Letture, ovviamente, controcorrente, di chi la vita l’ha sempre concepita al contrario di quella che gli altri gli avevano raccontato. Kerouac, Ginsberg, Cioran, Chomsky, Céline, Sartre, ma soprattutto lo stesso Bukowski, non fosse altro come risarcimento per le incaute citazioni. La lettura dei suoi romanzi aprirebbe un mondo a costoro che credono che la vetta esistenziale sia diventare un influencer o gestire il privé della discoteca cittadina. Stimolerebbe una certa vivacità e una visione delle cose più aperta e comprensiva.

Se leggessero Panino al prosciutto capirebbero cosa significa la ghettizzazione, il senso di estraneità da un gruppo e la frustrazione del sentirsi inadeguato e non accettato, soltanto per l’appartenenza a un tessuto sociale basso o a un’etnia diversa; comprenderebbero i disagi interiori che un adolescente può provare quando i cambiamenti esteriori non sono quelli sperati, e la sofferenza generata dai conflitti con una famiglia autoritaria, arretrata e incapace di dialogare. Approfondendo successivamente, con Factotum e con Post Office, capirebbero quanto è arduo riuscire a realizzare i propri sogni, quanta fatica, quanto cammino è necessario percorrere, tra lavori temporanei che non danno alcun stimolo, difficoltà economiche, persone che non ti comprendono e che anzi ti guardano con compatimento, ma che sei costretto a frequentare in quanto colleghi o vicini di casa.

E ancora, quanto coraggio sia necessario per lasciare la comoda ma insoddisfacente nicchia in cui ci si trova per ricercare il sogno, anche quando l’età consiglierebbe prudenza. Infine, anche solo sfogliando Donne, coglierebbero finalmente come sia difficile trovare la persona giusta, quanto sia deleterio decidere di stare con chiunque perché la solitudine ci spaventa, quanto impegno bisogna metterci per far funzionare un rapporto, tenere accesa la passione, prima che la noia o l’irrazionalità lo spazzi via.

Alla fine di questo percorso letterario, il mondo saluterebbe con gioia uomini e donne nuove, con menti libere, con una consapevolezza e un coraggio diversi, nuovi Mosconi da bar parcheggiati al bancone a filosofeggiare con un bicchiere in mano, ma sempre pronti a vivere forte e sognare intensamente, quando il cuore lo richiede per continuare a battere.