Soumaila Diawara: giovane poeta, migrante cittadino del mondo, discepolo di Thomas Sankara. Slega coi suoi versi ficcanti, in grado di insinuarsi dalle palpebre ai nervi, i lacci dorati del capitalismo 3.0 che stritolano le urla degli ultimi. Il coraggioso attivista per i diritti civili venuto stabilmente dal Mali in terra italica, dopo aver sostato professionalmente in America Latina e in Canada, conosce profondamente il contrasto tra Primo e Terzo Mondo: lo decostruisce, analizzando con impeccabile furia, i codici espressivi che dall’America, all’Europa, fino all’Occidente, offrono una meta-narrazione funzionale dell’attualità storica, stordendo le masse.

Diawara ha percorso la tratta disumana del Mediterraneo dopo essersi fatto inghiottire dal deserto: era semplicemente avvolto da trecento speranze. Le sue analisi poetiche possono essere utili per ammutolire il misticismo sul flusso migratorio subsahariano verso il Vecchio Continente, restituendo spingarde di oggettività. Nella prima raccolta lirica, Sogni di un uomo, il poeta mette in guardia l’individuo dell’antropocene nei confronti del Lavaggio del cervello in atto da parte di pochissimi potenti nei confronti di moltissimi (gaudenti) subordinati:  

Siamo. 

Questo è evidente. 

Evitiamo accuratamente la parola male, 

poiché marca il fallimento. 

Il lavaggio del cervello ha funzionato. 

Ci hanno insegnato a tenerci il peggio

per apparire migliori.

Come se l’ammirazione di altri

potesse compensare la voragine del niente

che abbiamo in noi.

Ma l’uomo sfugge alle proprie responsabilità, allo smacco mortifero della sconfitta. Diawara tratteggia l’incapacità di riconoscersi sconfitti, mettendo a strenuo e corretto confronto le società della Madre Africa con quelle delle terre di libertà tanto agognate dai suoi conterranei. L’uomo status, l’uomo maschera, l’uomo che si accontenta di esprimersi col deretano, ma ornato da nauseabonde griffe, per l’autore è l’elemento da cui partire per rovesciare il dogma o ideologia del consumismo e dell’omologazione a ogni costo.

Un compagno di lotta del viaggiatore maliano, Militant A, rapper e scrittore, colonna portante del gruppo romano Assalti Frontali, che funge da megafono per le ingiustizie delle periferie della Città Eterna, i tumulti metafisici dell’essere umano, vissuti in prima persona da chi scrive col sangue, transcodificano in arte mite:

Soumaila vive una condizione di sofferenza, ma la sofferenza è creativa, si trasforma in arte e il dolore si fa più lieve. Ecco i sorrisi, la mamma, il papà, la sorella, i malati in ospedale, la morte arbitraria.

Nel secondo volumetto di versi, La nostra civiltà, viene messa con le spalle al muro la mania delle masse più abbienti di demonizzare le proprie esperienze e le proprie ricchezze, nell’ottica di Schopenhauer, ricercando una felicità mai possibile, data la condanna dell’uomo a desiderare sempre di più. “E un brutto periodo”, hanno il coraggio di sbandierare ai quattro venti business man in giacca e cravatta con riscaldamenti centralizzati e idromassaggio a casa, dimostrando un’irrispettosa repulsione nei confronti della vita, che è sacrificio. Soumaila ribalta l’esclamazione dei refrattari alla vita: Non è il periodo ad essere brutto:

Siamo noi. Proprio noi.

Armani, Gucci e Versace

vestono i nostri corpi, 

nascondono le nostre carni

ma mettono a nudo

la nostra crudele solitudine.

No, non è un’epoca dannata.

Siamo noi.

Nascosti e celati

sotto convinzioni e culti.

Al riparo

della parte migliore di noi stessi.

Il giornalista Stefano Galieni, esperto di migrazioni e divulgatore del messaggio lirico, riflette sulla tempra del poeta-lottatore, trovando appigli tematici nella tradizione letteraria dello Stivale di rivolta: 

Nel parlare di lotte fatte o da fare, di vittime e di carnefici, di oppressione e di rivolta, sembra di sentire i versi semplici e profondi di “Nostra patria del mondo intero” di Pietro Gori, (1895) proiettata in un ventesimo secolo dove al mercato che si è fatto religione, all’informazione e alla vita ridotte sempre più a merci, continua ad opporsi una volontà testarda e collettiva di non assuefazione al dominio.

Ritorna con educata regolarità e sprazzi d’amarezza il colonialismo di sempre, che vede i profitti del gas e del petrolio del Mali andare al 50% nelle casse delle banche francesi. Un sovranismo impossibile per la dimora di Diawara, sventrata da una corruzione pilotata da interessi internazionali, dei quali non sono esenti le “eroiche” cooperazioni umanitarie. Sempre tra i sentimenti sparsi in versi, cosparsi di necessità di fratellanza senza frontiere, alimentata soltanto dalla convergenza d’intelletto e non dagli interessi, emerge un dialogo tra Europa ed Africa, nel quale il bramato Continente confessa all’omologo sfruttato tatticamente La mia casa è così piccola:

Che oltre a me,

potrà contenere solo il tuo oro,

il tuo diamante, le tue banane

ed il tuo caffè.

Oltre che al tuo gas

per i miei riscaldamenti.

Ed il tuo petrolio per la mia macchina,

ma non c’è più nemmeno

un buco per te…

(Disse l’Europa all’Africa) 

Roberta Parravano, docente ed attivista per i diritti civili, spiega le intenzioni di un poeta per lei fratello d’intelletto, elogiandole i valori che dall’alba dei templi non possono che essere apolidi:

Scrive dell’Africa per far in modo che non sia dimenticata da quell’Occidente che la risucchia. Scrive contro un sistema che tutto ingloba e non esalta un patrimonio umano di inestimabile valore, anzi lo sfrutta a proprio guadagno.

Ma chi è davvero Soumaila Diawara e quale la reale consistenza dell’uomo del futuro nelle sue pagine? Non potevo che chiederlo direttamente a lui, all’ombra di quattro chiacchiere a nudo, prive di convenzioni.

Quali sono i vizi e le virtù dell’uomo raccontato nei tuoi libri?

I vizi e le virtù dell’uomo nei miei racconti sono spesso crudeli. Da una parte c’è l’uomo alla ricerca del denaro e del potere con una crudeltà unica, che non ha fine. Spesso mi chiedo, perché tutto questo? Quando un giorno andremo a lasciare ciò che abbiamo accumulato su questa terra. Tale meccanismo va a discapito delle vite schiacciate dalle guerre e dalle malvagità degli interessi. Dall’altra parte, c’è la speranza di un uomo che ha sete di giustizia e d’equità per l’umanità. Una piccola possibilità per garantire una vita degna a ciascuno di noi nel passaggio su questa terra.

Ci racconti il percorso cocente che ti ha portato dal Mali in Italia?

Sono africano, nato nel febbraio 1988 a Bamako, Mali, dove ho conseguito la laurea in Scienze Giuridiche con una specializzazione in Diritto Privato Internazionale. All’età di tre anni, per motivi familiari, sono andato a vivere con mia nonna, attivista del primo Movimento Femminista del Mali. Nel periodo universitario, ero impegnato in politica, prendendo parte a movimenti studenteschi al fianco della società civile. Terminati gli studi, mi sono inserito definitivamente in politica, entrando nel partito di opposizione Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance (SADI) e ho ricoperto l’incarico di guida del movimento giovanile. In questo periodo ho viaggiato in vari paesi: Africa, America Latina, Europa e Canada con l’intento e la speranza di contribuire alla lotta per la liberazione del mio paese dall’imperialismo Occidentale. Sono diventato responsabile della comunicazione del mio partito, in collaborazione con la Sinistra Maliana e con l’Organizzazione della Sinistra Africana (ALNEF). Accusato ingiustamente, insieme ad altri, di un’aggressione ai danni del Presidente dell’Assemblea Legislativa, nel 2012 sono stato costretto ad abbandonare il Mali. Molti dei miei compagni di lotta politica sono stati condannati a morte, a seguito delle accuse, i pochi sopravvissuti sono stati costretti a fuggire dal Paese. Sono diventato un rifugiato per forza e per necessità, uno dei tanti profughi che nelle traversate dentro i barconi della di-speranza cercano futuro e sogni da realizzare in terra libera, seguendo le rotte dell’attuale fenomeno migratorio, partendo dalla Libia e spesso incontrando la morte in mare.  Grazie al salvataggio di una nave della Marina Militare, giunto in Italia nel 2014 e ho ottenuto la protezione internazionale come rifugiato politico.

Quanto è stata importante per le tue idee la figura di Thomas Sankara?

Sankara mi ha insegnato che la lotta è un esempio da seguire:

«Abbiamo deciso di intraprendere tre lotte. In primo luogo, la lotta contro gli incendi nella savana. Verrà d’ora in poi dichiarato criminale l’atto di provocare incendi e sarà punito come tale […] Solo se si procederà in questo modo allora il Burkina Faso sarà verde oggi, e ancora più verde domani per le future generazioni». 

Così parlava, guardando lontano. Come ogni vero leader, guardava al benessere di chi, dopo di lui, avrebbe abitato la sua terra: un Burkina Faso dove non contrastare la desertificazione del terreno avrebbe significato cancellare il futuro di intere generazioni.

«La seconda lotta che noi ci impegniamo a proseguire – continua nel Discorso ai forestali del 22 aprile 1985 – sarà contro il vagare delle mandrie […] Colui che lascia il suo bestiame a pascolare in maniera libera, a mangiare tutto ciò che cresce a terra, commette un atto criminale di distruzione della natura e di condanna delle generazioni future». Responsabilità e bene comune: due punti fermi su cui costruire il domani di un intero Paese.

«E poi, da ultimo, la terza lotta sarà contro il taglio incontrollato delle foreste per farne legna da ardere […] Il taglio della legna dovrà essere regolamentato […] I grandi centri urbani dovranno procurarsi legna da ardere da venditori autorizzati, riforniti da rappresentanti autorizzati, e, a loro volta, riforniti da grossisti riconosciuti […] Saranno indicate le quote di legna annuali assegnate e le aree autorizzate per il taglio». Indicazioni concrete, regole certe e visione d’insieme. Parole la cui attualità resta intatta oggi, di fronte alla minaccia globale data dai cambiamenti climatici». 

L’alba del rivoluzionario, quell’uomo, capace di non distogliere mai lo sguardo da un orizzonte in cui vede la sua patria crescere in autonomia e benessere, dopo l’indipendenza da poco raggiunta. Thomas Sankara, nato il 21 dicembre 1949 e morto il 15 ottobre 1987, ha solo 11 anni quando la sua nazione si proclama indipendente: quel medesimo giorno, mentre si trova a scuola, brucia la bandiera francese e issa quella della sua nazione. Un atto profetico per lui che in seguito sarà l’artefice del cambiamento sia dei colori della bandiera, che del nome della sua terra. Fin da giovanissimo, Thomas capisce che rientra tra i fortunati che hanno avuto il privilegio di studiare, mentre oltre l’80% dei giovani del suo Paese rimane analfabeta. Grazie alla carriera militare, completa la sua formazione, frequentando l’accademia prima in Madagascar e poi a Parigi. Mentre ha il naso sui libri, tiene gli occhi ben aperti su quello che accade fuori. Nell’isola le contestazioni e i moti studenteschi, appoggiati dai contadini contro il regime filofrancese, lo portano ad una visione di stampo socialista. Quando arriva a Parigi, vedendo lo sconvolgimento apportato dai movimenti studenteschi occidentali, capisce che bisogna liberare le menti degli africani dalla sudditanza culturale e psicologica occidentale: perché l’Occidente, di fatto, continua tranquillamente ad imporre le proprie direttive economiche. Ecco, il suo percorso e la sua filosofia sono state le linee guida di tutta la mia esistenza. Di questo ne sono orgoglioso. 

Soumaila Diawara: poeta del vero mondo, rifugiato dall’apparente mondo. La sua poesia è respiro d’ebano, anarchico, senza schemi metrici o rime da rispettare tradizionalmente, adagiato sulle nuche degli scettici con impavide immagini di quotidianità arsa. Ripercorre, attraverso una sensibilità politica indomabile, la scuola parabolica di suoi ferrei predecessori come Léopold Senghor, Modibo Keïta e Chinua Achebe, nel rispetto della leggenda del griot, il cantastorie del fegato dell’Africa. Una continuità storica per il movimento culturale della negritudine, offrendo una fonte di confronto obiettiva al popolo italiano sulla più urgente tematica del nuovo millennio: la liberazione del Continente con maggior ricchezza nell’ellisse.