In questi giorni di ripresa delle attività lavorative, dopo la pausa delle festività, purtroppo la frenesia dei tempi ci costringe a limitare il tempo da dedicare alla lettura. Nella speranza e con l’augurio di potersi prendere qualche ora per sfogliare un libro, ci sentiamo di consigliarvi l’ultima fatica letteraria di Angelo Mellone, che ha il sapore non solo del romanzo, ma anche della magica previsione – come si legge nella scheda editoriale – di “fatti veri che non sono ancora accaduti”.

L’ambientazione di Fino alla fine (Mondadori, 2019), temporalmente riferita a un futuro prossimo, quanto ai luoghi è prevalentemente quella di Taranto, in particolare del Siderurgico. Comprensibile dunque lo stupore di chi, accostandosi al romanzo e nel contempo seguendo sui giornali le vicende dell’ex Ilva, vi trovi una sorprendente descrizione di quello che sta effettivamente accadendo.

“Fino alla fine”, Angelo Mellone, Mondadori (2019)

I quattro protagonisti principali del racconto sono Claudio, Dindo, Chiodo e Valeria detta Gorgo, che già il lettore aveva conosciuto e apprezzato nel precedente lavoro del giornalista e scrittore pugliese (Nessuna croce manca, Baldini e Castoldi 2015) e che ora ritroviamo a distanza di vent’anni da quando li avevamo lasciati. Sullo sfondo, allora come ora, c’è come detto il Siderurgico di Taranto, che fa da filo rosso a unire le loro storie. Il politico di professione, l’intellettuale, il vecchio ultras e operaio diventato tatuatore, la giornalista (questi i ruoli interpretati sul palcoscenico della vita da ciascuno) sono però soprattutto amici. O meglio, lo sono stati. Perché nel tempo i loro rapporti si sono lacerati. Si legge nella quarta di copertina:

Tanto uniti in gioventù dalle comuni passioni, umane e politiche, quanto lontani e divisi oggi, sia per le strade diverse che hanno preso le loro vite sia perché la loro amicizia si è frantumata contro il Siderurgico di Taranto, lo stabilimento più grande d’Europa.

Ed è appunto attorno al Siderurgico, come accennato, che si gioca la fantasiosa, articolata e distopica trama di Fino alla fine. Per alcuni la fabbrica – produttrice di lavoro e monumento all’orgoglio operaio, oltre che centro strategico ed economicamente rilevantissimo di produzione dell’acciaio – va salvata, per altri è un “mostro” che avvelena e uccide, da chiudere ad ogni costo. La frattura, lacerante e sotto molti aspetti violenta, si consuma nella società – letteraria e reale – e riguarda tra l’altro questioni come l’ambiente, la morte produttiva del Mezzogiorno, la crisi dell’operaismo, la dissoluzione della politica industriale italiana.
Temi tanto seri quanto difficili. Come il rimanere in piedi, per i quattro protagonisti creati dalla fantasia dell’autore, durante lo scontro fratricida che li dividerà per sempre. Claudio, Dindo, Chiodo e Valeria si troveranno infatti a dover affrontare, all’ombra delle ciminiere, le loro personali esperienze e convinzioni e le insanabili frizioni che si creano nei rapporti con gli altri componenti del gruppo.

Angelo Mellone

In proposito lo stesso Mellone, nel suo intervento su Barbadillo.it, dice che il suo è innanzitutto un romanzo sul tradimento. Delle idee, dell’amicizia, della giovinezza:

In una trama che si snoda fra ministeri, acciaierie, pub notturni e città in fiamme, amori sgangherati, patti scellerati, periferie anonime, le parti più dense di umanità, credo siano i ritorni al passato, i flashback narrativi con cui ripercorro episodi di gioventù dei quattro giovani camerati per stabilire la differenza che c’è fra il tempo della speranza e quello della disillusione, in quel piano inclinato che consente comunque a tutti loro, pur nell’abbrutimento e nella “normalizzazione”, di mantenere dei vincoli morali che li rendono in un certo modo ancora differenti antropologicamente. Eterni sconfitti e per questo eterni vincitori.

Altrettanto sconfitta e vincitrice, tra le pagine del romanzo e nella realtà, è l’Italia. Fotografata mirabilmente da Mellone che, con uno stile profondo e al contempo assai scorrevole, ne evidenzia lo stato, quantomai attuale, di Paese liquido, disilluso e spento, in cui tutti siamo quasi quotidianamente costretti a confrontarci con un grigiore acre come il fumo che esce dalle ciminiere del Siderurgico.

Fino alla fine, come indicato nel sottotitolo, è il “romanzo di una catastrofe”. Quella dell’Italia di oggi. Quella, soprattutto, degli operai dell’acciaio che non hanno ancora avuto una risposta sul loro futuro. Uomini che, in attesa di conoscere la loro sorte, guardano con apprensione a quel che sta accadendo, tra tribunali – è di appena qualche giorno fa la decisione dei giudici del tribunale del Riesame di Taranto sul mantenimento in funzione dell’altoforno 2 – proteste e trattative negoziali con Arcelor Mittal, i cui rappresentanti, insieme ai sindacati, sono stati convocati a Roma il 17 gennaio. Uomini ai quali, nel romanzo, l’autore con drammatica verosimiglianza fa dire:

Non vogliamo restare disoccupati e maledetti. A noi non ci pensa più nessuno. Siamo morti che prendono uno stipendio.