E se tutta la vita degli uomini fosse sospesa, come un pendolo, tra i due estremi opposti della leggerezza e della pesantezza? Se questa fosse la dicotomia finale, la contrapposizione decisiva, il dualismo essenziale su cui si giocano le vite di tutti? Se tutte le altre dicotomie che conosciamo, infatti, si modellano su coppie oppositive riconducibili al bene e al male, questa dicotomia è la decisiva forse perché è quella più scivolosa, perché non si capisce da quale parte convenga pendere, entrambi gli estremi evocano i loro fantasmi ma esercitano anche il loro fascino, pauroso ma seducente. È questa la geniale premessa che ispirò Milan Kundera quando scrisse il suo capolavoro, L’insostenibile leggerezza dell’Essere.

Il libro, edito nel ’82 in Francia dallo scrittore ceco, esule allontanato dalla patria perché inviso al regime comunista, fu un caso editoriale dirompente, che seppe rompere tutti gli schemi letterari, politici, di costume. All’alba del postmoderno, e quindi del grande ritorno al romanzo, il libro fu sì in forma romanzesca ma con marcatissimi tratti sperimentali, con intermezzi saggistici, una struttura in capitoli fatta di ritorni all’indietro e rimandi che occhieggiava alle costruzioni geometriche dei compositori musicali ed una voluta commistione di alto e basso, altezze filosofiche e abbassamenti prosastici. In un’epoca in cui l’intellighenzia europea stava silenziosamente passando da un esibito filo-comunismo ad una allineamento opportunistico al modello americano, alla società liberal e al modello democratico-rappresentativo, nel romanzo Kundera rideva della fissazione della sinistra per la “Grande Marcia” verso il meglio, verso un futuro idealizzato, le “magnifiche sorti e progressive”. Infine, proprio mentre la rivoluzione sessuale stava dando i suoi colpi di coda e la sessualità liquida stava cominciando a diventare paradigma utile alla nuova società del consumo compulsivo, nel romanzo si mostravano, quindici anni prima di Houellebecq, i guasti delle “coppie aperte”, delle amicizie erotiche, dei tradimenti asimmetrici…

 una delle prime edizioni dell’Insostenibile Leggerezza dell’essere: un capolavoro mondiale

Una delle prime edizioni italiane dell’Insostenibile Leggerezza dell’essere

Ma la cosa veramente dirompente del libro di Kundera, che tocca tutti noi oggi ed a noi parla, è proprio la succitata distinzione tra pesante e leggero, tra anima e corpo, che dà la struttura architettonica a tutto l’impianto romanzesco. Ad esemplificare questa contrapposizione ci sono due storie d’amore, una tra il medico donnaiolo Thomas e la bella e schiva fotografa Tereza; l’altra tra la ribelle e libertina pittrice Sabina, che è anche una delle tante amanti di Thomas, e quella tra il cauto e libresco professore d’università Franz.

Thomas abbandonò i genitori, la prima moglie e suo figlio per proseguire la sua vita da indefesso libertino e seduttore seriale; Sabina è uno spirito inquieto ed errabondo che passa da un amante all’altro, che troncò i rapporti con la sua famiglia e fuggì dalla sua patria perché la sua pittura non si adeguava al grigiore del socialismo reale: loro due sono i poli della leggerezza, dell’anelito alla libertà pura, totale, affrancata da patrie e famiglie, obblighi e convenzioni. Viceversa, Tereza è una giovane oppressa dalla madre volgare, capace esclusivamente di additarla come colpevole di tutte le sue disgrazie e dalla quale fuggì rifugiandosi presso Thomas, suo solo amore, di cui tollera tutti i tradimenti; Franz è un professore che ha passato la sua vita tra le mura dell’università e ha contratto un matrimonio quasi per obbligo, mosso a pietà da una donna fragile e spaurita, che gli ricordava la madre: costoro sono invece i poli estremi della pesantezza, schiacciati sotto il grave fardello dei doveri sociali a cui restano fedeli. Ma è davvero così? Kundera ci porta a guardare meglio questa dicotomia e a osservarne approfonditamente la natura, a scoprire che questa dicotomia non è mai netta, drasticamente segnata, ma conosce, come tutte le contrapposizioni umane, delle sfumature, delle gradazioni, dei momenti di avvicinamento, quasi di collisione a volte.

Thomas, per esempio, è un seduttore, un dongiovanni epico, come lo definisce Kundera, ovvero uno che nelle amanti non cerca se stesso, ma cerca delle curiosità, delle novità, dei vezzi, che allarghino la sua prospettiva sul mondo e sulla sua sfaccettata varietà. Attraverso la scoperta di una nuova smorfia, o stravaganza, o particolarità fisica in una donna, Thomas si illude di esplorare il mondo in tutte le sue possibilità, di esaurire la sfera del possibile, di vivere la sua vita cogliendo ad ogni istante una novità. La sua vita di seduttore ricalca quella del dongiovanni descritto da Camus nel mito di Sisifo, l’uomo che vuole trovarsi davanti al mondo più volte possibile. Egli non cerca il senso della vita con un’ascensione verticale e qualitativa, verso uno scopo metafisico o trascendente; ma attraverso un’esplorazione orizzontale e quantitativa, attraverso le donne, che sono metafora dei luoghi, dei tempi e degli orizzonti possibili, che così s’illude di cogliere una volta per tutte. Ma d’altra parte è anche vero che Thomas ha anche un amore, quello per Tereza, che non ha niente a che fare con l’ossessiva fame di esperienze amorose o con il suo insaziabile feticismo dei particolari, ma è invece un amore autentico, fatto di carezze e rassicurazioni, di mani tese nelle notti difficili, di tenera pietà e delicata premura.

Foto della primavera di Praga, evento storico attorno al quale ruotano entrambe le vicende dei quattro amanti. Kundera fu costretto a fuggire dalla Repubblica Cieca all’indomani della repressione sovietica

Foto della primavera di Praga, evento storico attorno al quale ruotano entrambe le vicende dei quattro amanti. Kundera fu costretto a fuggire dalla Repubblica Cieca all’indomani della repressione sovietica

Ma anche Sabina, che pure abbandona Franz perché non vuole accettare d’irreggimentare la sua natura errabonda, libertina e anarcoide nella banalità di un rapporto coniugale, alla fine sente un senso di vuoto che la sovrasta per aver abbandonato la sua famiglia e il suo paese, i suoi amici e l’amante che avrebbe condiviso con lei la vita. La scelta della leggerezza, additata da Camus e dall’esistenzialismo come unica fuga dall’ipocrita esistenza piccolo-borghese, la pretesa di vivere una vita tutta gettata sull’istante, fondata sul nulla, anarchica ed autarchica, si rivela vana, impraticabile, salvo isolarsi e restare prigionieri di un isolamento che è ancora più soffocante della società da cui si scappava. La fuga verso una libertà lieve come l’aria alla fine si arresta, come quella del Mattia Pascal pirandelliano. La nera ebbrezza del tradimento si traduce in un opprimente senso di vuoto quando non resta più niente da tradire. Anche la leggerezza, alla fine, si rivela un fardello insostenibile:

Quella notte fece l’amore con lui con più impeto di qualsiasi altra volta, eccitata dalla consapevolezza che sarebbe stata l’ultima. Faceva l’amore con lui ed era già altrove, lontana. Già sentiva di nuovo suonare in distanza la tromba dorata del tradimento e sapeva che era una voce alla quale non avrebbe resistito. (…) Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere. Fino ad allora, i momenti di tradimento la riempivano di eccitazione e di gioia al pensiero che davanti a lei si apriva una nuova strada, in fondo alla quale c’era una nuova avventura di tradimento. Ma se un giorno all’altro quella strada fosse terminata? Una persona può tradire i genitori, il marito, l’amore, la patria, ma quando poi non ci sono più né genitori, né marito, né amore, né patria, che cosa resterà da tradire?

Leggiamo di Sabina e pensiamo a Camus, che fu forse il campione della più potente proposta del secondo Novecento per vincere la battaglia con il nichilismo. Se nel primo Novecento il tramonto di una promessa di salvezza ultraterrena aveva lasciato il passo a promesse di salvezze e paradisi in terra, attraverso le grandi narrazioni totalitarie; il secondo Novecento, dal Sessantotto in poi, propose una strada diversa, che non passasse dai grandi miti collettivi ma dalle esistenze eccezionali dei singoli, che non additasse futuri meravigliosi ma fosse tutta avvitata sul presente, sull’ebbrezza dell’istante. Questo modo di pensare ebbe anche esiti positivi: ad esempio, grazie a Camus abbiamo imparato a diffidare dai grandiosi sistemi, dalle fumose utopie, dalla suggestione di sacrificare il presente per il futuro, l’uomo concreto di oggi con un vago uomo nuovo di domani… Ma una vita che perde il senso di continuità con il passato e con il futuro, che taglia i ponti con ogni legame e vuole trovare la sua salvezza solo nella ricerca di novità inebrianti e vitali, non rischia di esaurirsi solo ad una forsennata collezione di esperienze?

È vero: rinchiudersi nel proprio sogno, nella propria astrazione, nel ricordo del passato o nella speranza del futuro, nell’allucinazione letteraria o nell’utopia politica, trascurando così la vera vita, fatta di incontri e di amori, di relazioni e di sfide, è una strada perdente, come mostra lo stesso Franz, che ad un certo punto del libro afferma, come Raskol’nikov alla fine di Delitto e Castigo, che la realtà è più del sogno, molto più del sogno. Ma gettarsi nella vita senza più pensare né progettare, senza una orizzonte in cui iscriversi ed una meta verso cui tendere, alla fine non conduce solo a smarrire la propria identità e la propria via, passando solo da un’esperienza all’altra, da un tradimento all’altro, consegnandosi alla fine ad un terribile sentimento di vanità ed insignificanza? Ma ancora di più: notiamo che il vitalismo più instancabile e debordante convive spesso con una sotterranea ed inconfessabile incapacità ad accettare la morte.

Sì, ma è troppo tardi, e Sabina sa che non resterà a Parigi, che andrà più lontano, ancora più lontano, perché se morisse qui la chiuderebbero sotto a una pietra e, per una donna che non riesce mai a star ferma, l’idea che la sua fuga debba fermarsi per sempre è insopportabile.

D’altra parte, questo stesso vitalismo, questa stessa ricerca di leggerezza, di libertà rispetto a qualsiasi narrazione collettiva o a qualsiasi strada regolare, teme la morte ma sotto sotto la brama, sconfina spesso in una misteriosa disposizione alla sottomissione, alla degradazione, al masochismo, all’auto-annientamento. Tradendo in continuazione la nostra via crediamo di fuggire dalla morte, forse invece le vogliamo solo andare incontro. Non è casuale se in Kundera ci siano pagine così frequenti sulle feci, lo sterco, la “merda”. Ci viene in mente il manifesto Dada: anche lì il rifiuto di ogni ideale, narrazione o scopo coincideva con l’affermazione di un vitalismo esasperato, di una libertà totale, di in un eccitamento costante, che però sconfinava sovente in un inconfessabile istinto di degradazione e annullamento di sé, che trova nelle feci il suo perfetto metro di paragone, la sua più esatta metafora.

Morire per delle idee? meravigliosa canzone di Brassens (che scrisse per lo stesso giornale di Camus durante la Resistenza) ed in cui riecheggiano i temi del premio Nobel francese: qui la versione tradotta da De André 

Alla fine, entrambe le scelte, di pesantezza e leggerezza, di anima o corpo, di sogno o d’ebbrezza, sembrano per Kundera inadeguate: da una parte Franz, che insegue donne oniriche e mondi ideali, Grandi Marce e suggestivi utopismi, scopre tardivamente la realtà e inseguendo le sue chimere si imbarca in un folle viaggio in Cambogia in cui muore; dall’altra Sabina finisce la sua vita isolata e senza nessuno, con l’amara mestizia del ricordo delle sue tante avventure passate, che paiono però ora fugaci e prive d’importanza, poiché tutto ciò che avviene una volta sola, è come se non avvenisse mai. E neanche l’altra storia d’amore ci soddisfa del tutto: è vero, Tereza, dopo aver tanto sopportato i tradimenti di Thomas, che la inseguivano la notte nella forma di incubi orripilanti, alla fine ottiene che lui abbandoni tutto, la sua posizione ed il suo lavoro, si inimichi con il regime sovietico e sia costretto a riparare con lei in campagna, dove dovrà finalmente rinunciare al suo copioso dongiovannismo. Ed alla fine Thomas muore davvero come Tristano, non come Don Giovanni; come marito fedele e paziente di Tereza. In lui l’amore che vince è quello che sa farsi senile e crepuscolare, l’amore delle premure e delle tenerezze; non più quello morboso della sua curiosità sessuale. Eppure alla fine anche lui sembra fuggire, rinuncia alla sua vocazione di medico, così come continua ad evitare il figlio che pure lo cercava e lo ammirava… Il libro non emette sentenze ma neppure allude a scappatoie o a segrete speranze, alla fine la sensazione è di acre malinconia, come di fronte ad un garbuglio insoluto, ad un vicolo cieco.

L’esperienza, canzone di Giorgio Gaber: morire per delle idee astratte sarà anche un’assurdità, ma si può ridurre l’esistenza solo ad una forsennata collezione di esperienze? Non è necessario alla fine trovare qualcosa o qualcuno a cui rimanere fedeli?

La chiave, forse, è una sola: vivere una vita restando fedeli a se stessi, alla propria natura, alle segrete necessità che ciascuno sente dentro di sé. Non possiamo soffocare la nostra vita sotto i pesanti fardelli delle ideologie, dei miti bugiardi, delle promesse alienanti e degli ideali astratti; ma neanche possiamo fare a meno di un orizzonte in cui inserirci, di una linea di continuità tra passato e presente, di una vocazione da inseguire, di un testimone ricevuto e che dobbiamo lasciare a chi seguirà se non vogliamo morire di leggerezza, evanescenti e fugaci; in definitiva inconsistenti. Non possiamo accettare che a limitare la nostra libertà siano un partito, una polizia o una convenzione sociale; ma dobbiamo avere il coraggio di tracciare limiti e confini, basati su noi stessi, alle nostre esperienze possibili ed alla nostra libertà, se non vogliamo dissiparci e disperderci in mille direzioni. Dobbiamo avere il coraggio di arrischiarci nella vita, nelle relazioni concrete e negli incontri reali; ma poi non possiamo subito fuggire, dobbiamo avere la pazienza di coltivare quegli amori, quelle strade, quei rapporti. Ed alla fine trovare noi stessi e restarvi fedeli è un peso che portiamo volentieri, perché sappiamo che così facendo la sola libertà che perdiamo è quella di perderci, di annullarci, di distruggerci. Il mio giogo infatti è dolce, ed il mio peso leggero