Pubblicato nel 1855, l’Oblomov di Gončarov è la storia – o più precisamente la non storia – di un ricco possidente terriero che trascorre le sue giornate nella più completa abulia. Gončarov ci presenta subito, con pochi, abili tratti di penna il suo Oblomov: star disteso per Il’ja Il’ic era una necessità. Una pigrizia fatale lo inchioda al letto: Oblomov è un uomo che vive chiuso nel proprio astuccio, prigioniero della sua stanza, che impiega le sue giornate a meditare e fantasticare, nella più totale indolenza. Non c’è nulla nella sua vita che lo sproni all’azione.

Molti critici hanno visto in Oblomov il paradigma dell’uomo inutile, categoria che nella letteratura russa riunisce i vari Onegin, (Puskin) Pecorin (L’eroe del nostro tempo, Lermontov) fino ad arrivare al triste e commovente Sognatore delle Notti Bianche di Dostoevskij. Questa categoria di “uomini inutili”, di sognatori, d’idealisti contemplativi e oziosi in realtà è molto più vasta: racchiude i dandy, la generazione perduta, tutti quegli individui che vivono in una dimensione alternativa, lontana eoni rispetto al modello dominante della vita borghese energica e attiva. Ed è in questo mondo che Goncarov ci introduce:

Oblomov provava un calmo senso di gioia perché dalle nove alle tre, dalle otto alle nove, poteva restarsene a casa, sul divano, si sentiva orgoglioso di non avere rapporti da presentare, incombenze da svolgere, persone da vedere… Non era abituato al movimento, alla vita, alla folla, all’agitazione.

Oblomov vive assieme al suo servo Zachar che lo accudisce e provvede a tutte le sue esigenze. La sua casa è sporca, trascurata: ragnatele ai soffitti, polvere sui mobili. Quando gli si presenta un problema, Oblomov esclama: Non penso nulla. Non ho nemmeno voglia di pensarci. Lascio che Zachar trovi una soluzione. Oblomov aspetta che il suo servo Zachar e i suoi amici si occupino di lui, e se nessuno interviene per semplificargli la vita, si rassegna alla sua condizione. 

I giorni si erano succeduti ai giorni, gli anni agli anni… Aveva bussato alla sua porta la trentina ed egli non aveva fatto un passo avanti in nessun campo… (…) Sempre si disponeva e si preparava a cominciare la vita, sempre disegnava nella propria mente le linee dell’avvenire, ma a ogni anno che passava rapidamente sulla sua testa egli doveva mutare e cancellare qualcosa di questo disegno. Cosa faceva dunque? Continuava a disegnarsi un modello per la propria vita.

L’Oblomov è il dramma dell’attesa, dell’uomo che consuma vanamente le sue ore, si trascina stancamente da un giorno all’altro senza uno scopo. Oblomov ha mille propositi, formula idee, progetti, sogni, ma non riesce a portarne a compimento neanche uno. A mano a mano che ci si addentra nella lettura del romanzo di Goncarov, si prova un senso di claustrofobia; le pareti della stanza in cui Oblomov è rinchiuso si fanno sempre più anguste, alle volte si prova l’impulso di schiaffeggiare il protagonista, di scuoterlo dal suo torpore.

Che cosa dovevo fare adesso? Andare avanti o restare? Andare avanti significava togliersi di colpo l’ampia vestaglia non solo dalle spalle, ma anche dall’anima, dalla mente; insieme alla polvere e alle ragnatele alle pareti, spazzar via la ragnatela dagli occhi e incominciare a vedere! Restare significa indossare la camicia alla rovescia, sentire il tonfo dei piedi di Zachar, pensare il meno possibile, invecchiare pacificamente. Ora o mai più! Essere o non essere!

Oblomov porta all’esasperazione l’aut/aut kierkegaardiano, il protagonista di Gončarov è incapace di operare una scelta, è intrappolato, schiacciato dalla possibilità; come Amleto, Oblomov si dibatte in un perenne, continuo dilemma; ma non è la scelta (come per Amleto) tra la vita e la morte che lo paralizza, è il semplice fatto di dover scegliere, di oscillare tra le varie possibilità, sospeso eternamente in un baratro di infiniti “forse”,(con tutta la vertigine che provoca) a impedirgli di agire. Oblomov è una vittima, sul piano squisitamente filosofico, dell’angoscia della scelta, (la libertà di scelta per Kierkegaard non rappresenta la grandezza dell’uomo ma il suo permanente dramma) e come spesso accade nei più riusciti personaggi della letteratura, ma anche nella vita, Oblomov è al contempo vittima e carnefice di se stesso. 

Se vogliamo passare da un piano filosofico a un piano morale/sociale il romanzo di Gončarov si presta a ulteriori chiavi di lettura. Oblomov è l’emblema (e la tragica vittima) dell’indolenza: manca di risoluzione, è un inconcludente, e con le sue colpe rispecchia i mali di ogni civiltà che sia affetta da stagnazione, da sterile immobilismo. L’oblomovismo in politica è un termine coniato ad hoc per descrivere la decadenza della classe nobiliare russa antecedente all’abolizione della servitù della glebe; oggi può tranquillamente applicarsi a ogni nazione che manchi di spirito pragmatico, a quella politica spettacolarizzata che vomita promessa e slogan elettorali nella grande corsa per acquisire consensi, ma che di fatto è incapace di portare a compimento i suoi progetti. 

Alfred Thomas Porter

Per ritornare al romanzo di Goncarov la svolta nella vita di Oblomov avviene quando incontra la giovane e bella Ol’ga che si innamora di lui e lo scuote dal suo torpore esistenziale. Oblomov, animato dal desiderio di sposare la ragazza, esce finalmente dal suo guscio. Torna a frequentare la società, progetta di rimettere ordine nei suoi affari, coltiva il sogno di restaurare la vecchia casa di famiglia per farne una dimora dove vivere assieme alla sua futura sposa. Questo cambiamento tuttavia è temporaneo; Oblomov ben presto ritorna alle sue vecchie abitudini, non riesce a “diventare un uomo vero”, e alla fine la bella Ol’ga si rende conto che l’amore non è sufficiente per salvare Oblomov da se stesso e il fidanzamento tra i due viene annullato.

E Oblomov confessa:

Sì, sono un caffettano floscio, decrepito, frusto, e non per il clima, non per le fatiche, ma perché per dodici anni in me è stata rinchiusa una luce che cercava una via d’uscita, ma bruciava soltanto la sua prigione, non ha saputo liberarsi e si è spenta. E così sono passati dodici anni: non ho più avuto voglia di svegliarmi.

La tragedia personale di Oblomov è la tragedia di una vita incompiuta, di un uomo che ha vissuto nella dimensione fiabesca del sogno, dell’eterna attesa. Una vita mai vissuta, mai assaporata… Oblomov, con tutte le sue stranezze, le sue idiosincrasie, la sua pusillanimità, è un personaggio che ha sempre suscitato fortissime reazioni nei lettori e nei critici di ogni epoca. La critica ha di volta in volta visto in Oblomov una figura ripugnante, un mostro, un inetto ma anche un essere fiabesco, un uomo che incarna dei valori alternativi al pragmatismo borghese.

E in che consiste secondo te l’ideale della vita? chiese timidamente, senza slancio. Non cercano forse tutti di raggiungere ciò che sogno io? Ma scusami, disse più arditamente, forse che lo scopo di tutto il vostro correre di qua e di là, delle passioni, delle vostre guerre, del commercio e del della politica non è la ricerca della calma e l’aspirazione verso questo ideale di paradiso perduto?

Nell’epoca di Gončarov, la Russia della seconda metà del XIX secolo, dominata da una forte volontà di rinnovamento sociale, ricca di quei fermenti che avrebbero presto dato vita alla Rivoluzione d’Ottobre, un romanzo come quello di Gončarov non poteva che suscitare forti critiche e apparire in un certo senso incomprensibile. Era un romanzo postumo, che non poteva essere apprezzato in pieno. In molti infatti videro nell’Oblomov soltanto una figura negativa, il simbolo della decadente e corrotta classe nobiliare russa. In Oblomov però ci sono anche delle qualità positive. Oblomov, pur essendo biasimato per la sua pigrizia, è benvoluto da tutti gli altri personaggi che popolano il romanzo di Gončarov, che ne apprezzano la dolcezza, la sensibilità, la purezza fanciullesca. 

Aleksandr Druzinin (critico e contemporaneo di Gončarov) ha scritto che Oblomov “assume le fattezze di un personaggio da fiaba”. È un uomo che non sa che farsene dell’ambizione, dei beni materiali del mondo, della fama, del successo, degli onori, è un personaggio (seppur tragico ed esasperante) che ha vissuto in un mondo incantato ed è rimasto per questo un “eterno fanciullo”. È in questa sua dimensione incontaminata che sta il fascino di Oblomov, un personaggio che ci rammenta che nella vita è necessario trovare un equilibrio, che la pigrizia e l’oblomovismo sono fatali tanto quanto una vita spesa unicamente a rincorrere fama, successo e onori. Ivan Turgenev asserì che “finchè rimarrà un solo russo, ci si ricorderà di Oblomov”, ma bisognerebbe aggiungere che finché rimarrà un solo uomo, è necessario ricordarsi della strana favola di Oblomov e del messaggio che racchiude.