Il precario gioca la sua poetica finale, da outsider, come sempre, ma lasciando una scia profonda d’insegnamento ai posteri. Frammenti di un precario (Les Flâneurs Edizioni, 2019), del giornalista barese Giuseppe Di Matteo, già collaboratore de «Il Giorno», Telenorba e «La Gazzetta del Mezzogiorno», rappresenta una carezza sul capo dolente degli Ungaretti, Quasimodo e Saba: la sua poesia pianta nel panorama letterario ultra-contemporaneo un ermetismo 2.0 dallo stile godibile, pervaso d’attualità, che si esprime in schegge pregne di ricordi di viaggio, spinte da pavide emozioni della disillusa generazione “Z” e illuminate da fasci di luce di un lessico mescolato tra classicismo fondante e calembours transalpini.

Nella raccolta balza subito all’occhio il palpitante viaggio a Cuba dell’autore, nel quale la miseria terrificante delle classi sociali meno abbienti si scontra con le oasi occidentali che hanno soppiantato l’ideologia dittatoriale di Fidel Castro. L’autore ricorda i frangenti caraibici con un’immagine paradossale a trionfare inquieta su tutte: 

Sono andato a Cuba una sola volta, nel 2016. Ma è stata per me un’esperienza fortissima. Avrebbe dovuto trattarsi di un viaggio di piacere, ma alla fine si è rivelato un castigo. E dov’era il “delitto” (per citare il romanzo forse più bello di Fëdor Dostoevskij)? Probabilmente in un peccato di gioventù: ero infatti convinto che Cuba fosse il luogo più bello del mondo. Beh, mi accorsi che si trattava di un’illusione. Posso dirlo anche perché credo di averla vissuta davvero, e con un occhio abbastanza giornalistico. A differenza di tanti turisti, che si fermano solo a L’Avana e a Varadero, io ho scelto di partire dalla spiaggia di Santa Lucia, che si trova nel sud dell’isola, a circa 550 km dalla capitale. Da lì poi mi sono spostato prevalentemente in auto. L’Avana è stata l’ultima tappa del mio viaggio, ma non mi ha entusiasmato per nulla. Ho incontrato tanta povertà e molta tristezza. Costanti per altro riscontrate durante l’intero cammino. Perché a Cuba si balla e si canta molto meno di quanto si creda in Europa. Ed è difficilissimo autodeterminarsi, emergere. Lo Stato controlla tutto e mortifica qualsiasi iniziativa individuale. Anche la più banale. La tanto decantata uguaglianza – che ha affascinato tanti poeti, scrittori e intellettuali – è sostanzialmente ingiusta, perché presuppone un livellamento mortificante verso il basso, non certo un benessere diffuso. Senza contare che per molti cubani è molto difficile uscire dal Paese. Anche per questo, nel mio libro, ho dedicato un paio di componimenti a Cuba, che resta comunque un luogo affascinante e bellissimo. E parlo, non a caso, del “volo taciturno /delle aquile / che planano sull’aria/ come i sogni nelle auto dei cubani”. Sogni che, pur da privilegiato, ho sentito miei. Soprattutto una sera, a L’Avana. Avrei dovuto cenare in un ristorante frequentato prevalentemente da europei, dove c’era un concerto in corso. Prima di entrare, notai con la coda dell’occhio un piccolo gruppo di persone che indugiavano all’esterno. Mi accorsi subito che si trattava di cubani. Mi avvicinai. E rimasi di sasso: guardavano tristemente ciò che stava accadendo all’interno del ristorante. E non ci misi molto a capire che avrebbero voluto essere al posto di quei fortunati che potevano permettersi di gozzovigliare senza ritegno alcuno. Mi sentii di colpo nella Russia degli zar. E decisi di andar via. Ma capii soprattutto di aver buttato la mia gioventù inseguendo un ideale fasullo. Non c’è diseguaglianza peggiore dell’uguaglianza radicale.

I versi che esplodono nella mente dell’autore hanno il sapore amaro delle lacrime del ragazzo che scorgeva dalla figura di Ernesto Che Guevara, portata sulla maglia secondo un ideale di libera ribellione e concitata uguaglianza, il proprio futuro, ma che nella realtà geopolitica vissuta sul campo si pone come castrazione filosofica al servizio dei meccanismi economici dominanti.

…E di quest’isola

dondolante tra i giganti

romanticamente mitizzata

da una gioventù senza pudore

ricorderò le palme piegate

dal vento che come oracoli

sussurrano profezie dolenti

quando la brezza si fa lieve. […]

rimesterò l’età dei muri

sgarrupati di L’Avana,

dove uomini e mestieri

muoiono al sole

e mi stenderò sul Malecón

vissuto di salsedine

che alla sua bruttezza

sopravvive nel ricordo

consumato dei poeti.

Ma l’ermetismo di Di Matteo si pone nell’accecante spirale nord-sud della storia d’Italia come meridionalismo poetico delle piccole cose. Il giovane barese grida al mondo dei padroni di tutto, «Ho fame / di domani / in una città / mai costruita», sognando l’irrealizzabile: l’apologia della meritocrazia nella terra più corrotta di sempre. La sindrome di Stendhal lo abbatte sensualmente, quando attonito osserva il simbolo frainteso del capitalismo italiano, il Duomo della Milano, in grado, coi suoi marmi gotici, di masturbarlo artisticamente, consegnandolo a una nuova avventura: Di te / meraviglia nuda / sul mio fiato.

Il poeta è patriota della sua casa natia, così odiata, così pretesa, così dura nel percuoterlo quotidianamente con imbarazzanti mancanze. Ciononostante, lui, per quel sud contrastante e contrastato, ci morirebbe, in un soffio stellato di foglie d’ulivo:

Morirei di Sud

per il Sud

prigioniero tra le macerie

di un pianto inerte

ostaggio inerme di un amore

che mi chiede di restare. 

La sofferenza metafisica da giovane meridionale che vorrebbe bersi il pianeta come un rum sul tramonto delle caste di sempre, l’autore-protagonista la spiega senza aneliti di retorica:

Non posso certamente parlare a nome dei meridionali. Da par mio, combatto con diversi stati d’animo. Da un lato mi sento uno sradicato (“A queste terre/ laviche d’amore/ non appartengo più”); dall’altro ritengo che non avere una casa soltanto possa essere una fortuna. Certe coordinate geografiche sono molto meno importanti di quanto si creda. Ma il mio è anche l’occhio critico di un meridionale che guarda la sua terra senza sconti. E con infinito amore, nonostante i tanti problemi che attanagliano il mio Sud.

Si è sempre sud di qualcuno, bisogna accettarlo. Ma la lotta, nei versi di chi ama con dolore, è infinitamente rigenerante. La partita che investe il precario nel libro di Di Matteo racconta un primo e secondo tempo psicofisico, nei quali il gusto bucolico dei panorami circostanti e del buon sesso riconciliano il viaggiatore con un Dio perennemente assente. I tempi supplementari portano il primattore a tracciare un bilancio obbiettivo di un’esistenza per nulla garrula, ma che lascia un incontrovertibile amaro in bocca. I calci di rigore, della finale intramontabile nella mente del lettore, sollevano il ruolo dei vincitori e degli sconfitti nella società che illumina i pochi e lascia i molti all’ombra, senza curarsi di coloro che infrangono le massime del fair play:

Posso dire con certezza chi vince: la voglia di riscatto di chi, pur se eternamente precario, continua a combattere. E la poesia. Che è un antidoto efficace per combattere la precarietà. E la solitudine.

Vince la poesia. Il precario non deve mollare, nonostante le umiliazioni dell’alienazione vigente. Certo, tra gli sbalzi ottimistici e melanconici di versi vissuti in prima persona da chi li ha cesellati, rimbalza, come una granata su campi di pace, il conflitto interiore di uno spirito irrequieto, portabandiera del disagio e del disadattamento sociale: «E con me / che non riesco / a parlare».